Ghiacciai, permafrost, frane. Che cosa rischiamo

Scienziati, guide alpine, scalatori, rifugisti, gestori delle aree protette si riuniscono sabato 25 novembre 2017 intorno allo stesso tavolo per ragionare sui cambiamenti climatici. In alto sopra il titolo il fronte del Ghiacciaio Disgrazia nell’estate 2017. Ph. F. Cabello

Cambia il clima, cambiano le montagne, cambia il modo di frequentarle. Su questo argomento di grande attualità intervengono sabato 25 novembre 2017 a Sondrio, nella Sala Fabio Besta della Banca Popolare, scienziati, guide alpine, scalatori, rifugisti, gestori delle aree protette. Tutti intorno allo stesso tavolo, per ragionare sui cambiamenti climatici e sul loro impatto non solo sul paesaggio delle “terre alte”, ma sul modo in cui professionisti e appassionati vivono la montagna. L’incontro, di cui mountcity fornisce qui un’anticipazione gentilmente concessa dal professor Claudio Smiraglia, è organizzato dal Comitato scientifico del Sondriofestival in collaborazione con il Museum Hub di Castel Masegra e con il Bim. La mattinata di approfondimento – rivolta anche ai ragazzi delle scuole superiori – inizia alle 10 al Teatro Sociale. Ad inquadrare il tema dal punto di vista scientifico sono tre docenti dell’Università degli Studi di Milano: Maurizio Maugeri presenta i dati su tempo e clima, il già citato glaciologo Smiraglia illustra le ricerche su ghiacciai, permafrost e frane, mentre Marco Caccianiga affronta gli aspetti naturalistico-biologici e legati alla vegetazione. Poi la parola passa a quanti vivono e frequentano la montagna ogni giorno, per mestiere e per passione, con una serie di testimonianze e riflessioni: al tavolo dei relatori Flaminio Benetti a nome del Club Alpino Italiano, Michele Comi in rappresentanza delle guide alpine, il responsabile dell’Areu e 118 Enrico Beretta per portare la voce del Soccorso alpino, Alessandro Meinardi del Parco Nazionale dello Stelvio per illustrare il punto di vista dei gestori delle aree protette, il custode del rifugio “Marco e Rosa” Bianco Lenatti, il direttore della rivista “Le montagne divertenti” Enrico Benedetti e il giornalista di Qui Touring Piero Carlesi.        www.sondriofestival.it

 

La diagnosi (inquietante) del professor Smiraglia

La criosfera alpina (l’insieme cioè del ghiaccio in tutte le sue forme) rappresenta non solo un’importante risorsa idrica, turistica e paesaggistica, ma con la sua recente evoluzione (in particolare ghiacciai e permafrost) è divenuta anche presso il grande pubblico l’indicatore più evidente dei cambiamenti climatici in atto. Per quanto riguarda le Alpi Italiane, recenti realizzazioni come il nuovo Catasto, hanno messo in evidenza una notevole riduzione areale dei ghiacciai (circa 30%) dalla metà del secolo scorso. Si è passati infatti da circa 530 kmq a circa 370 kmq.

Il professor Claudio Smiraglia dell’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze della Terra.

Attualmente i ghiacciai sono localizzati soprattutto in Valle d’Aosta (36 % del totale), in Lombardia e in Alto Adige. L’84 % dei ghiacciai (per numero) è rappresentato da apparati di dimensioni minori di 0.5 kmq. Questa riduzione ha portato a importanti e rapide modifiche del paesaggio dell’alta montagna, in particolare alla frammentazione dei ghiacciai, all’incremento delle aree scoperte dal ghiaccio, all’incremento della copertura detritica superficiale, alla formazione di numerosi laghi proglaciali, allo sviluppo della vegetazione pioniera. La deglaciazione ha sicuramente subito un’accelerazione negli ultimi anni e sta portando all’estinzione delle unità glaciali di minori dimensioni e alla sensibile riduzione di area e di spessore dei ghiacciai maggiori. E’ un fenomeno che non sembra destinato ad invertirsi nel prossimo futuro e che potrebbe portare in meno di un secolo alla quasi completa estinzione del glacialismo alpino italiano. Tutto ciò è stato accompagnato dalla degradazione del permafrost, il ghiaccio interstiziale che tiene compatta la roccia e i materiali sciolti al di sopra dei 2600-3000 m (la quota del permafrost è legata all’esposizione). E’ chiaro che la fusione del permafrost provoca l’incremento di frane e dissesti sulle pareti rocciose (si tratta di fenomeni che dipendono tuttavia da numerose concause soprattutto di tipo geologico), che costituiscono un rischio sempre crescente per la frequentazione dell’ambiente alpino.

Claudio Smiraglia

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