L’odissea del Nanga Parbat

Il polacco Tomek Mackiewicz, 42 anni, padre di tre figli, è stato lasciato in tenda a 7200m ormai agonizzante. La sua compagna di scalate Elisabeth Revol è stata invece raggiunta da un quartetto di alpinisti sopraggiunti con un elicottero e poi a piedi e aiutata a mettersi in salvo. Queste le ultime battute, domenica 28 gennaio 2018, della nuova odissea al Nanga Parbat, il secondo ottomila (dopo l’Annapurna) per indice di mortalità, ovvero per rapporto tra numero delle vittime e numero degli scalatori giunti in vetta, con un valore che si aggira intorno al 28%. E’ stato, quello di Tomek ed Elisabeth, un tentativo al di sopra di ogni ragionevole ardimento in questa stagione invernale? Volentieri cediamo la parola sull’argomento, per sua gentile concessione, a Fabio Palma, ingegnere, alpinista appassionato, presidente dei Ragni di Lecco, che così si esprime la stessa domenica nel sito dei celebri maglioni rossi della Grignetta.

Mackiewicz aveva dedicato tutta la sua passione di alpinista al Nanga Parbat che ha sfidato per sette volte, a quanto informa Alessandro Filippini sulla Gazzetta dello Sport (ph. clearskiesahead.com)

Quella magnifica ossessione

Ho seguito, e abbiamo seguito, quello che è accaduto e sta accadendo al Nanga Parbat in questi giorni. Per quanto le salite sugli 8000 siano lontane da quello che ci piace salire, ammiriamo coloro che si impegnano anche al di là di ogni ragionevole ardimento per compierle con stile e ferocia motivazione. E credo che per quanto riguarda queste qualità, Tomek Mackiewicz e Elisabeth Revol non possano che prendere dieci in pagella da qualunque maestro o giudice di alpinismo al mondo. Oltretutto giusto due giorni fa mio figlio (stavamo parlando di altri) mi ha detto una sua frase che cercavo da anni ma che nella sua semplicità non ero mai riuscito a coniare ,“io mi sono detto, non criticare mai ciò di cui non sei al 100% sicuro di far meglio”, e direi che anche per tutta questa vicenda dal sapore mitologico è una didascalia azzeccatissima.

E ugualmente voto dieci su dieci e con Lode unica e perenne i signori Denis Urubko, Adam Bielecki, Piotr Tomala e Jaroslaw Botor, i quali non solo su un certo tipo di alpinismo sono il meglio al mondo ma anche, con la loro decisione di offrirsi volontariamente ad andare a soccorrere Tomek ed Elisabeth, hanno mostrato quello che significa essere UOMINI veri e non, come disse il grande Totò, semplici caporali, magari incensati dalla gente.

Di loro conosco solo Denis, uno che se lo metti a leggere il giornale su un terrazzo d’inverno a Livigno non ti chiede neppure la frontale. Uno per cui lo stile è tutto (stile alpino sempre e comunque, altrimenti niente: come i due che ha deciso, a rischio della propria vita, di andare a salvare), ma queste sono cose nostre e di quei pochi a cui gliene frega qualcosa. Invece dovrebbe fregarne a tutti l’umanità che ha mostrato lui e gli altri tre polacchi al mondo intero.

Storie così ce ne sono a migliaia dove c’è guerra e disperazione, non hanno spesso report e soltanto se qualche bravo regista o reporter riesce a farsi dare un microbudget ne veniamo a conoscenza (mentre certe trasmissioni televisive sforano ogni decenza logica con pianti e piagnistei su storie che manco hanno l’umanità dentro, figuriamoci la tristezza. Ma sto divagando, sorry).

In questi giorni noi Ragni stiamo festeggiando nostre salite e nostre gratificazioni, come ci sta accadendo molto spesso in questi anni, ma mi è parso giusto scrivere queste righe per dirvi che non siamo sensibili soltanto a quello che facciamo noi, anzi. Tutto ciò che è alpinismo umano e grandioso ci appassiona e ci fa meditare, eravamo tutti in prima fila ad applaudire Alex Honnold e abbiamo pianto per Ueli e Dean, che conoscevamo molto bene e che erano, SONO, nostri MITI (sì, li abbiamo, alla grande). Magari cerchiamo di dire sottovoce quello che pensiamo anche perché quando c’è di mezzo la vita le parole diventano asce o massi e possono anche offendere o far star male delle persone che non lo meritano per niente. Che tutto sia misurato, pacato e sereno, in questa disciplina unica che è l’alpinismo. E infine non criticherò mai chi ha subito un’ossessione nella vita perché, sinceramente, non sono uno che possa dire qualcosa di negativo su questa cosa. La maggior parte dei miei ragazzi, a volerla dire tutta, per molta gente potrebbero essere degli ossessionati. Va così.

“I suoi capelli chiari sembravano bianchi. Sembrava avesse quattordici anni e che andasse per un’età che non era mai esistita. Sembrava che fosse sempre stato seduto in quel posto e che Dio gli avesse creato intorno gli alberi e le rocce. Assomigliava alla propria reincarnazione e poi alla reincarnazione della propria reincarnazione. Soprattutto sembrava preso da un’enorme tristezza. Come se si portasse dentro la notizia di una perdita orrenda di cui nessun altro aveva ancora sentito parlare. Un’enorme tragedia non relativa a un fatto, incidente o evento, ma alla natura stessa del mondo” (da “Oltre il confine”, Cormac Mac Carthy).

Fabio Palma

Presidente dei Ragni di Lecco

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