Vita col padre nella Brianza che fu

Emilio Magni

L’inserto “Stendhal” del quotidiano La Provincia ha pubblicato nell’edizione di domenica 29 ottobre 2017 uno scritto che Emilio Magni, gloria della letteratura legata alla cultura brianzola e per anni valoroso cronista del quotidiano Il Giorno, ha voluto dedicare al padre Vincenzo. Nato e vissuto a Erba, Magni è, oltre che giornalista, romanziere e appassionato di storia e tradizioni locali. Tra i titoli dedicati alla sua Brianza vanno ricordati “Storia di paese. Quella bettonica della Rosetta” (Mursia, 2014), “A Milan i moron fan l’uga” (Mursia 2014), “Il grapppino amandorlato” (Dominioni 2013), “Richén il principe della zolla” (Mursia 2012), “L’è tua, l’è mia, l’è morta all’umbria. 250 modi di dire in Brianza e il suo Lario” (Dominioni, 2008), “Il dialetto dei mestieri perduti” (Mursia, 2007). Nel 2016 per Mursia ha pubblicato il romanzo “Il malnatt”. Nel 2013 ha ricevuto l’onorificenza civica di Erba. Per gentile concessione, pubblichiamo l’articolo dell’amico Emilio detto Mili, la cui firma onora talvolta mountcity. Le immagini sono di Mario De Biasi, un grande del reportage fotografico.

Un uomo semplice che amava la montagna. Così Emilio Magni ricorda il padre Vincenzo.

Un dio a due facce

Pur nella sofferenza dell’estremo momento dell’addio, mi ricordo di aver accennato a un lieve sorriso quando guardai, con la dolorosa intensità “dell’ultima volta”, mio padre mentre lo stavano mettendo nella bara. Avevo osservato, infatti, che il suo volto era ancora armoniosamente abbronzato. Il pallore della morte non era riuscito a sbiadire l’impronta che il suo amato sole aveva posato per quasi tutta la vita sul volto di uomo di montagna, di amante dell’aria aperta e dello sport, in particolare il nuoto. L’ultima volta in cui lo vidi in montagna fu pochi giorni prima che l’ictus se lo portasse via. Era seduto su una panchina lungo la strada che porta alla Capanna Mara, il “tempio sacro” della sua grande passione per le camminate sui sentieri del Bolettone, del Palanzone, delle montagne erbesi. Si era fermato un momento per riposare. Io avevo premura ed ero andato avanti. Mi ero meravigliato un po’ perché non l’avevo mai visto stanco, nemmeno nelle escursioni più faticose, durante le nostre frequenti avventure. Mi ero detto però: “Ha ottant’anni ed è normale che voglia riposare un po’”. Lo lasciai lì con i suoi amici più cari e abituali, compagni di una vita e di allegre, ma sempre molto sobrie adunate intorno ai tavoli in cemento dei rifugi montani, il Nino Poggi, Enzo Nava “patron” della Capanna Mara, il Bianchi, il Pozzoli, il Frigerio. Oltre al nuoto, praticato intensamente negli anni giovanili e le escursioni in montagna, non aveva altre passioni se non quella dell’orto. Fino a un paio di decenni addietro ero solito dirmi: “Spero di arrivare in forma, disinvolto e sorridente fino a ottant’anni, come mio padre”. Ora che sono prossimo a questo traguardo ha spostato molto più in là le mie speranze. Mio padre Vincenzo, nato a Cassina Mariaga, comune il cui nome è scomparso completamente dopo che Mussolini lo infilò dentro la grande Erba, è stato un uomo semplice, operaio tessile, gran lavoratore nella tessitura che tutti chiamavano “del Lodoletti”, Erba, lungo il Lambro; ma era una realtà staccata del “Cuton” di Pontelambro, il Cotonificio della famiglia Riva. Era “caposala”. Sovraintendeva a decine e decine di tessitrici e altrettanti telai: tra il rumore assordante. Faceva i turni. Andava a lavorare in bicicletta, una vecchia Legnano alla quale era affezionatissimo.

Quando era ragazzo attraversava a nuoto per intero il lago di Pusiano, dalla riva di San Lorenzo, a Eupilio, fino a Bosisio Parini e ritorno. Faceva anche la traversata del ramo di Lecco del Lario: una competizione che attirava sempre molti concorrenti. Mi raccontava, ogni volta esaltando di più l’impresa, che spesso giungeva tra i primi. La mamma lo prendeva in giro. Io ero restio a buttarmi in acqua e lui di questa mia fifa si dispiaceva, si arrabbiava. Mi fece imparare a nuotare al mare, quando avevo dieci anni, nelle acque di Priaruggia alle porte di Genova, dove eravamo ospiti, molto impacciati e timidi, dai suoi parenti ricchi, che lui chiamava gli “zii sciuri de Genua”. La zia Elena era la sorella di sua madre, mia nonna Emilia (ecco perché mi chiamo Emilio) che fu maestra alla scuola di Bindella di Erba. Non la conobbi, ma anni fa, ogni tanto incontravo qualche vecchio che mi raccontava: “La sua nona Emilia, l’è stada la mia maestra, che brava che l’era”. E io salutavo e ringraziavo, tutto orgoglioso.

La zia Elena voleva molto bene a mio padre e così, per qualche anno ci metteva a disposizione due locali che aveva a Priaruggia. Il papà si arrabbiò perché quando ci raggiunse a Priaruggia io non avevo ancora imparato a nuotare. Ed allora, scesi in spiaggia , entrati in acqua, quando ormai quasi non si toccava più, mi prese improvvisamente sotto le ascelle mi sollevò e mi buttò in acqua, dove era già profonda. Annaspai, andai sotto, bevvi, riuscii a tornare su e con forti bracciate arrivai a raggiungere la “terra ferma”. Fu così che imparai a nuotare. Dopo un paio di giorni andavo già disinvoltamente al largo sfidando le onde.

Quel gesto, per me brutale, violento, fu un ferita che mi rimase dentro. Da quel giorno cominciai a vedere mio padre come un dio con due facce, una bella, l’altra cattiva. Durò per molti anni quel doppio, ambiguo sentimento. Il distacco si accentuò. Mi accorsi infatti che lui, forse perché non era riuscito nella vita a diventare quello che avrebbe voluto (almeno così pensavo io), trasferiva su di me tutti i suoi desideri di diventare una persona importante. Io dovevo essere quello che lui non era riuscito a essere. Dunque dovevo essere uno studente modello, uno sportivo, un atleta. Invece crescevo senza molto amore per la scuola, lungo ed esile, tutt’altro che un atleta. Sui campetti del calcio facevo sempre il portiere perché ero il più scarso della compagnia. Lui voleva che diventassi un grande tecnico e alle superiori mi iscrisse alla scuola di periti industriali. Una scelta sbagliatissima perché io mi sentivo più portato per gli studi umanistici. Infatti la scuola fu un mezzo disastro. Non riuscii mai a capire come funziona il motore a scoppio, o come mai la corrente elettrica sprigiona tanta energia da muovere il mondo. Gli esami furono sempre un incubo. Solo in italiano, storia e geografia, soprattutto in storia me la cavavo. Lui non mi capiva. Furono anni difficili. Verso di lui provavo risentimento. Il dio dalla faccia buona era quasi completamente scomparso. Mi rifugiai nel giornalismo cominciando a collaborare con alcuni giornali. Una volta al bar un suo amico gli disse di farmi i complimenti per un articolo mio che aveva letto con piacere. Quella sera la faccia buona del “dio mio padre” tornò a sorridermi un po’. Quando finalmente, data una pedata alla tecnica, entrai, anima e corpo, nel giornalismo (quasi come se andassi a prendere i voti) tutto cambiò.

“Era un gran lavoratore, gli piaceva andare in montagna”, racconta Emilio Magni di suo padre, qui con gli amici alla Capanna Mara sulle alture del Triangolo Lariano. Le foto che pubblichiamo sono di Mario De Biasi, rinomato fotoreporter.

Mio padre leggeva con avidità i miei articoli. Faceva anche delle critiche. Cominciarono così gli anni belli del nostro rapporto. Però mi è rimasto dentro un tarlo, per il quale qualche volta ancora soffro. Quando lo ricordo ecco che lo ritrovo mentre camminiamo serenamente, allegramente su per le montagne, mentre ci fermiamo a guardare i grandi panorami, a bere un sorso d’acqua, a sfottere i compagni di ascensione che sono rimasti indietro. Eccolo mentre, la sera nel rifugio, mangiamo la zuppa di cipolle che un suo amico, padrone della capanna, cucinava buonissima. E ci davamo dentro con qualche bicchiere di vino e cantavamo le canzoni di montagna. Intanto sulla brace stavano arrostendo “i biröll”. Una volta c’era con noi il grande fotografo Mario De Biasi. Stavamo mettendo assieme, lui con le sue stupende immagini, io, molto più modestamente con le mie storie, il libro “Vecchie osterie della Brianza”. Eravamo alla Capanna Mara e Mario volle a tutti i costi ritrarre il papà mentre stava seduto allegramente al tavolo. Mario mi sussurrò: “E’ il volto più bello ed espressivo di tutta la compagnia. Non posso fare a meno di ritrarlo”. Lui non se ne accorse. Quando uscito il libro si ritrovò su una pagina, si commosse a tal punto che gli vidi scendere qualche lagrima. Queste sono i ricordi, stupendi di mio papà. Questi sono i pensieri che ogni tanto, molto spesso, penso quasi tutti i giorni rivolgo a mio padre, un uomo per me grande, buono, sicuramente amabile, anche se qualche volta era stato troppo duro, troppo severo con me. Ma debbo riconoscere che questo suo rigore era, senza dubbio, anch’esso un amore, il grande desiderio paterno di vedere un figlio diventare un uomo, un uomo vero, importante, proprio come avrebbe voluto essere lui.

Lui però, sono sicuro, si sottovalutava. Non era vero che non aveva avuto almeno un po’ di successo nella vita. Per questo faceva tenerezza e lo ammiravo. Non ho mai capito come fosse riuscito a non prendere la tessera del fascio, di restare completamente fuori da ogni manifestazione fascista e di conservare il posto di lavoro: senza mai aver avuto noie. Quando la tessitura Lodoletti fu distrutta dal bombardamento di Erba, lui si diede da fare spontaneamente per organizzare la ricostruzione. In quel tempo faceva sia il turno del mattino che quello del pomeriggio. La mamma era rimasta ferita nell’incursione aerea. Lui l’ha curata con grande amore. Quando dopo 45 anni di lavoro andò in pensione, prese la bicicletta e andò in direzione a Pontelambro, per “saludà ul padron”, ma il commendatore Riva non aveva tempo di riceverlo, era impegnato, come spiegò la segretaria. Lui ci rimase molto male. La mamma lo rimproverò per giorni per questo sua dedizione che definiva “inutile”.

Quanti sono dunque i ricordi belli del “mio vecchio”, come cominciai a chiamarlo quando era ormai un po’ come un patriarca discreto, riservato, ma attento a ogni mio comportamento. Al mattino andava a comperare il mio giornale lo leggeva, la sera quando gli telefonavo, mi diceva: “Ho letto il tuo articolo, che bello!”. Non faceva altri commenti, Per me però basta quel “bello”.

Ma dicevo di un tarlo. Lo sogno talvolta, mio padre. Sono sogni ricorrenti e incombenti, sinistri, angoscianti. Mentre nei ricordi c’è il dio dal volto sorridente, nei sogni il papà torna cupo, severo, duro. Ritornano nel sonno agitato i momenti in cui stavano per arrivare gli esami a scuola e io ero cosciente di non sapere niente e che quindi sarei stato inesorabilmente bocciato. E sullo sfondo di questa triste situazione incombe sempre il volto duro, di pietra del papà.

Al di sopra di tutto il ricordo più struggente, più bello di mio padre è quello di un pomeriggio d’autunno del 1944. Ero un bambino e mia madre era ricoverata in Valduce di Como dove la salvarono dalle ferite subite nel bombardamento. Il papà mi aveva portato a trovarla in bicicletta, io sulla canna. Risalendo la Cappelletta un po’ a piedi, un po’ pedalando, giunti al bivio dove adesso c’è l’Esselunga, un caccia americano ci sorvolò a bassa quota. Sparava. Ci buttammo in un fossato. Ripresa la salita, a un certo punto, il papà mi coprì gli occhi con la mano e per un lungo tratto pedalò con forza. Riuscii comunque a intravedere tra le dita un carro e un trambusto di gente intorno. Una volta presa la discesa verso Erba mi disse di pregare per un contadino morto assieme al suo cavallo. Lui invece di pregare imprecava contro qualcuno ma a me sorrideva. Mi piacerebbe che mio padre tornasse nei miei sogni con il suo volto dolce e sorridente. Purtroppo però non avviene mai.

Emilio Magni

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