Tre metri che valgono una vita

L’alpinismo è ricerca di emozioni personali, ma impone anche regole da molti considerate ineludibili. Si può definire “conquistata” una vetta se per soli tre metri di dislivello ci è sfuggita? Domenica 3 dicembre 2017 il problema è emerso in una puntata di “Kilimangiaro” su Raitre, quando Hervé Barmasse, ospite fisso della trasmissione, ha raccontato con la schiettezza e la simpatia che lo distinguono la storia della sua scalata del 21 maggio 2017 allo Shisha Pangma (Himalaya, Tibet). Le cronache specializzate avevano già dato rilievo alla notevole impresa compiuta dal valdostano con il tedesco David Göttler. Ma il racconto di Hervé andava considerato inedito per la grande platea televisiva ed è stato interessante ascoltarlo in diretta, mentre Hervé veniva incalzato dalle domande della brava conduttrice Camila Raznovich che faticava a pronunciare il nome dell’ottomila himalayano.

La grafica mostra l’epilogo della scalata di Barmasse allo Shisha Pangma con l’abbandono forzato tre metri sotto la vetta. Nella foto in alto l’alpinista valdostano al termine della scalata compiuta con il tedesco David Göttler.

Una gran bella impresa. I due alpinisti hanno salito i 2200 metri della parete sud ovest dello Shisha Pangma (Tibet) in sole 13 ore e in perfetto stile alpino. Cioè senza ossigeno, senza corde fisse, senza installazione di campi intermedi e, naturalmente, senza l’aiuto di portatori d’alta quota. Per saperne di più occorre rileggersi quanto ha riferito Vinicio Stivanello in Planetmountain. Oggi non c’è disappunto nelle parole di Barmasse quando racconta di quella vetta sfuggita. Lui e David si sentivano felici e appagati della scalata, tutto qui. Di percorrere quei tre metri di parete neanche parlarne. La neve franava sotto i loro passi e, proseguendo, avrebbero messo in moto una valanga e…addio vita. Una vita ancora più preziosa, se possibile, perché riconquistata da Hervé dopo un periodo travagliato trascorso in ospedale, come si è visto nel corso della trasmissione.

“Ma bisogna dirlo chiaramente: i due hanno fatto la scelta giusta e la caratura della loro performance non si deve assolutamente misurare, e non va misurata, da quei tre metri in meno”, osserva Stivanello. “L’alto rischio di valanghe ci ha convinto a non completare gli ultimi metri”, conferma Goettler su FB. “Ma Hervé ed io, dopo tutte quelle ore, dopo oltre 2000 m di dislivello, ci sentivamo felici e soddisfatti. Abbiamo goduto di un panorama incredibile. Eravamo due piccoli uomini persi nell’enorme e selvaggio spazio tra lo Shisha Pangma e il cielo”. Non avrebbe probabilmente condiviso le sue parole il reverendo inglese William Auguste Brevoort Coolidge, gran conquistatore di cime vergini nelle Alpi due secoli fa. L’alpinismo, per Coolidge e i tipi come lui, fa a pugni con le approssimazioni e i sentimenti. E per questo motivo l’inflessibile reverendo contestò aspramente la conquista del Dente del Gigante attribuita dal Cai ai fratelli Sella che non raggiunsero la cima bensì un’elevazione poi battezzata Punta Sella. Una questione di pochi centimetri. Un’inezia dal momento che la cima del Dente è larga quanto un monolocale o anche meno e i due cocuzzoli quasi si equivalgono. Ma un abisso incolmabile per Coolidge. (Ser) 

2 thoughts on “Tre metri che valgono una vita

  • 05/12/2017 at 12:33
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    Forse il titolo giusto di questo post avrebbe dovuto essere “Tre metri che non valgono una vita” o “Tre metri in cambio della vita”. Ma ormai è fatta ed è tardi per cambiare. Insomma, questo lo si capisce benissimo di prim’acchito: non vale la pena di mettere in gioco la vita in cambio di una vetta, anche se si trova a soli tre metri (di dislivello) di distanza.

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