Sfide estreme e conseguenze sulla salute

Si è tenuto in gennaio a Champery in Vallese, Svizzera, il Congresso Francofono di Medicina di Montagna. Si svolge ogni due anni ed é organizzato dal GRIMM (“Groupe d’Intervention Médicale en Montagne”). Numerosi i medici presenti, molti dei quali molto giovani. Ne riferisce il dottor Gian Celso (Gege) Agazzi, alpinista e medico di montagna. Dal suo réport che pubblichiamo per gentile concessione emerge l’impegno delle centinaia di specialisti che vigilano sulla salute e l’integrità fisica di chi sale in quota per pura passione, impegnandosi in sfide estreme. Un accento particolare è stato messo durante il convegno anche sulle patologie che le gare podistiche sulla lunga distanza sempre più diffuse possono causare agli atleti.

Ma il rischio può avere anche effetti benefici

Il Congresso Francofono di Medicina di Montagna ha avuto inizio mercoledì 17 gennaio 2018 con una presentazione di Le Breton, professore di sociologia e antropologia presso la facoltà di Scienze Sociali di Strasburgo e di Nader Perroud, specialista in psichiatria e psicoterapia dell’HUG di Ginevra, che hanno parlato degli sport estremi e dei comportamenti a rischio che nascono dalla ricerca di novità o dalla ricerca di sensazioni forti, dal desiderio di andare incontro a dei rischi, dalla voglia di superare i propri limiti e di superare la paura. Esiste la voglia di cambiare ciò che si è. Il soggetto è un “dopamine addict” o “adrenaline addict”. Il rischio può avvicinare alla natura, un vero beneficio in mezzo alla monotonia della vita di tutti i giorni, andando alla ricerca di un possibile modello, di trasformare la propria identità. Valerie Duchatelle, cardiologa dell’Hôpital du Valais, campionessa di Francia di paracadutismo dal 2006 al 2008 e medaglia di bronzo in occasione del campionato del mondo di paracadutismo “freestyle” nel 2006, ha illustrato la sua esperienza di paracadutista e paralpinista, con i lanci dalle pareti di Lauterbrunnen e dai contrafforti della parete Nord dell’Eiger. Ha affermato che il 44 % dei praticanti hanno subito un incidente, mentre si registrano in Svizzera 22 morti all’anno, dei quali l’80% nel Wingsul. Il maggior fattore di rischio in questo sport estremo pare essere la mancanza di esperienza. Occorre rispettare una certa progressione nell’avvicinarsi a questa disciplina. È importante la presenza di un “mentore” sperimentato, occorrono una pratica assidua e un piccolo gruppo cui appartenere. Oltre a ciò importanti sono la forma fisica e mentale, l’utilizzo di un materiale di buona qualità, il meteo, che deve essere nelle giuste condizioni, e l’esatta valutazione del tipo di salto. Anche la fortuna ha la sua importanza in talune circostanze. Si tratta di una ricerca di libertà, di un voler sentirsi all’altezza o della ricerca di una certa autenticità di fronte a una società ipocrita. Queste sono le motivazioni per i praticanti questo sport estremo e rischioso. Si tratta di uno sport che è creazione artistica e che esprime creatività, una intensa ricerca di un rapporto tra piacere e rischio, che ben si compenetrano.

Vale sempre nelle operazioni di soccorso la regola del “load and go”, ovvero un trasporto rapido in ospedale…

L’esploratore Mike Horn, di origine sudafricana, ha tenuto un’interessante e coinvolgente conferenza nel corso della quale ha parlato delle sue innumerevoli imprese estreme, tra le quali il tentativo della salita al K2 e l’attraversata dell’Antartide a piedi,con partenza in barca a vela da Cape Town. Mike, dopo di aver lasciato la barca che lo ha trasportato in Antartide, ha percorso ben 5100 chilometri a piedi. Alla fine dell’attraversata è rientrato a bordo di una nave. Moltissimi sono stati gli spettatori presenti in sala. Tobias Zingg, chirurgo del FMH-CHUU di Losanna ha parlato degli eventi traumatici gravi che danno luogo a un arresto cardiorespiratorio (ACR), con una sopravvivenza globale del 2%. In questi casi può subentrare una encefalopatia anossica. I fattori condizionanti sono: il trasporto, il tipo di ferite (penetranti o non penetranti), la localizzazione delle lesioni (torace, extra-toraciche), la presenza o l’assenza di segni vitali. Può essere utile l’utilizzo dell’ecografia per facilitare l’inquadramento diagnostico. Ci si deve concentrare su ciò che può essere trattabile sul posto in fase pre-ospedaliera. Fondamentali sono l’ossigenazione e la ventilazione del paziente. Vanno prontamente individuati un accesso intravenoso o intra-osseo (omero o sterno). Può essere utile la somministrazione di acido tranexamico, limitando l’uso dei cristalloidi e favorendo, invece, l’utilizzo di trasfusioni di sangue. Anche le eventuali emorragie vanno trattate utilizzando cintura pelvica, tourniquet, bendaggi compressivi, e riducendo le fratture, se possibile. In caso di pneumotorace, occorre intervenire con una toracotomia. Vale la regola del “load and go”, ovvero un trasporto rapido in ospedale.

È seguita la relazione di Moens Didier, medico specialista in medicina d’urgenza del Centre Médical Héliporté del CMH di Liége che ha parlato delle applicazioni dell’ecografia alla traumatologia di urgenza. Con gli ultrasuoni si possono esaminare la presenza di sangue o liquido nella cavità peritoneale o nel torace o nel pericardio. Si può valutare la funzionalità del ventricolo sinistro o la dilatazione del ventricolo destro, la presenza di edema polmonare o la perdita di sangue nelle donne gravide. Può venire valutata un’ipertensione intracranica oppure la presenza di fratture di ossa lunghe. L’ecografia può servire nella ricerca di un accesso venoso centrale o periferico, nel triage e nell’arresto cardiaco. Gli ultrasuoni possono essere utili nel valutare un tamponamento cardiaco, oppure il diametro del nervo ottico, ai fini della misurazione della pressione intracranica. Si tratta di una strumentazione di facile utilizzo, affidabile e veloce che può cambiare la fase pre-ospedaliera della medicina di emergenza in modo semplice e positivo. È utile anche nella valutazione dell’edema cerebrale o polmonare d’alta quota. Corinna Schön, medico legale di Berna, presidente della Società Svizzera di Medicina di Montagna, è, poi, intervenuta per parlare delle ferite causate dall’equipaggiamento tecnico da montagna (ramponi, piccozza, corda, imbragatura). Occorre procedere ad una attenta valutazione delle lesioni presenti sul corpo del ferito, cercando di ricostruire al dinamica di un incidente in montagna. Talvolta le ferite vengono prodotte durante le fasi di un soccorso. Importante risulta essere lo scambio di informazioni tra team di soccorso ed investigatori. Importante anche la foto documentazione sul luogo dell’incidente.

Negli atleti delle ultratrail possono verificarsi, secondo i medici riuniti nel Vallese, fenomeni di abbassamento delle difese immunitarie.

Patrick Basset, medico anestesista-rianimatore, membro della commissione medica dell’Utratrail du Mont Blanc, ha parlato della medicalizzazione di quest’ultima gara, con particolare riferimento alle patologie che la gara può causare agli atleti. Possono verificarsi episodi di collasso (semplice o complicato), rabdomiolisi muscolare, patologie gastrointestinali, patologie d’alta quota, traumi vari, patologie da calore o anche da freddo. I medici che prestano servizio lungo il percorso della gara devono essere in grado di intervenire in modo competente e celere. Negli atleti degli ultratrail possono verificarsi fenomeni di abbassamento delle difese immunitarie. L’ipertermia può causare iponatremia, ovvero intossicazione d’acqua con conseguente edema cerebrale. Gli atleti vanno seguiti prima, durante e dopo la gara. Nel corso delle gare di lunga distanza si sono verificati degli arresti cardiaci.

Il medico svizzero Urs Wiget, già presidente della Commissione Medica della Cisa-Ikar e presidente fondatore del GRIMM, ha ricordato la figura di Bruno Durrer, grande figura della medicina di emergenza in montagna, scomparso da poco più di un anno. Bruno è stato presidente della Commissione Medica dell’UIAA ed ha fatto parte per molti anni della Commissione Medica della Cisa-Ikar. Ha organizzato corsi di formazione per la medicina di montagna, tra cui un diploma in medicina di montagna. Si è a lungo occupato della medicalizzazione di Air Glaciers. È stato autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Sono stati pure ricordati Nicolas Fauchère, e Paloma Friedrich da poco scomparsi.

La presa in carico dei feriti è compito del medico, responsabile della strategia dell’intervento. Al medico spettano la medicalizzazione, il triage e la scelta della destinazione dei feriti. Qui la dottoressa Annalisa Fioretti, a sinistra, durante un soccorso in alta quota nel Nepal sconvolto dal terremoto.

Françis et Sebastien, soccorritori delle Portes du Soleil, hanno  parlato dell’organizzazione del soccorso in montagna transfrontaliera nella regione, dove esistono 8 stazioni sciistiche francesi e 4 svizzere e dove esiste una valida collaborazione tra le varie squadre di soccorso francesi e svizzere. Dal 1980 ad Avoriaz vi sono due elicotteri per il soccorso in montagna. Monika Brodmann Maeder, specialista in medicina interna e in medicina d’urgenza di Berna e ricercatrice senior dell’EURAC di Bolzano, ha parlato nel corso della sua presentazione dal titolo “What’s new?”, dell’attività di soccorso in Nepal. Dal 2009 esiste il soccorso aereo, dopo gli interventi di Gerold Biner e Bruno Jelk di Air Zermatt, che hanno organizzato dei corsi di formazione per piloti di elicottero e soccorritori. Grossi incidenti si sono verificati sull’Icefall nella valle del Khumbu il 18 aprile del 2014 e al Thorong La il 25 ottobre 2014. Nell’aprile del 2015 si è verificato il terremoto che ha distrutto parte del Nepal. Monica ha parlato del “Pasang Lhamu Nicole Niquille Hospital” che si trova a Lukla nella valle del Khumbu. È assolutamente indispensabile che le attività di soccorso in montagna in Nepal crescano, dando così più spazio alla medicina di urgenza in montagna. Successivamente Philippe Venetz, medico anestesista e intensivista dell’Hopital de l’Ile di Berna, ha riportato alcuni casi di soccorso in montagna. Gabriel Besson, guida alpina, e Gregory Bueche, pure guida della Maison FXB di Air Glaciers, hanno illustrato alcune tecniche di salvataggio in montagna, sottolineando l’importanza del lavoro di equipe. Fondamentale è che nella squadra di soccorso vi sia un team leader in grado di dare ordini, di coordinare le varie fasi dell’operazione compresi estrazione e trasporto dei feriti, responsabile anche della sicurezza. In Svizzera nella squadra dell’elisoccorso ci sono pilota, assistente di volo, guida alpina e medico.

È stata descritta una missione di soccorso sul “mur de la cote” Grand Combin che ha salvato una cordata di tre alpinisti scivolati sul ghiacciaio per circa 150 metri. Sono intervenuti due elicotteri della base di Air Glaciers di Sion in Vallese. La presenza di nebbia a circa 4100 metri di quota ha complicato le operazioni di soccorso, rendendo necessario l’utilizzo della “long line”. Grazie ad un’eccellente comunicazione tra pilota e soccorritori, l’operazione si è conclusa positivamente. Si è, poi, parlato di un recupero sulla “tyrolienne” della via ferrata di Grimentz in Canton Vallese, con il recupero di un ferito con entrambe le gambe fratturate. In ogni tipo di intervento di soccorso in montagna vanno attentamente valutati il grado di impegno, le risorse umane a disposizione, il materiale di soccorso, la durata e l’eventuale prolungamento dell’intervento, le difficoltà incontrate. Il pilota dell’elicottero deve valutare la visibilità ed il margine di potenza del mezzo. La guida alpina, invece, deve valutare il pericolo oggettivo, le condizioni atmosferiche ambientali, e le risorse di materiale tecnico a disposizione. Nel team di soccorso vi sono fiducia reciproca, competenze specifiche, ottima comunicazione tra chi è dentro l’elicottero e chi è fuori.

Una tavola rotonda sul futuro del salvataggio in montagna è stata condotta dal giornalista Claude Défago cui hanno partecipato Ali Krim, Marion Poitvenin, Pascal Gaspot, Adriano Favre, Giulio Signo, Stephane Bozon, Philippe Borio, Matthieu Doutreleau. È stato fatto notare come lo sport in montagna diventa sempre più di alto livello e sempre più tecnico, con una maggiore accessibilità, con una notevole evoluzione dei materiali utilizzati. Occorrono programmi di prevenzione adeguati e vanno date informazioni corrette e non fuorvianti. La montagna viene talvolta banalizzata o volgarizzata. Occorre tener conto degli importanti cambiamenti climatici che stanno condizionando natura e montagna.

In ogni tipo di intervento di soccorso in montagna vanno attentamente valutati il grado di impegno, le risorse umane a disposizione, il materiale di soccorso, la durata e l’eventuale prolungamento dell’intervento.

E’ stata organizzata un’interessante conferenza con la presenza di Caroline Codò, medico che si occupa dell’organizzazione del soccorso in montagna nella regione del Chalten in Patagonia. È intervenuto anche Ariel Amthauer, soccorritore e guardia-parco del Parque Nacional Los Glaciares. L’attività di soccorso in questa remota regione del pianeta è difficoltosa e difficilmente può usufruire dell’elisoccorso. È seguita una conferenza di Denis Burdet, guida alpina. Marc Blancher medico dell’emergenza del CHU di Grenoble ha presentato una relazione riguardante il trattamento dell’ipotermia stadio IV nella fase pre-ospedaliera, secondo la classificazione svizzera, che prevede una correlazione tra temperatura corporea e clinica. Nonostante ci si trovi di fronte a uno stato di morte apparente del paziente con assenza di segni vitali, non ci si deve fermare. Serve registrare l’attività cardiaca (ECG) per un minuto. Si deve iniziare la rianimazione cardio-polmonare e va confermata la presenza di uno stato di ipotermia tramite la misura della temperatura corporea rilevata con un termometro epitimpanico. Va eliminata, se possibile, la causa evidente di arresto cardiaco. Molto utile può essere la determinazione del potassio ematico. Il triage va effettuato in ambiente ospedaliero. Si deve isolare il paziente ipotermico con “Buble Wrap”. Successivamente è intervenuto Mathieu Pasquier di Losanna, medico specialista in medicina interna e in medicina d’urgenza pre-ospedaliera, che ha indicato quando è possibile rianimare i pazienti gravemente ipotermici. I pazienti anziani hanno meno probabilità di sopravvivenza rispetto a quelli più giovani. Le donne sopravvivono di più. Importante la presenza di testimoni che abbiano assistito al travolgimento in valanga per calcolare il tempo di seppellimento e per localizzare la vittima. Occorre usare lo “score hope”. Varia la durata della rianimazione. Va migliorato il processo decisionale e devono ridursi le rianimazioni inutili. Sempre fondamentale il dosaggio del potassio ematico che può essere indice di irreversibilità.

È stato, poi, illustrato il progetto europeo Rés@mont. Sono intervenuti Jean Pierre Fosson, segretario generale della Fondazione Montagna Sicura per parlare del progetto Alcotra. Il Monte Bianco è un laboratorio esemplare per la ricerca applicata all’alta quota. Con questo progetto è stata messa a punto una rete transfrontaliera riguardante la medicina di montagna attorno al massiccio del Monte Bianco. Guido Giardini, responsabile dell’Ambulatorio di Medicina di Montagna e primario del reparto di Neurologia dell’Ospedale di Aosta, ha parlato delle applicazioni della telemedicina, nelle telecomunicazioni mediche. Sono state effettuate in Valle d’Aosta 500 teleconsultazioni di primo livello e 100 di secondo livello. Sono stati raccolti 350 questionari per esaminare dati. È stata realizzata una piattaforma web presso il Rifugio Torino, il Rifugio Mantova, il Rifugio Arbolle, la Casermetta del Col de la Seigne in Val Veny e a Cogne (presidio). Nell’estate del 2017 sono state effettuate 634 teleconsultazioni, delle quali il 12% per aiutare soggetti portatori di patologie croniche. Sono state effettuate video-ecografie. Per il futuro si prevede un collegamento di telemedicina con 20 rifugi della Valle d’Aosta e di 5 centri turistici. Per il 2018 si prevede di avere collegamenti anche con il Rifugio del Teodulo, con La Thuile e con Champoluc. Vengono applicate le direttive messe a punto dalla “carta di Cogne”.

L’uso della telemedicina è valido per raggiungere valli chiuse a causa delle valanghe causate dalle abbondanti nevicate. Emmanuel Cuchy, medico francese, direttore di Ifremmont di Chamonix, ha illustrato il sistema SOS-MAM che prevede un servizio di corrispondenza e di assistenza medica tramite telemedicina per supportare spedizioni alpinistiche extra-europee che necessitano di aiuto in campo sanitario tramite l’utilizzo di telefoni satellitari. Si tratta di un “Call Center” gestito da “medici esperti in medicina di montagna”. Fino ad ora sono state effettuate 156 teleconsultazioni. Il costo è di 46 euro per teleconsultazione, e di 50 euro per l’abbonamento. Cauchy ha stabilito un contratto di assistenza con alcune agenzie di viaggio che organizzano trekking o spedizioni nel mondo.

I medici svizzeri vallesani hanno, invece, creato un App per “smart phone” per fornire assistenza sanitaria ad alpinisti e trekker. Interessante l’esperienza alla Cabanne des Vignettes a 3100 metri di quota, dove il custode Jean Michel gestisce un collegamento di telemedicina. Manuel Genswein ha presentato una relazione sul programma di simulazione nel soccorso in valanga Monte Carlo. Jean Blanchard, medico anestesista di Montreux, e Pierre Féraud, medico specialista in medicina interna e in medicina di emergenza di Sion, hanno parlato della storia del soccorso in montagna sulle Alpi. Blanchard ha parlato in particolare dei primi soccorsi sul Monte Bianco, sul Cervino e sulla Meije. Féraud ha ricordato, invece, i primordi del soccorso aereo in montagna; in particolare ha voluto ricordare la leggendaria figura di Hermann Geiger, il pilota dei ghiacciai, inventore del salvataggio moderno, morto in un incidente aereo il 26 agosto del 1966.

Jean Paul Richalet, fisiologo di Parigi, ha parlato dell’importanza dei chemorecettori carotidei nel processo di adattamento all’alta quota. Ovunque nel corpo umano sono situati recettori per l’ipossia. Richalet ha elencato i fattori che favoriscono e quelli che predispongono al Male Acuto di Montagna. Esiste una risposta ventilatoria all’ipossia, situazione nella quale si verifica carenza di ossigeno. In alta quota si verificano una disfunzione epiteliale e della muscolatura liscia che portano ad una vasocostrizione polmonare. Da oltre 25 anni Richalet ha messo a punto un test all’ipossia per individuare coloro che soffrono il male acuto di montagna. Esiste uno score predittivo per individuare la suscettibilità alla Patologia Severa d’alta quota (SHAI) e per valutare i rischi dell’esposizione all’alta quota. È importante salire lentamente in alta quota, senza superare i 400 metri di dislivello al giorno. La capacità di adattamento alla quota migliora con l’avanzare dell’età, affrontando sforzi moderati. Richalet ha sottolineato l’importanza di una visita medica preventiva. In Francia esistono 22 centri di medicina di montagna in grado di valutare la suscettibilità individuale al male acuto di montagna.

Hugo Nespoulet dell’Ifremmont di Chamonix ha parlato del sonno in altitudine, che risulta perturbato a partire dai 2000 metri di quota (20-25%). Dai 4000 metri è alterato per il 67%, mentre oltre i 5000 metri è disturbato al 100%. L’organismo umano appare abbastanza vulnerabile alla mancanza di ossigeno in quota. Si verificano desataurazioni a livello ematico che richiedono una rapida discesa, se possibile, la somministrazione di ossigeno e di acetazolamide. Occorre fare attenzione nel somministrare sonniferi in quanto farmaci depressori della ventilazione polmonare. Le apnee durante il sonno in alta quota sono fisiologiche. Occorre evitare esercizi intensi al risveglio in alta quota.

Gregoire Millet, fisiologo dell’esercizio di Losanna, ha presentato una relazione dal titolo “Performance au sommet”, spiegando i vari tipi di allenamento per l’alta quota realizzabili con sistemi artificiali nelle camere ipossiche sul livello del mare. Ha sottolineato la differenza esistente tra ipossia normobarica e ipossia ipobarica. Tobias Merz, specialista in medicina interna e in medicina intensiva dell’Hôpital delI’lle di Berna, ha parlato della fisiopatologia delle malattie causate dall’alta quota: MAM (male acuto di montagna), HAPE (edema polmonare acuto) e HACE (edema cerebrale acuto). Il 20-25 % degli alpinisti soffre di Male Acuto di montagna a quote estreme. La maggioranza degli alpinisti soffre in quota di un edema vasogenico del cervello.

Claudio Sartori, specialista in medicina interna del CHUV di Losanna, ha parlato dell’edema polmonare in alta quota (HAPE). Lo 0.2-7% degli alpinisti non acclimatati alla quota soffre di codesta patologia a 4000 metri, mentre il 2.5-15% ne soffre a 5500 metri. Tra i fattori di rischio: l’alta quota, la salita rapida, l’età, la suscettibilità individuale, l’esercizio troppo pesante, la comorbidità. Fondamentale è la prevenzione. Si ipotizza un’incidenza tra il 50 e il 75% di edema polmonare subclinico negli alpinisti a 4500 metri. Un’alterazione della permeabilità capillare a livello polmonare può provocare questa patologia d’alta quota. Utile può essere l’utilizzo diagnostico degli ultrasuoni per evidenziare la presenza di liquido nei polmoni. Si verifica una vasocostrizione a livello polmonare che determina zone di irregolare distribuzione di edema polmonare. Dopo la seconda notte di soggiorno a 3500 metri può comparire la vasocostrizione a livello polmonare che altera la sintesi dell’ossido nitrico. Si verifica uno stress ossidativo. Pure la mancanza di ferro sembra favorire la vasocostrizione polmonare. La presenza di un’infiammazione può favorire la comparsa di un edema polmonare. Esiste, inoltre, una suscettibilità individuale. La presenza nell’anamnesi di un pregresso edema polmonare nel 60% dei casi può determinare alla stessa quota del precedente un altro episodio analogo. La genetica potrebbe spiegare la predisposizione individuale alle malattie causate dall’alta quota. Il micro-RNA circolante e la metilazione del DNA potrebbero predire l’edema polmonare d’alta quota. L’epigenetica potrà, forse, spiegare in futuro molti aspetti fisiopatologici dell’edema polmonare, in base alla regolazione dell’espressione genica.

In molti vogliono salire sul Kilimanjaro, ma il tempo dedicato alla salita è troppo poco e il rischio di arresti cardiaci dovuti all’impegno fisico e alla quota è statisticamente elevato…

Bengt Kayser, ricercatore dell’istituto delle Scienze dello Sport dell’Università di Losanna, ha parlato del trattamento e della prevenzione delle patologie d’alta quota, includendo alcuni aspetti del doping in montagna. Ha riportato una frase “Did you take your triple-D today?” detta in Himalaya da un alpinista giusto per evidenziare l’assunzione impropria di farmaci, un problema ormai noto, purtroppo, nel mondo dell’alpinismo. Ha, inoltre, affermato che è sempre meglio prevenire che curare. La prevenzione rimane, infatti, la chiave per affrontare con serietà l’alta quota, evitando tanti problemi. Fa effetto pensare ai 40 morti all’anno sul Kilimanjaro, anche se la cifra non è ufficiale. In molti vogliono salire questa montagna africana, ma il tempo dedicato alla salita è troppo poco. Servono almeno 8 giorni (85% di successo) per salire con una certa sicurezza, senza avere inconvenienti. Per la profilassi del male di montagna si possono utilizzare acetazolamide, dexametasone , ma solo se necessario, seguendo l’indicazione di un medico esperto in medicina di montagna. Kayser si è espresso contro l’utilizzo di farmaci per migliorare la prestazione fisica in alta quota. Ne hanno fatto uso, ai tempi, Herzog e Lachenal all’Annapurna, Hermann Buhl al Nanga Parbat, e Tom Horbein, durante la prima salita americana all’Everest, aveva dato qualche indicazione agli alpinisti partecipanti alla spedizione durante la discesa. Mallory, alpinista inglese degli anni ’20, era contrario all’uso dell’ossigeno sugli ottomila. Tenzing e Hillary effettuarono la prima salita dell’Everest con l’ossigeno supplementare. Kayser ha detto che un’indagine effettuata sul Thorong La (5400 metri) su dei trekkers ha evidenziato che uno su cinque assumeva acetazolamide (automedicazione). Il ricercatore svizzero ha parlato di salute, uguaglianza, libertà e dignità ed ha detto che si deve, comunque, cercare di capire il “grimpeur dopé”. L’assunzione di farmaci in alta quota per migliorare la prestazione è una scelta individuale. Il tema del doping nell’alpinismo è molto attuale e dibattuto. I farmaci dovrebbero essere utilizzati solo come profilassi, se necessario, o per trattare le malattie provocate dall’alta quota, ma non per farsi del male, per migliorare la propria prestazione.

Martial Saugy del Centro Anti-Doping dell’’Istituto di Scienze dello Sport del CHUV di Losanna, ha tenuto un’interessante relazione sul doping, affermando che la scienza, la medicina e la legge ne sono i principali attori. È seguita un’interessante tavola rotonda, alla quale hanno partecipato Marco Maggiorini, Petre Bärtsch, Jean Paul Richalet, Bengt Kayser, Hugo Nespoulet, Claudio Sartori, Martial Saugy, Tobias Mertz e Grégoire Millet. Ne è emerso che ogni alpinista definisce in modo molto personale la salita di una montagna. I farmaci dovrebbero, comunque, essere assunti solo in caso di necessità, dietro indicazione di un medico e non seguendo il libero arbitrio. Fondamentale la prevenzione. Bärtsch ha sottolineato l’importanza di una visita medica per valutare l’alpinista o il trekker prima di un trekking o di una spedizione alpinistica. Va valutato il rischio di andare incontro a malattie d’alta quota e Richalet ha fatto notare l’importanza del test da sforzo in ipossia a scopo predittivo e preventivo. Importante anche la velocità con cui si sale in alta quota, non superiore ai 500 metri al giorno oltre i 2500 metri di quota.

Urs Hefti , medico svizzero specialista in ortopedia e traumatologia e in medicina dello sport, dello Spital Münsingen di Berna, ha presentato con Jacqueline Pichler , specialista in pneumologa dell’Hôpital de l’Ile di Berna, una relazione dal titolo “Dall’ idea alla pubblicazione attraverso l’analisi”. Sono stati presi in considerazione tutti i vari fattori importanti per effettuare una spedizione alpinistica extra-europea. È, infatti, importante valutare il rischio, i costi, l’etica, gli sponsor, i materiali, la natura, la montagna, i mezzi, il team, i probandi per le ricerche scientifiche, le guide, i partners, i locali, la logistica, la via di salita, l’acqua, il meteo e la quota.

Marco Maggiorini, medico specialista in medicina interna e intensiva dell’Ospedale Universitario di Zurigo, ha parlato della storia della ricerca in alta quota, mettendo in risalto miti e realtà. Il fisiologo italiano di Torino Angelo Mosso è stato il primo scienziato che si è occupato della fisiologia dell’alta quota a partire dagli ultimi anni dell’800, grazie all’aiuto della regina Margherita di Savoia. Il 29 maggio del 1953 è stata realizzata la prima salita dell’Everest (8848 m.), mentre l’8 maggio del 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler hanno effettuato la prima salita della vetta dell’Everest senza l’uso di ossigeno supplementare. Numerose sono le ricerche che, nel corso degli anni, sono state effettuate in alta quota. Dominique Jean, pediatra di Grenoble, ha organizzato due atelier rispettivamente sulla donna gravida in montagna e su i bambini in montagna dando consigli e rispondendo alle varie domande dei partecipanti.

Gian Celso Agazzi

Commenta la notizia.