Cancellato l’Annapurna Trail. Colpa del progresso

Sosta al sedicente (e fatiscente) hotel “Monalisa” nella Kaligandaki. Nella foto in alto piccoli visitatori in un campo montato nella Marshiandi: a sinistra l’autrice di queste note.

Il giro dell’Annapurna in Nepal non risulta più praticabile a piedi, o forse non conviene più farlo con il cosiddetto cavallo di San Francesco. Con un innegabile tuffo al cuore gli appassionati del trekking lo apprendono leggendo il bel fascicolo che Meridiani Montagne dedica all’Himalaya del Dolpo. “Nuove strade e terremoto hanno fatto sparire alcuni degli storici sentieri nepalesi”, spiega Stefano Ardito che da quelle parti è di casa. Con tono accorato, il giornalista informa che è stato addirittura “cancellato” il magnifico giro dell’Annapurna “dove chi non vuole camminare accanto alla polvere sollevata dal passaggio delle jeep può limitarsi a salire da Manang al Thorong La, e poi scendere al santuario di Muktinath”. Probabilmente –  lo si deduce scorrendo in Google le offerte delle agenzie turistiche – delle nuove strade si avvantaggiano i ciclisti che ora possono affrontare in sella, questione di gusti, ciò che resta del più celebre sentiero del mondo. Va ricordato che qui ogni anno nel secolo scorso 45 mila turisti sostavano nei villaggi e nei lodge, camminando tra risaie e poi tra boschi, giganti di granito e di ghiaccio, foreste di rododendri. Di questo itinerario, chiuso tra i giganti himalayani dell’Annapurna e del Dhaulagiri, conserva un ricordo incancellabile la milanese Marina Nelli, scrittrice e insegnante, che per gli amici di mountcity ha riaperto il diario di quella splendida avventura. Le foto sono di Roberto Serafin. Correva l’anno 1992. Nel suo diario, Marina descrive le fatiche, gli smarrimenti, le paure, ma anche le piccole grandi gioie quotidiane di questo meraviglioso trekking che a quanto pare, e salvo smentite, non conviene più fare.

Il gruppo dei trekker al Thorong La, un passaggio obbligato a oltre cinquemila metri.

L’avventura di Marina s’inizia il 16 aprile 1992 partendo da Kathmandu “stipati su uno scassatissimo camion con una decina di portatori, in mezzo alla polvere, sballottati come sacchi di patate”. L’indomani il gruppo si divide: in sette vanno avanti per salire sul Pisang Peak (6092 m), gli altri s’incamminano sul grande sentiero. Si attraversano per cominciare i villaggi di Besishahar, Barbarpuhar, Haraku Sangu (1° ponte), Tanaute, Best Sahar, Khudi (2° ponte), Bhulbhule a 850 m. In tutto 9,5 km. Sembra intanto che il gruppo del Pisang Peak abbia problemi con i portatori. Sul sentiero caldo e afa. Si leva un gran vento che viene da nord e costringe a ripararsi dentro un lodge a Syane. La domenica di Pasqua comincia un su e giù abbastanza faticoso lungo il fiume Marsyangdi sempre più torrentizio. La valle comincia a stringersi e il paesaggio diventa montagnoso, la gente è più socievole e meno misera, i bambini non chiedono penne e rupie e hanno un’aria più sana. Il fatto di viaggiare con tende al seguito e dover dipendere dai portatori presenta qualche inconveniente: uno è doversi affrettare al mattino per preparare tende e sacche in modo da farli partire al più presto, l’altro è che quando arrivi al posto tappa devi aspettare almeno tre ore prima di poter avere la tua sacca. A Pasquetta ci si inoltra in una foresta di abeti e rododendri a picco sul torrente, tra cascate d’acqua e gorgheggi di uccelli. Un luogo da favola. Il sentiero sale in continuazione finché si arriva a Temang. Dopo Chame il sentiero corre ripido in un ambiente selvaggio e suggestivo sovrastato dall’Annapurna. Lungo il sentiero ci si imbatte in alcune scenette di vita quotidiana: un mulino all’interno del quale un vecchio mugnaio sta macinando un cereale non meglio identificato, una bella donna giovane intenta a fare i compiti di scuola con i suoi bambini, tutti seduti per terra, due ragazzetti che giocano con cerchi di ferro facendoli correre sul sentiero, due donne che puliscono con la cenere grandi orci di rame.

Tre pellegrine in marcia nella Kaligandaky spazzata dai venti.

A Pisang acclimatamento e riposo. La vista sull’Annapurna II è straordinaria ma fa paura: il gigante è incombente e minaccioso con i suoi mostruosi seracchi. A Manang sistemazione nello Yak lodge. Le camerette sono squallide, con lettini di legno dotati di esigui materassini di gomma e un panchetto, però c’è la luce e la stanza dove si mangia ha un bel tavolone circondato da comode panche e, udite udite, è quasi riscaldato! Nevica di brutto. Da Manang ci si muove con un gruppone di 30 persone tra turisti e portatori per la fatidica marcia di avvicinamento al Thorong pass. Si continua a risalire la Marsyangdi. Il paesaggio ora è desertico e battuto da un venticello gelato fino al pianoro dove si trova la base per la salita al passo: trattasi di due case di pietra con ristorante e lodge-rifugio. Partenza alle 3 meno 5 minuti nella notte illuminata da una stellata perfetta e da uno spicchio di luna. Così in 4 ore, con 12 gradi sotto zero, si arriva al passo flagellato da un vento gelido barcollando e con la testa indolenzita ma felicissimi di avercela fatta.

La discesa su Muktinath è lunghissima e la si fa a tappe, con calma. Muktinath consiste in un gruppo di case e lodge immersi nella polvere e nella spazzatura, non c’è un filo di verde e l’acqua scorre in tubi neri. Il paesaggio però è suggestivo: un insieme di paesini abbarbicati su alture poste sui due lati di una valle profondamente incassata, in un ambiente arso e brullo, su terreno alluvionale con calanchi. La discesa sulla valle Kaligandaki è bellissima, tra calanchi color terra bruciata, mandrie in movimento che risalgono la valle.

Nel secolo scorso più di 45 mila turisti di ogni parte del mondo sostavano ogni anno nei villaggi e nei lodge.

Marpha, con una strada lastricata immersa tra alberi da frutta (mele, albicocche e pesche), le case di pietra pitturate di bianco e bei negozi, accoglie i trekker. Il percorso passa poi dal villaggio di Kalopani e finalmente si cala su Lete, un microscopico paesino il cui cielo è solcato ogni tanto dalle aquile. Si dorme in tenda immersi nel frastuono dei tuoni e del vento, a strapiombo sul fiume Kaligandaki che in questo punto corre precipitosamente tra pareti rocciose. “Durante il percorso”, racconta Marina, “ci rallegrano le molte carovane di asini e muli, che venendo in senso contrario ci obbligano a farci da parte per cedere il passo. Ogni tanto attraversiamo qualche campo di grano maturo dove i mietitori, donne, uomini e bambini di tutte le età, tagliano in grande allegria col falcetto le spighe una a una. Notiamo qualche orto con alberi da frutta, qualche pianta fiorita, qualche casa meglio costruita delle altre con le caratteristiche finestre di legno intagliato”.

L’arrivo a Tatopani è rallegrato da un piatto di rost porc cucinato magistralmente da un cuoco indiano e servito nel fioritissimo cortile di un lodge colorato di azzurro e pieno di ragazzi trekker. A Birethanti al tramonto, quando il cielo si rasserena, si vede la cima del Machapuchare, la montagna sacra che nessuno può scalare. A venti minuti di strada a piedi un camion aspetta infine i turisti per portarli a Pokhara. Ad accogliere la comitiva a Pokhara, frequentato centro turistico, è un bell’albergo comodo, con giardino fiorito e sedie a sdraio, dove fare una vera doccia e sedersi su un cesso come si deve. Missione compiuta.

Scarica qui l’Annapurna trail tappa per tappa, diario originale di Marina Nelli

Il gruppo dei trekker italiani posa in vista della conclusione dell’Annapurna Trail.

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