Addio Elizabeth, inflessibile Sherlock Holmes dell’alpinismo

Si è spenta a 95 anni giovedì  25 gennaio 2018 in un ospedale di Kathmandu Elizabeth Hawley. Americana, giornalista, viveva in Nepal da più di mezzo secolo ed era considerata il database vivente d e l l ‘ a l p i n i s m o himalayano, la memoria storica di tutte le imprese che dagli anni 6 0 a oggi sono state compiute sulle più alte montagne del mondo. Nel suo ufficio nel centro di Katmandu – in una villetta tra gli alberi su cui volteggiano le scimmie – c’erano scaffali pieni di libri, scrivanie coperte di foto, ritagli di giornali e fogli di appunti scritti fìtti. Qui venivano certificate e rese note al mondo le imprese, i record, i successi e purtroppo anche le tragedie, che hanno per teatro le vette dell’Himalaya. Il meccanismo era sempre lo stesso. Per tutti i più grandi alpinisti appena mettevano piede in albergo, dopo essere atterrati a Katmandu, il telefono della stanza cominciava a squillare. Era Miss Hawley in persona che chiedeva di essere ricevuta per avere informazioni sulla spedizione. Lo stesso telefono tornava a squillare a missione compiuta, quando Miss Hawley andava a farsi raccontare come erano andate le cose: chi era salito in vetta, chi si era fermato, chi si era sentito male. La Hawley verificava poi tutte le informazioni con scrupolose ricerche incrociate, tanto da meritarsi il soprannome di Sherlock Holmes. Di lei ha raccontato Bernadette McDonald in un libro della collana “Le tracce” diretta da Mirella Tenderini (“Ti telefono a Katmandu”, CDA & Vivalda, 236 pagine, 19 euro). A quanto risulta, la Hawley ebbe un solo torto: avere creduto allo sloveno Tomo Cesen quando costui sostenne di avere scalato in solitaria la parete sud del Lhotse, accreditandone la relazione. Ecco come l’episodio è stato ricostruito nel libro della McDonald.

Tomo Cesen sostenne di avere compiuto nel 1990 la prima salita solitaria alla parete sud del Lhotse.

Unico torto: avere creduto a Cesen

II rapporto primaverile del 1990 venne intitolato da Elizabeth: Una nuova stella brilla nel firmamento dell’alpinismo himalayano. La stella era Tomo Cesen, che era riuscito a mantenere la promessa di scalare la parete sud del Lhotse. Cesen sbalordì la comunità alpinistica mondiale arrampicando da solo, senza campi predisposti e senza ossigeno. Messner aveva osservato bene la parete, e nel 1977 aveva dichiarato che sarebbe diventata un problema alpinistico nel ventunesimo secolo (…). Non poteva immaginare la pazzia di Cesen, che arrampicò da solo impiegando dalla base alla vetta lo straordinario tempo di quarantacinque ore e venti minuti (…). Secondo la dichiarazione che rilasciò a Elizabeth, partì appena dopo pranzo il 22 aprile con un sacco a pelo, due paia di guanti, un sacco da bivacco, due paia di calzini, occhiali da ghiacciaio, cento metri di corda da sei millimetri, otto chiodi da roccia, dieci viti da ghiaccio, tre chili di cibo e tre thermos pieni di bevande. Aveva inoltre due piccozze, ramponi, casco, una lampada frontale, un walkie talkie e una macchina fotografica.

Fu molto meticoloso nel rapporto che fece a Elizabeth: Ie raccontò esattamente a che ora era partito, dove aveva arrampicato, dove e quando si fermò a bivaccare, quante ore dormì, che tempo c’era e qual’era stata la sua strategia. Descrisse dettagliatamente i difficili tratti di roccia coperti di neve inconsistente – lunghi fra i cinquanta e i settanta metri – che si trovavano sotto la vetta e la lunga ed estenuante camminata nella neve soffice che fu costretto a compiere sull’interminabile cresta sommitale. Disse di essere arrivato in vetta alle due e venti del pomeriggio tra fortissime raffiche di vento e di aver raggiunto la base della montagna alle sette del mattino seguente (…). Lei, col suo consueto stile, gli chiese ulteriori dettagli. Cosa aveva visto dalla cima? Che panorama era in grado di descrivere? C’erano segni di altri alpinisti sulla montagna? Le sue risposte furono convincenti (…). Tutti erano concordi nel ritenere che si era trattato di qualcosa di veramente futuristico; più in la durante quell’autunno una spedizione sovietica di venti membri salì per la parete sud impiegando settimane per completare la via, usando anche l’ossigeno. Espressero prima stupore, poi anche dubbi sulle affermazioni di Cesen. Le loro dichiarazioni furono guardinghe: “Se ha compiuto questa scalata deve essere stato una specie di superman” (…)

Quando Cesen tornò a casa, il suo racconto cominciò a essere messo in dubbio. La rivista francese “Vertical” gli chiese di produrre una foto di vetta, cosa che lui fece. Tuttavia, qualche tempo dopo, si scoprì che la foto era del suo connazionale Viktor Groselj (che non fu molto felice dell’accaduto). Alla fine della vicenda Elizabeth e la maggioranza della comunità alpinistica, compreso Messner, cominciarono a dubitare che Cesen avesse scalato la parete sud del Lhotse (…). “E’ un peccato”, afferma Elizabeth, portata a pensare che lui stesso si sia autoconvinto a credere alle sue storie. Dopo il Lhotse non lo vide più.

Bernadette McDonald

da “Ti telefono a Katmandu” © CDA & Vivalda

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