Il K2, le piume e la gloria

Gli alpinisti italiani nel 1954 al campo base. Angelino è il secondo da destra.

Prezzo stimato tra i 40 – 50 mila euro. Mai si è pagato tanto, forse, per un piumino maschile. E usato per giunta. Non un qualsiasi giaccone in piumino d’oca, però. Quello messo all’asta mercoledì 28 febbraio 2018 da Bolaffi a Torino (tel +39 011.0199101 – info@astebolaffi.it) appartenne a Ugo Angelino (1923-2016), uno dei “magnifici tredici” del K2 ai quali una maison francese fornì l’abbigliamento tecnico per la vittoriosa spedizione italiana del 1954. Protetto in quel caldo involucro dal gelo delle quote himalayane, il biellese Angelino si fece onore salendo fino al settimo campo. Particolare importante. Quel piumino fu il primo brevettato con la consulenza del grande alpinista francese Lionel Terray, come dimostra all’interno un’etichetta e l’iscrizione manoscritta di Angelino. Bene allenati ed equipaggiati durante la scalata, gli italiani al ritorno in patria ricevettero in dono anche un’utilitaria della Fiat il cui prezzo corrispondeva all’epoca con otto mensilità di un impiegato. Da quegli eroi che furono tenendo alto il tricolore nel travagliato dopoguerra, i reduci dal K2 sfilarono per le vie di Milano mentre in Duomo si levò in loro onore un Te Deum. Ciò non toglie che per tanti, troppi anni il successo di questi ragazzi abbia avuto come contropartita liti e cattiverie che qui sarebbe inutile rivangare. Ci sono voluti tre illuminati personaggi più o meno addetti ai lavori, ai quali fu affidata una serie di cervellotiche ricerche e approfondimenti, perché venissero messi a fuoco (mezzo secolo dopo, figuriamoci) i punti oscuri della scalata. Così la “storia infinita” del K2 divenne una “storia finita”, ammesso e non concesso che sia da considerarsi morta e sepolta questa fiera delle vanità, come la battezzò il filosofo Silvio Ceccato nella rubrica che teneva sul settimanale “Visto”. Ma non ci fu solo vanità, grande fu l’amicizia che legò la gran parte dei “magnifici tredici”. Quasi tutti infatti, Angelino compreso, continuarono fino all’ultimo a frequentarsi con cameratismo e simpatia.

Se è concesso divagare, la messa all’asta, sessantaquattr’anni dopo, del piumino di Angelino potrebbe offrire un pretesto per colmare una lacuna, questa sì sfuggita colpevolmente nella contestata relazione ufficiale. Dove di sicuro non c’è alcun cenno al fondamentale ruolo svolto dalle oche che hanno fornito l’importante materia prima per imbottire i piumini degli scalatori e consentire di conquistare la vetta senza grossi effetti collaterali, a parte i congelamenti di Compagnoni. Come noto, la nostra specie è convinta che utilizzare il “vestito” di altri animali sia il miglior modo per riparare il proprio corpo. La piuma d’oca isola dal freddo, è il rivestimento migliore. I volatili cambiano il piumaggio ogni anno, che problema c’è se ne prendiamo un po’? Tutto ciò a patto che le oche non siano vittime della perversa pratica dello spiumaggio per soddisfare la richiesta globale di piumini e il business che ne è scaturito. Ma non può essere il caso delle oche del K2 da considerarsi sacre, con il senno di poi, più o meno come le colleghe capitoline protette da Giunone che salvarono nel 390 a.C. il Campidoglio dall’invasione dei Galli. E’ dunque arrivata l’ora che i candidi pennuti ottengano un posto adeguato nella storia delle umane conquiste, K2 compreso? Questa è la domanda, sicuramente un po’ oziosa, che ci suggerisce la messa all’asta a Torino degli ultimi scampoli di un glorioso bazar alpinistico. (Ser)

Quattro dei “magnifici tredici” impegnati nel 1954 sul K2 riuniti nel quarantennale dell’impresa al Museo della montagna: da sinistra Angelino, Compagnoni, Floreanini e Gallotti (ph. Serafin/MountCity)

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