La regina del ghiaccio che incantò il Museomontagna

Un filo di rossetto sulle labbra, Katarina Witt sembrò quel giorno a Berlino il ritratto della semplicità anche se alla sua naturalezza contribuì in modo decisivo il visagista che più volte intervenne durante l’intervista filmata da Vincenzo Pasquali ravvivandole una ciocca di capelli o azzerando un riflesso su una palpebra. L’incontro con la regina del ghiaccio era stato organizzato dal Museo della Montagna in vista della mostra sulle “Glorie olimpiche” allestita al monte dei Cappuccini in concomitanza con i Giochi invernali del 2006. La Witt concesse il prezioso costume con cui danzò a Calgary e mise un vistoso autografo sul manifesto del film “Carmen” da lei interpretato, facendo un bel ghirigoro con il pennarello che il direttore del museo Aldo Audisio le porgeva. Ad anni luce dalle medaglie d’oro di Sarajevo (1984) e Calgary (1988), caduto il Muro di Berlino, la Witt manteneva ancora saldo quell’anno in Germania il suo scettro di Imperatrice Sissi del pattinaggio come venne definita (forse per una vaga rassomiglianza con Romy Schneider che portò il personaggio sullo schermo). Per l’incontro con i rappresentanti del museo torinese scelse lei stessa una suite fra gli stucchi, i tappeti e le soffici luci del rinomato Regent di Berlino, deve il rumore del traffico della Friedrichstrasse arriva attutito e c’era tutto il tempo per rimettere a fuoco nell’intervista la sua straordinaria carriera di pattinatrice.

Katarina Witt, oro a Sarayevo e Calgary, incontra nel 2005 a Berlino il direttore del Museomontagna Aldo Audisio. Nella foto in alto il suo trionfo alle Olimpiadi di Calgary nel 1988.

In questi giorni di febbraio la Witt è apparsa sfolgorante ai Giochi di Pyeonsgchang, sempre in gran forma anche se da quell’88 del trionfo a Calgary di anni ne sono passati una trentina. Unico suo cruccio, confidato a Gaia Piccardi che il 19 febbraio l’ha intervistata nelle pagine del Corriere della Sera, è che oggi l’aspetto atletico del pattinaggio tenda a prendere il sopravvento sull’arte. “Ma lo sport va per la sua strada: è giusto così”, ha concluso con filosofia. Risalendo al secolo scorso, fu Katarina l’atleta della Repubblica democratica tedesca che più lasciò il segno in quei “giochi della pace” dell’84 a Sarajevo, quando nella martoriata capitale della Bosnia non si sparava ancora, aggiudicandosi l’oro a soli diciotto anni davanti all’americana Rosayn Summers. La Germania dell’est quella volta fece l’en plein con ventiquattro medaglie, di cui nove d’oro, nove d’argento e sei di bronzo, seguita dall’URSS (venticinque medaglie) e dagli Stati Uniti (otto medaglie). Ma Katarina entrò nella leggenda quattro anni dopo nella città canadese di Calgary dove “il più bel volto del socialismo” si presentò con uno straordinario medagliere. Campionessa d’Europa e del mondo, era stata praticamente imbattibile fino al 1986 quando fu costretta e cedere il titolo iridato all’americana Debra Thomas e alla russa Kira Ivanova. Aveva sete di rivincita Katarina quel 1988 a Calgary. Così, senza mai perdere il suo accattivante sorriso, riuscì a togliersi la sete sbalordendo i giudici e il pubblico. Anche se non tutto andò liscio. Alla fine del programma corto venne superata dall’eterna rivale Debra Thomas e tutto si giocò nel programma libero. Katarina sfoderò allora il suo cavallo vincente, la “Carmen” di Bizet sulle cui note pattinava d’altronde anche l’americana. Estremamente concentrata, non azzardò nulla, mentre la Thomas concatenò passi e figure difficili compiendo errori per lei fatali. Per la seconda volta la medaglia d’oro andò perciò a Katarina che sempre in quell’anno tornò a laurearsi campionessa del mondo ed europea uguagliando la performance di Sonja Henie che, nel 1932 e 1936, vinse per due volte consecutive il grande slam.

Katarina con il manifesto del film realizzato nel 1990 (Serafin/MountCity)

Come la Henie, a quel punto Katarina decise di passare al professionismo. Fu una principessa indiana in “Holiday on Ice”, partecipò a show televisivi, scrisse di se nel libro “Katarina, eine Traukariere au den Eis”, ovvero “Katarina, una carriera di sogno sul ghiaccio”, alimentò le cronache mondane con una serie di flirt. A cominciare da Alberto Tomba che si sarebbe incapricciato di lei a Calgary e tentò un approccio al Palaghiaccio di Milano nel 1988 dove il fiero boy friend, l’americano Alex Willie, lo dissuase con fermezza. Poi ancora è da registrare una love story con il tennista Boris Becker approfittando della sua presenza alla finale di Wymbledon con Edberg nel 1990. Più reale e concreto, a quanto hanno riferito all’epoca dell’incontro con il Museo della montagna le cronache, fu un amore  con Richard Dean Anderson, un attore televisivo conosciuto sulle piste innevate di Vail nel Colorado.

Il cavallo di battaglia di Katarina rimane comunque il personaggio inventato dalla fantasia di Prosper Mérimée ma reso famoso dall’opera in quattro atti che vi ricavò Georges Bizet, una delle più celebri rappresentazioni della moderna femminilità. E nel personaggio di Carmen, Katarina si è calata con una sensualità elementare e istintiva. Il film realizzato nel 1990 per i teleschermi è una eloquente testimonianza del temperamento di una Witt sensuale, fasciata di rosso, che del dramma della gitana ha saputo cogliere ogni vibrazione restituendocela con sapienti passi di danza. Superfluo sarebbe compararlo con le versioni dell’opera di Bizet passate sugli schermi con le firme di Raoul Walsh, Otto Preminger, Peter Brook e con quella, in musica, di Francesco Rosi. Qui l’attenzione è tutta concentrata su questa donna tutt’altro che di ghiaccio. Chi ha l’occasione di rivederlo, non se lo lasci scappare. (Ser)

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