I mille volti di King Killy

Dal 1995 Killy è membro del Comitato Olimpico Internazionale. In suo onore all’area sciistica di Val d’Isère e Tignes è stato dato il nome di Espace Killy (Spazio Killy). In alto è fotografato durante un’intervista a Chamonix per il Museo della montagna (ph. Serafin/MountCity)

Le Olimpiadi invernali di PyeongChang che fino a domenica 25 febbraio 2018 tengono incollati al video gli appassionati riportano alla ribalta  il francese Jean-Claude Killy (1943), dominatore dello sci alpino negli anni ’60 e trionfatore alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968 dove vinse tre medaglie d’oro. A causa delle sue performance inimitabili fu soprannominato dai media americani “The Killympics”. In realtà, benché Killy sia l’unico al mondo ad avere ottenuto sei vittorie consecutive in Coppa del mondo e benché le quattro medaglie olimpiche conquistate a Grénoble nel 1968 rappresentino un evento uguagliato soltanto da Toni Sailer a Cortina nel 1956, la qualifica di “grande sciatore” oggi gli va stretta. E con buone ragioni. Dal secolo scorso Jean Claude Killy non ha fatto che mietere successi in ogni campo. Dapprima come pilota di automobili da corsa, poi come uomo d’affari, organizzatore, testimonial, attore cinematografico, promotore dei Giochi olimpici di Albertville nel 1992 e infine membro del Comitato olimpico internazionale (Cio), carica che ricoprirà fino al 2023. Killy sulle piste da sci non ha avuto rivali, ma anche come pilota di auto da corsa non scherzava. Al volante di una Porsche affrontò la celeberrima 24 ore di Les Mans. La tuta bianca di pilota da corsa imbrattata d’olio di motore, l’aria da capellone indolente attirava folate di minigonne dovunque gareggiasse. Un bel ragazzo, indubbiamente, una figura che il tempo non sembra avere appannato a parte il diradamento del ciuffo ora nascosto dal berrettino con i cerchi olimpici ricamati. Una quarantina d’anni sono passati, un’intera generazione, da quando le fans lo preferivano a Jean Paul Belmondo con il quale vantava una certa rassomiglianza. Ed eccolo allora Killy, in barba agli ideali olimpici, trasformarsi nel 1972 al fianco di Vittorio De Sica in un malfattore nel film “Grande slalom per una rapina” di George Englund . Simpatico, ma malfattore. Ambientato sui ghiacciai e le piste di Cervinia, il film ci mostra un ambiguo Killy nelle vesti di un maestro di sci che progetta una rapina in cui coinvolge l’amante e un vecchio amico americano, pure lui maestro di sci. Il colpo riesce e il denaro sottratto a una banca viene nascosto in un crepaccio dopo discese mozzafiato. Ma il diavolo, come si sa, fa le pentole omettendo i coperchi…

“Il cinema è finzione. Niente di strano che il mio personaggio sullo schermo, per quanto simpatico, non avesse niente di olimpico”, si giustifica Killy. Che di quelle settimane trascorse sul set conserva ricordi bellissimi, tranne uno riguardante un’acrobazia riuscita a metà. Dopo essersi librato in volo per 25 metri, l’atterraggio sul ghiacciaio gli procurò infatti una forte contusione al volto con la rottura di un paio d’incisivi. Sul set si consolidò in compenso l’idillio con l’affascinante Danielle Gaubert che sarebbe diventata sua moglie ma che alcuni anni dopo lo lasciò per sempre, stroncata da un male incurabile. Ma soprattutto Killy divenne compagno inseparabile nonché complice di De Sica durante le riprese a Cervinia nelle frequenti incursioni al tavolo verde di Saint Vincent dove la sera, spente le luci del set, lo accompagnava in veste di chauffeur volando sui tornanti della Valtournenche con la sua Porsche azzurro cielo.

Killy è l’unico sciatore ad aver riportato 6 vittorie consecutive (3 giganti, 2 discese e 1 slalom) nelle prove di Coppa del Mondo. Qui è con il connazionale Guy Perillat.

“Che cosa ci facevo davanti alla cinepresa? Ero un giovanotto curioso delle cose della vita”, ricorda monsieur Killy. “Dai sedici ai venticinque anni avevo soltanto sciato, visto le solite facce, e soffrivo la solitudine. Un’occasione come quella non me la sarei lasciata scappare, anche se ero consapevole di misurarmi con i mostri sacri dello schermo, che all’epoca non mancavano. E’ stata in realtà Danielle a convincermi al grande passo. Senza di lei non avrei osato cimentarmi come attore. Forse avrei dovuto chiedere consiglio ai miei amici Jean Paul Belmondo e Alain Delon, se solo avessi avuto il coraggio di farlo”. Nel film le riprese al ralenti illuminano lo stile allora insuperabile di Killy, quella sua sciata morbida e aggressiva in qualsiasi condizione di neve. “Non è stato possibile ricorrere a stuntman semplicemente perché nessuno sarebbe stato in grado di sciare come me. Così io stesso ho saltato, sci ai piedi, dalla cabina della funivia di Plateau Rosa e nel piano sequenza il mio salto ha come corollario una serie di serpentine. Una scena che non sarei stato disposto a ripetere per tutto l’oro del mondo. Abbiamo girato per otto settimane tra Cervinia e Zermatt, ma per completare la lavorazione sono state necessarie altre dieci settimane comprese quelle trascorse negli studi di doppiaggio di Cinecittà”.

Il futuro delle Olimpiadi? “Ai due pilastri fissati da De Coubertin, sport e cultura”, è l’illuminato parere di Killy, “se ne è aggiunto uno di estrema importanza: l’ambiente. E su questo argomento posso garantire che il Comitato olimpico è sensibilizzato. Ma il problema principale dello sport odierno rimane il doping. Un problema di cui purtroppo non vedo la soluzione. Sembrerà incredibile ma la normativa, pur severa, mi appare ancora inadeguata. Gli interessi in campo sono più forti di qualsiasi normativa e il pessimismo è di rigore. Se si va avanti così si dovrà recitare un requiem per lo sport, per tutte le specialità. E’ ciò che vogliamo?”. Questo perlomeno è quanto Killy raccontò nel 2004 durante un incontro a Chamonix con Aldo Audisio e il flmaker Vincenzo Pasquali per realizzare un’intervista filmata che sarebbe stata inserita nella mostra “Glorie olimpiche” realizzata dal Museomontagna in vista dei Giochi invernali del 2006. (Ser)

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