Alpinismo e Unesco, una candidatura discussa

Difendere il ruolo sociale dell’alpinismo, promuoverlo in tutti i modi possibili…Nel “manifesto” divulgato nel 2011 in Francia dalle “Assise dell’alpinismo” a cura del Club Alpin Francais, il messaggio era chiaro. Adesso ci si aspetta una nuova e più decisiva promozione a livello internazionale da parte dell’Unesco per questi negletti “conquistatori dell’inutile” secondo una bonaria definizione che Lionel Terray diede degli alpinisti. L’annuncio dell’iniziativa dato a Parigi nella sede dell’Unesco è stato riportato in questi giorni anche nel sito che state visitando, sia pure con un briciolo d’ironia non da tutti gradita. Con tutto il rispetto per l’indispensabile opera svolta dall’Unesco, è sembrato in realtà ingiustificato il ritardo con cui viene concesso il riconoscimento all’alpinismo quale “patrimonio culturale immateriale”. Il dubbio è che possa essere un ritardo giustificato da una certa gratuità dell’iniziativa di cui pochi sentono la necessità e su cui qui si esprime, tutt’altro che compiaciuto, Carlo Alberto Pinelli, accademico del Cai, un padre di Mountain Wilderness. Ma non è escluso che su questo argomento altre autorevoli voci possano far sapere come la pensano, una prospettiva auspicabile.

La prima ascensione all’Aiguille du Midi nel 1856. Nella foto in alto via vai di alpinisti sulla cresta terminale della stessa vetta.

Ricostruendo la trafila del riconoscimento, una ventina d’anni sono trascorsi all’incirca dalla prima inascoltata proposta rivolta all’Unesco. Nel frattempo al nobile traguardo di cui sopra sono arrivati con buone ragioni pizzaioli napoletani, danzatori di tango, sacerdoti della dieta mediterranea. Tutti appartenenti al “patrimonio culturale immateriale”. Niente di male. La prima volta che se ne parlò? E’ stato fino a prova contraria nel 2009, dunque diciannove anni prima che l’annuncio venisse dato in questi giorni a Parigi, con la presentazione, all’ambasciatore francese all’Unesco, Laurent Stefanini, e al Cpei – Comité du Patrimoine Ethnologique et Immatériel, della candidatura dell’alpinismo a Patrimonio Culturale Immateriale. Risalendo nella notte dei tempi, l’auspicio per una veloce soluzione del problema venne, in quell’ottobre del 2009, dal Gruppo di lavoro “Patrimonio mondiale Unesco” della Convenzione delle Alpi. Alta si levò la voce del presidente generale del Cai Annibale Salsa. “Dobbiamo, con convinzione, porre l’Alpinismo al centro dell’interesse della Convenzione delle Alpi”, disse Salsa, “e lavorare affinché l’Alpinismo venga dichiarato patrimonio dell’umanità, nell’intento di riaffermare la dimensione territoriale e culturale della montagna”.

“La salita delle vette”, osserva lo studioso Anibale Salsa, “rappresentò in passato l’espressione di una volontà di conoscenza dell’intellighentia europea”.

Salsa presentò in quell’occasione un documento molto articolato, denso di riferimenti storici e culturali. Un excursus appassionante sull’incessante evolversi dell’alpinismo e i suoi significati. “L’Alpinismo è, anzitutto”, esordiva il suo scritto, “un simbolo che mette insieme la dimensione materiale con la dimensione immateriale della montagna. Esso muove dalle Alpi, ma si estende a tutti i continenti della Terra dove vi sono montagne. Quanto ai siti, è del tutto evidente come il Monte Bianco abbia una pro-genitura indiscutibile ed assoluta rispetto alle altre montagne. Non dimentichiamo che la conquista delle Dolomiti è arrivata più tardi. Nelle Dolomiti, l’interesse per l’Alpinismo si sviluppò rapidamente in direzione tecnico-sportiva rispetto alle Alpi Occidentali”. “I rifugi”, concluse Salsa per meglio chiarire come stanno le cose, “sono beni materiali legati strettamente al bene immateriale e simbolico dell’Alpinismo”. Questo spiegherebbe perché un bene considerato immateriale può avere riflessi concreti anche sull’economia delle vallate. Sta di fatto che fin dall’inizio del nuovo millennio gli alpinisti francesi hanno dato l’impressione di interessarsi più di altri alle discussioni sui valori dell’alpinismo e sui suoi rapporti con l’ambiente montano e la sua popolazione. A tale proposito, durante il 2010 furono organizzati al di là delle Alpi una trentina di “Cafés montagne” su tutto il territorio nazionale conclusi con le “Assise de l’alpinisme” a Grénoble. In quella circostanza ci si rammaricò dell’allontanamento in atto dall’alpinismo classico, definito “di avventura”, a vantaggio dell’arrampicata in falesia o su terreni attrezzati; e delle crescenti restrizioni che la moderna “société sécuritaire” – cioè ossessionata dalla mania della sicurezza – pone all’accesso a certe zone e alla pratica di certi tipi di alpinismo. A tutto ciò si aggiunse il cruccio per il crescente disinteresse della popolazione per l’alpinismo, effetto a quanto si disse dell’insistenza dei media sui rischi che la montagna comporta, e non sul valore formativo della gestione del rischio. Anche Walter Bonatti tuonò (era il 1989) nel suo libro ”Un modo di essere” perché all’alpinismo fosse restituito il prestigio offuscato (parole sue) dalla corsa ai record, dal protagonismo sfrenato, dalle sponsorizzazioni a tappeto, dall’ecologismo d’assalto.

Il riconoscimento dell’Unesco dovrebbe adesso restituire all’alpinismo la sua nobiltà (nobile come un lavoro lo definì Guido Rey) e in questo senso bene avrebbe fatto l’Unesco a riaprire l’annosa procedura con la palese intenzione di portarla a compimento. C’è qualcosa di male nel rammaricarsi che le cose siano andate alle calende greche in un clima di generale disinteresse? (Ser)

“Posta nei termini perentori e istituzionali con cui è stata enunciata, tutta la faccenda puzza di retorica lontano un miglio”. Questo il parere di Carlo Alberto Pinelli, accademico del Cai, tra i fondatori di Mountain Wilderness, sulla candidatura dell’alpinismo a patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Pinelli: niente patacche!

Nell’ottobre del 2003 l’UNESCO ha deciso di inserire nel proprio elenco dei Monumenti del Mondo (World Heritage) anche la categoria dei patrimoni culturali immateriali. L’elenco, che in pochi anni ha raggiunto quasi le duecento voci, comprende prevalentemente usanze e saperi di carattere demo-etno-antropologico, legati a culture tradizionali, più o meno in via di estinzione. Dentro si trova un poco di tutto: carnevali esotici, teatri delle ombre, cantastorie dell’Asia Centrale, musiche dei Pigmei, condimenti polinesiani, danze baltiche, scuole di samba brasiliane, ecc. Per quel che riguarda l’Italia, sono entrati in quel pantheon evanescente: il canto “a tenore” dei pastori sardi, l’opera dei pupi siciliana, la dieta mediterranea, pizza compresa (!). Mi sembra che la trovata escogitata dall’UNESCO sia piuttosto patetica e funerea: un volonteroso ma velleitario tentativo di conservare, imbalsamandoli, frammenti isolati di espressioni culturali, spesso subalterne, ormai condannati a scomparire. L’Alpinismo ha bisogno di tali compagni di strada?

Perché questa domanda? Perché già nel 2011 i sindaci dei comuni di Courmayeur e Chamonix avanzarono la proposta di candidare a far parte di quell’elenco niente meno che l’alpinismo. Anzi, per essere specifici, l’alpinismo classico, identificato con la storia della conquista del Monte Bianco. Il sindaco di Courmayeur disse allora che per patrimonio immateriale si deve intendere l’etica dell’alpinismo, ma anche le sensazioni uniche che una scalata può offrire. A queste banalità si aggiunsero le riflessioni del sociologo Enrico Finzi, secondo il quale – cito quasi alla lettera – l’alpinismo dovrebbe essere riconosciuto dall’UNESCO in quanto portatore di valori come il rispetto per l’ambiente, la cooperazione, la solidarietà e l’ecologia esistenziale, da associare alla sobrietà e alla ricerca dell’equilibrio nella consapevolezza dei propri limiti. Allora non se ne fece niente.

Il secolo XIX vide una corsa febbrile delle élites europee verso l’esplorazione di un mondo ancora sconosciuto. L’immagine è tratta da “The Alps und Alpinism” di K. Lukan, Hudson, Londra 1968

Oggi questa balzana proposta sembra stia riprendendo fiato e ciò stimola un’approfondita riflessione di cui le presenti righe possono rappresentare soltanto una traccia preliminare. Non sarò certo io a negare che l’alpinismo, cioè l’incontro dell’uomo moderno con la sfida dei grandi spazi verticali e incontaminati, possa propiziare l’emergere e il rafforzarsi di alcuni dei valori di cui scriveva Finzi, qualora l’alpinista abbia già maturato in sé, nella vita di tutti i giorni, una sincera “permeabilità” al loro recepimento. Ma posta nei termini perentori e istituzionali con cui è stata enunciata, tutta la faccenda puzza di retorica lontano un miglio. E anche, purtroppo, di retorica a buon mercato. E’ fin troppo facile ricordare quanto già disse Voltaire a Rousseau: “Sarebbe bello se per diventare migliori bastasse salire a quote più alte!”. La verità è che l’alpinismo in quanto categoria “metastorica” non esiste. Tanto meno deve essere visto come una sorta di “chiesa” con i suoi dogmi e i suoi comandamenti. Noi anziani possiamo aver vissuto direttamente gli ultimi palpiti dell’“alpinismo eroico”, legato a nobili modelli ideali (spesso traditi nella pratica!) e di conseguenza possiamo a ragione riconoscerci emotivamente e eticamente in questo modello. Ma ciò non giustifica la pretesa di sottrarre l’alpinismo attivo a evoluzioni storiche che possono non piacerci, per incastonarlo in una teca autoritaria e mummificata. Quelli che esistono sono solo gli alpinisti, tutti figli delle culture delle proprie epoche e delle proprie storie individuali, con i pregi, le debolezze e i difetti che da ciò derivano. Nel novero rientrano gli alpinisti che per decenni hanno abbandonato i propri rifiuti ai piedi e sulle pendici delle grandi montagne asiatiche (“rispetto per l’ambiente?”), hanno evitato di soccorrere altri scalatori in difficoltà perché se lo avessero fatto sarebbero stati costretti a non raggiungere la vetta (“solidarietà e cooperazione”?), non hanno mosso un dito per contrastare l’assalto consumistico e speculativo alle montagne europee e asiatiche, hanno organizzato e diretto deleterie spedizioni commerciali, ecc. D’altro canto nello stesso novero si collocano gli alpinisti che invece si sono comportati e si comportano in modo diametralmente opposto, ponendo al vertice delle proprie esperienze il perseguimento di tali valori. A nobilitarli basta la loro coscienza e non c’è bisogno di un sigillo “patacca” dell’UNESCO.

Insomma credo che sia necessario e inderogabile respingere la retorica da quattro soldi che, idealizzando la “lotta con l’Alpe” aldilà del ragionevole, tende a coprire e a nascondere troppe scomode verità. La pratica dell’alpinismo – al pari di tante altre discipline (ad esempio la meditazione yoga o quella zen) – può portare alla liberazione, ma può anche rendere più solide le sbarre della cella in cui è imprigionato il nostro io. Ovvero rappresentare l’alibi, ingannevolmente eroico e autogratificante, per una fuga verso il nulla. L’insensata corsa del criceto nella ruota della gabbia.

Se proprio vogliamo trovare un lato positivo alla proposta, questo sta nella possibilità di dichiarare esplicitamente non-alpinismo le ascensioni all’Everest e agli altri ottomila, compiute dalle spedizioni commerciali con esteso uso di corde fisse, bombole di ossigeno e servizievoli squadre di portatori/guide sherpa. Ma chiediamocelo chiaramente: per condannare tali pratiche ci serve proprio il timbro di garanzia dell’UNESCO?

L’alpinismo resta, nonostante tutto, un’isola di libertà. E la libertà ha i suoi rischi. E’ illusorio, al limite del ridicolo, credere di poterli tenere sotto controllo agendo “dall’esterno”.

Carlo Alberto Pinelli

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