Alpinismo triestino fra estetica e razionalità

Nel libro di Valdevit uomini, imprese e idee dell’alpinismo triestino. Nella foto in alto Enzo Cozzolino in azione sulla Terza Sorella in Sorapis.

Abbraccia un periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino all’oggi il libro di Giampaolo Valdevit “Storia dell’alpinismo triestino” (Mursia, 17 euro) che in 234 appassionanti pagine ripercorre le vicende di una minoranza considerata parte integrante della cultura nel capoluogo giuliano. Come si sa, l’alpinismo è sempre stato di casa a Trieste, città di mare che guarda alla montagna. Ed è logico che a raccontare di conquiste e di tragedie sia un triestino come Valdevit che è stato docente di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste. Gli interessi dell’autore hanno spaziato in passato dalla storia triestina alla politica internazionale e hanno dato luogo a vari saggi, l’ultimo dei quali, “La guerra nucleare. Da Hiroshima alla difesa antimissile” (2010) edito da Mursia. Questa nuova opera si lega al fatto che l’autore ha saputo dire la sua in campo alpinistico tra gli anni Sessanta e Settanta, nel periodo più intenso della storia che qui dipana appassionatamente e con cognizione di causa. Prima di tutto, Valdevit fa il punto su un aspetto dell’alpinismo che gli è congegnale, quello della passione che deve sempre animarlo, senza la quale  questa “nobile ginnastica dello spirito” non avrebbe senso. Dopo un’analisi della cultura nazionale e della cultura dell’alpinismo, dopo avere messo a confronto alpinismo acrobatico e alpinismo nazionale, l’autore affronta un altro dei temi che gli stanno a cuore, l’alpinismo come estetica. Per poi misurarsi subito, “fra estetica e razionalità”, con il mito di Emilio Comici, il più rappresentativo degli alpinisti triestini. L’alpinismo come moralità è il tema del terzo dei quattro capitoli che si conclude con un’analisi dell’eredità di Enzo Cozzolino vissuto tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Si può intuire che l’interesse da riservare a quest’opera vada ben oltre gli orizzonti pur ampi dell’alpinismo triestino. Alpinismo verso la mutazione genetica è, non a caso, il tema del capitolo conclusivo, il quarto, in cui Valdevit affonda il bisturi su un alpinismo che definisce disorientato, oggi in preda, appunto, a una mutazione genetica che impone adattamenti e resistenze. Non si può escludere che da queste pagine emerga una concezione a volte venata di un’aura borghese ed elitaria dell’alpinismo triestino, “che guarda con distacco”, come si legge nell’ultima di copertina, “il dilagare di una pratica borghese ed elitaria che punta al record e al clamore più che a un rapporto profondo con se stessi e la montagna”. Ben detto. Solo che oggi nemmeno i presunti supermen dotati di sponsor, quelli che tengono banco sui social, riescono più a bucare gli schermi. (Ser)

 

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