Vladimir Dougan, un alpinista contro

All’alpinista triestino Vladimir Dougan (1891-1955) che fu pupillo del grande Julius Kugy e condivise con il vate delle Giulie un gran numero di scalate e imprese di montagna ma anche esperienze di guerra, è dedicato un film di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan”. Gli autori sono disponibili, come si legge in questa testimonianza dello stesso Ghio, a illustrare il film presso sedi del Cai o associazioni culturali interessate e proiettarlo nella versione digital cinema 5.0. Dougan si distinse per le sue imprese: accademico del Cai, arrampicò nelle Alpi occidentali, nel Caucaso, in Atlante. Ma ha sempre prediletto le Giulie dove compì ascensioni molto difficili, alcune mai ripetute, come la parete Nord del Ciuc di Vallisetta. 

Vladimir Dougan appartiene a quei beautiful losers, quei perdenti spina nel fianco di ogni alpinismo trionfante…

Un oblio ingiustificato

L’11 dicembre 2017 al Teatro Miela di Trieste, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, le sezioni triestine del Club Alpino Italiano, Società Alpina delle Giulie e XXX Ottobre, lo Slovensko planinsko društvo Trst (Società Alpina Slovena di Trieste) e l’Associazione Culturale “Monte Analogo” hanno presentato in anteprima il film Domandando di Dougan. Un lavoro durato quattro anni, in cui Giorgio Gregorio, Flavio Ghio e alcuni di amici, nel tempo libero e con impegno volontario, hanno ripercorso la storia di un alpinista triestino appartenente alla minoranza slovena caduto nell’oblio. Il film rivive i passaggi di un evento lontano, dove le poche tracce ancora visibili possono mostrare solo se stesse perché l’intero tracciato si è perduto. Nei tempi in cui l’evento presente cancella quello passato, lo svanire delle storie è la regola non l’eccezione. E’ opinione degli autori che tanto maggiore è la tracotanza con cui si sviluppa questo processo, altrettanto rapido è il tramontare delle sue realizzazioni perché figlie dell’abbandono, dove niente si prende cura di nulla. Quando i miti perdono forma, i discorsi si sgretolano, il lessico si decompone, una nuova voce il silenzio cresce negli spazi un tempo abitati dalle parole che diventano luoghi dove è vissuto l’irrilevante, il non più raccontabile.

Nel caso dell’alpinista triestino Vladimiro Dougan questo ha causato la mancanza di una solida fondazione della memoria malgrado i suoi contemporanei avessero l’opinione che se Comici era un grande, per ragioni diverse, anche Dougan era un mito dell’alpinismo. Per questo a ogni tentativo di rimemorizzazione segue l’oblio, per questo abbiamo ritenuto che fare semplicemente un film documentario non sarebbe servito a nulla.

I miti dell’alpinismo triestino, quelli entrati anche nella toponomastica della città, hanno una formula particolare che li riporta immediatamente alla memoria:

– Julius Kugy per aver scoperto e cantato le Giulie

– Napoleone Cozzi lo scalatore di torri è stato l’artista che ha fissato con i suoi acquerelli le imprese della famosa Squadra Volante, sinonimo di alpinismo senza guide

– Emilio Comici autore di salite d’ineguagliata bellezza, famoso per la sua arte di arrampicare e per aver aperto la prima via italiana di sesto grado

– Enzo Cozzolino con le sue scalate ha mostrato che la difficoltà è un valore relativo, scoperchiando così il tetto che chiudeva in alto la scala delle difficoltà

Per Vladimiro Dougan non c’è formula che lo richiami alla memoria. La sola parte a noi accessibile è quella negativa – identificabile nel suo continuo scivolare via dalla storia. Di questo non-fondamento abbiamo fatto la cifra del suo fondamento. Paradossalmente Dougan può entrare nella grande storia come una non-storia, come la natura. Questo lo abbiamo sviluppato nei cinque capitoli del film, parlando di lui attraverso lo spazio vuoto che ci è stato tramandato. Dougan, coinvolto nella famosa battaglia del sesto grado, si ritrae perché la selvatichezza indomabile della montagna, non può essere segregata dietro le sbarre della difficoltà tecnica e venir esibita come una bestia feroce sottratta alla sua foresta. Tale possibilità, è invece accettata da una visione che ha costruito il suo immaginario sull’impossibilità dell’impossibile, separando l’inseparabile per ricomporlo nei vuoti discorsi di circostanza.

Il film rileva che la storia ufficiale è storia di un oblio, non tanto di Dougan ma della montagna stessa, dal momento che la sua forma più essenziale, la selvatichezza, è stata sussunta in un’unità di misura, il grado, mentre l’uomo guarda alla montagna come a un primum originario su cui poi si sono formate le figure storiche dell’eremita, del pastore, del cacciatore, dello studioso, del pittore, dell’esploratore, dell’alpinista.

Oggi la storia non può che relegare Dougan alla marginalità del discorso underground degli alpinisti silenziosi, dei beautiful losers, quei perdenti spina nel fianco di ogni alpinismo trionfante perché con la loro ostinata refrattarietà rimandano all’infinita pazienza della natura che aspetta il suo tempo per riprendersi il suo spazio. Per capire Dougan bisognerebbe inoltrarsi nei fianchi scoscesi della val Dogna che rivelano la solitaria selvatichezza della natura, mentre nel lembo inferiore della valle, nei non luoghi delle grandi arterie, ogni tipo di veicolo passa veloce, obliato già prima di esistere ma sicuro di poter attraversare qualsiasi profondità. Per rompere questa illusione basterebbe scendere dal proprio guscio di noce e alzare lo sguardo su uno dei tanti canaloni che scendono nella val Dogna, come quello chiamato Sfonderàt, suono antico, parola fossile, un segno che tra la natura e l’uomo il pathos può ridursi, non spegnersi. Siamo eventualmente disponibili ad illustrare questo film-ricerca, presso sedi del Cai o associazioni culturali interessate e proiettarlo nella versione digital cinema 5.0

Flavio Ghio

flavioghio@gmail.com

Scarica qui la sinossi del film

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