Montagnaterapia, benefici e criteri di base

Sperimentata per la prima volta alla fine dello scorso millennio, la montagnaterapia oggi si sviluppa in un centinaio di realtà in cui viene preso in considerazione, dal punto di vista medico e da quello scientifico, il contributo che la montagna può offrire dal punto di vista terapeutico. Il quadro è complesso e sulla materia un censimento è più che auspicabile. Ecco intanto, per interessamento del dottor Gian Celso Agazzi, specializzato in medicina di montagna, un report di Fiorella Lanfranchi, psicologa e psicoterapeuta (che ringraziamo), sul Convegno regionale di Montagnaterapia tenutosi il 26 gennaio 2018 a Bergamo con il titolo “Montagna che aiuta – Esperienze a confronto”.

Esperienze a confronto al convegno sulla “montagna che aiuta”

Dopo i saluti delle autorità, l’introduzione al Convegno “Montagna che aiuta – Esperienze a confronto” è stata compito del presidente della commissione medica sezionale del CAI Bergamo Benigno Carrara, e di Laura Novel, psichiatra e responsabile del Dipartimento di Salute Mentale della ASST Bergamo Est. Il convegno ha voluto mettere a confronto diverse esperienze di montagnaterapia, utilizzata con beneficio in vari campi: dai trapianti a diverse patologie organiche, ai disturbi sensoriali, ai deficit motori, alla salute mentale, alle dipendenze, ecc. La giornata ha avuto un respiro molto ampio e ha proposto, oltre alla narrazione delle esperienze lombarde, relatori provenienti anche da fuori regione. La prima sessione del convegno è stata moderata da Sandro Carpineta, psichiatra dell’APSS di Trento, nonché uno dei fondatori in Italia di questo movimento. Il primo intervento è stato di Paolo Di Benedetto, Psichiatra dell’ASL di Rieti e membro della Commissione Medica Centrale CAI. Il relatore ha parlato della Montagnaterapia quale Esperienza clinica di supplenza nella pratica riabilitativa. Partendo dalla definizione e dai fondamenti teorici della montagnaterapia, ha poi descritto la valorizzazione antropologica ed educativa del camminare nelle sue varie dimensioni trasformative, il legame con la clinica e la cura. Ha sottolineato che svolgere attività di montagnaterapia richiede competenze cliniche e l’adozione di appropriate metodologie, necessita di formazione degli operatori, di team integrati (psicologi, medici, fisioterapisti, educatori, tecnici di riabilitazione e infermieri) e la cooperazione dei volontari, Guide Alpine, Istruttori ed Esperti di montagna (Club Alpino Italiano e Associazioni del settore). Infine ha parlato dello studio e verifica dei processi e degli esiti, di alcuni indicatori clinici favorevoli (la riduzione di ricovero ospedaliero e/o residenziale o la riduzione dei dosaggi farmacologici), indicatori di tipo psicopedagogico (capacità di cooperare in gruppo, incremento dell’autostima), indicatori di soddisfazione (passione e impegno dei caregiver e feedback di utenti e familiari) e di impegno economico (costi contenuti). Il ruolo trasformativo della montagnaterapia consiste nell’attivare esperienze mirate a superare le difficoltà psicologiche, fisiche e relazionali, ad impegnarsi nel contrastare i fenomeni regressivi/involutivi connessi alla malattia e a recuperare senso di auto efficacia.

Silvio Calvi, ingegnere, past-president del CAI Bergamo, è il promotore di un’iniziativa a favore dei trapiantati dopo aver affrontato a sua volta questa impegnativa esperienza.

L’intervento successivo riguarda l’area dei trapianti d’organo. Giacomo Poggioli, medico responsabile del Centro di Medicina dello Sport dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, è partito dalla presentazione dei fattori di rischio che limitano l’esercizio fisico per i trapiantati di fegato, rene e cuore: fattori centrali (cardiopatia di base ed elevato rischio cardiovascolare nella fase post-trapianto), fattori periferici (perdita fibre muscolari con severa atrofia muscolare, disfunzione vascolare con ipoperfusione), elevata comorbilità (uremia, diabete mellito, cirrosi, malnutrizione), integrità delle difese (barriera muco-cutanea, neutro-linfopenia, ipogammaglobulinemia) ecc. Ha illustrato poi il progetto “A spasso con Luisa sulle Orobie bergamasche”, nato nel 2014 come estensione del protocollo di ricerca “Trapianto e adesso sport” promosso dal Centro Nazionale Trapianti, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e con il Ministero della Salute. I soggetti inclusi nello studio sono stati sottoposti a una serie di esami pre e post attività, tra cui: Esame Antropometrico, Plicometria, Handgrip, CPET + misura lattati, valutazione dinamometrica. I risultati della ricerca confermano il trend di miglioramento osservato nel gruppo Esercizio dello studio nazionale Trapianto e adesso Sport: tendenza alla diminuzione del BMI e della MG, miglioramento del metabolismo aerobico e dell’efficienza del sistema cardiorespiratorio, del rendimento meccanico e della percezione di benessere psico-fisico, nessun evento avverso o trauma, creazione di un percorso preferenziale CT- Centro medicina dello Sport e territorio. Oltre ai dati scientifici, è stata portata la testimonianza diretta di Silvio Calvi, past-president del CAI Bergamo, promotore dell’iniziativa, il quale ha descritto l’esperienza dal punto di vista del paziente, essendo lui stesso trapiantato di fegato.

Il gruppo dei trapiantati durante un’escursione.

A seguire un’altra bella esperienza relativa all’oncologia pediatrica. Giuseppe Masera, già direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Milano Bicocca-Ospedale San Gerardo di Monza, ha iniziato nel luglio 2003 il progetto “Scalare il proprio Everest anche in Valcamonica – Pontedilegno”, rivolto a ragazze-i che hanno concluso felicemente la terapia della leucemia.

Giuseppe Masera, già direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Milano Bicocca-Ospedale San Gerardo di Monza, segue dal 2003 il progetto “Scalare il proprio Everest anche in Valcamonica – Pontedilegno”. Nella foto in alto i suoi ragazzi durante un’escursione.

Da oltre 30 anni le leucemie dell’età pediatrica sono curate con successo nell’80% dei casi. Per terapia si considera non solo la componente strettamente medica ma anche quella psico-sociale, che comprende gli interventi finalizzati a promuovere la “Crescita post-traumatica” e la “Resilienza”. Tra questi un’esperienza in alta montagna, intesa non come vacanza tradizionale, può essere un’occasione per accrescere l’autostima, fiducia in se stessi e nelle proprie capacità fisiche e psichiche, affrontando con un gruppo di compagni un altro Everest, dopo aver superato quello ben più impegnativo della leucemia. Andrea Bulferetti, presidente dell’Associazione Mirella Cultura, ha sottolineato come questa esperienza sia stata realizzata grazie alla generosità e all’entusiasmo di molti che hanno creduto nel programma e lo hanno reso possibile con impegno personale, sulla base di totale volontariato. È auspicabile che esperienze analoghe siano sempre più frequenti e che gli stessi Enti Locali si facciano promotori in alleanza con Associazioni di Volontariato. Fabrizio Bonera, medico specialista in Medicina Interna dell’ASST del Garda / ATS di Brescia, ha messo a fuoco il possibile ruolo dell’escursionismo montano per la riabilitazione e recupero delle performance nelle cardiopatie. Il CAI di Manerbio ha attivato uno Sportello salute che risponde a quesiti in merito alla frequentazione montana di soggetti con svariate patologie. Le richieste provengono soprattutto da soggetti con patologia cardiovascolare (50%); meno frequenti quelle di persone affette da Diabete mellito (20%), patologie ortopediche (10%), “patologie” dell’ambito sociale e psichiatrico, varie (oncologia, patologia respiratoria, malattie degenerative articolari). Il relatore ha definito i principi generali della riabilitazione cardiologica, le diverse fasi, i livelli di complessità, modelli organizzativi e le applicazioni basate sull’evidenza. Ha poi illustrato l’esperienza diretta di arruolamento e studio di pazienti sottoposti a rivascolarizzazione mediante PTCA, con e senza IMA inquadrabili come: Fase 3/livello base/ CR estensiva. I criteri di selezione sono stati i seguenti: pazienti in fase post acuta, stabili, cronici con completamento CR intensiva, a basso profilo di rischio, IMA non complicato (assenza di aritmie, shock cardiogeno e scompenso cardiaco), anamnesi prossima negativa per sintomi soggettivi e/o segni di ischemia miocardica residua inducibile, assenza di comorbidità significative con particolare riguardo al diabete, ottima compliance alla terapia. E’ stata proposta una tipologia di cammino in montagna con specifiche caratteristiche (Lunghezza, Dislivello, Pendenza media, Velocità di passo, Intensità esercizio) e con fasi di controllo (Mantenimento frequenza cardiaca entro range calcolato, Prelievo seriato per glucosio e acido lattico, Controllo seriato della pressione arteriosa, Controllo ecografico ai picchi di esercizio, Ecocardiografia ogni 4 uscite). I risultati sono stati positivi (Compenso pressorio e metabolico, ecc.) e hanno confermato che le escursioni in montagna possono essere un’alternativa a basso rischio nell’ambito del programma di riabilitazione ambulatoriale per la prevenzione secondaria degli eventi CAD in pazienti con IM precedente.

Antonio Prestini, medico, Direttore Servizio Igiene e Sanità Pubblica – APSS Trento ha trattato il tema della attività fisica in montagna e malattie croniche. Rispetto al problema del sovrappeso, le misure di prevenzione e trattamento più efficaci si confermano essere la riduzione dei comportamenti sedentari e l’aumento dell’attività fisica, associati all’educazione alimentare. Anche per il diabete, l’attività fisica è essenziale e rappresenta parte integrante della terapia.

Il grande patrimonio naturalistico della Valsesia viene utilizzato per terapie riabilitative all’aria aperta.

Nel 2014 è stato avviato un progetto “Respira all’aria aperta con la tua Guida alpina”, in collaborazione tra Lega Italiana Fibrosi Cistica Trentino Onlus, Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari, Guide Alpine Trentine e Università di Milano. L’obiettivo è di realizzare iniziative sportive da svolgere in montagna a favore di persone affette da malattie croniche degenerative, come la fibrosi cistica, l’asma, il diabete, il sovrappeso ed anche pazienti in attesa di trapianto o post-trapianto. Si è tenuto un corso di formazione dedicato alle Guide alpine, per proporsi come accompagnatori di malati di patologie croniche, in grado di adottare linee di condotta adeguate a renderne sicuro e piacevole l’approccio alla montagna. Il paziente, seguendo le precise indicazioni fornite di volta in volta dal proprio medico specialista, ha un approccio personalizzato con la Guida, adatto come intensità, durata dello sforzo fisico, esposizione all’altezza e agenti potenzialmente dannosi. L’attività fisica quotidiana, praticata in zone climatiche particolarmente favorevoli, viene svolta con maggior motivazione, ed è un aiuto per limitare le complicanze della malattia, ma anche per raggiungere in sicurezza mete spesso precluse. Questo progetto si configura come una iniziativa di promozione della salute in quanto mette in grado la persona di avere maggiore controllo sulla propria salute e migliorarla.

Ermanno Baldo, pediatra, Direttore Clinico Centro Pio XII di Misurina (BL) si è occupato di Riabilitazione respiratoria in altura. L’istituto è fra i tre Centri Europei dedicati alla terapia dell’asma in alta quota (Davos, Svizzera, 1560 m; Misurina, Italia, 1756 m; Briancon, Francia, 1326 m). In passato, in particolare per l’Asma grave, l’attività fisica veniva scoraggiata. L’esercizio fisico rappresenta invece oggi la pietra angolare di qualsiasi programma di Riabilitazione Respiratoria ed è una delle componenti non farmacologiche obbligatorie che gode del più alto livello di evidenza scientifica. La valutazione della capacità di esercizio è uno strumento importante (valutazione funzionale della capacità ventilatoria polmonare, della risposta al trattamento, nella valutazione della progressione della malattia). Il test da sforzo cardiopolmonare è da considerarsi il goal standard. Altri test più comunemente utilizzati: test su cicloergometro o su tapis roulant, il test del cammino per sei minuti, lo step test tre minuti, lo shuttle test modificato.

L’altitudine inoltre ha un ruolo positivo sull’asma. Vi è una minore incidenza di asma nei bambini ed adolescenti residenti in alta quota. L’esposizione ad altitudini moderate ha un effetto benefico importante sugli asmatici e su chi è broncolabile. Durante un soggiorno a quote medie, nei soggetti asmatici atopici si verifica un miglioramento clinico e funzionale con riduzione dell’infiammazione delle vie aeree, è possibile sospendere/ ridurre i farmaci con risultati ottenuti abitualmente con alte dosi steroidi inalatori. Alcune variabili climatiche possono avere un effetto sulla funzionalità respiratoria e sulla iperresponsività bronchiale: la progressiva riduzione della densità dell’aria, dell’umidità, della   temperatura, degli allergeni inalati, soprattutto l’acaro della polvere, dell’inquinamento. Le persone con asma refrattaria severa possono trarre giovamento dal trattamento ad alta altitudine, indipendentemente dalla loro sensibilità agli allergeni dispersi nell’aria.

La mattinata si è chiusa con l’associazione sportiva dilettantistica Disabili Visivi Omero, di Bergamo, associazione no profit che si propone di avvicinare allo sport tutte le persone non vedenti e ipovedenti. In rappresentanza del gruppo vi sono stati due responsabili dell’attività e consiglieri dell’associazione: Lorenzo Perico (non vedente), Giulio Gusmeroli (ipovedente) e un accompagnatore, Massimo Pagani, i quali hanno portato le testimonianze, con il racconto dell’esperienza personale, del vissuto e delle diverse modalità di accompagnamento.

Nel pomeriggio la prospettiva si è spostata sull’area delle patologie psichiche. Ha aperto la relazione “Progettare in Montagnaterapia”, di Massimo Galiazzo (Educatore – Counselor di Padova e Referente della macrozona Veneto-Friuli Venezia Giulia) e Giulia Rigo (Educatrice – SERD Pordenone). Dopo la premessa rispetto alla “scientificità” della montagnaterapia, i relatori hanno sviluppato i criteri basilari per poter articolare un progetto di montagnaterapia, i suoi aspetti fondamentali e le prospettive future: dalla identificazione dei bisogni e definizione degli obiettivi, alla individuazione delle risorse e alla specificazione delle strategie operative, verifica e valutazione dei risultati attesi. Per quanto riguardo il gruppo professionale coinvolto nelle attività di Montagnaterapia, si sottolinea l’importanza della collaborazione tra diverse figure professionali con competenze socio-sanitarie e tecniche, con una preparazione specifica sia sulle attività in montagna sia sulle problematiche tipiche dell’ utenza target del Progetto.

Successivamente Umberto Maiocchi, Educatore e Psicomotricista dell’ASST Cremona, ha descritto un’esperienza di formazione basata sulla scrittura autobiografica, dal titolo “Raccontarsi: sentieri e mappe dei nostri cammini”. Una riflessione sulle motivazioni che ci portano in montagna e sulle emozioni che ritmano i nostri passi può essere utile per far meglio comprendere il senso delle esperienze a chi accompagna persone con intenti educativi e riabilitativi.

Operatori e volontari, nelle loro attività di accompagnamento, sono inevitabilmente coinvolti sul piano personale mettendo in gioco emozioni, ricordi, pensieri ed aspettative che caratterizzano il loro modo di vivere la montagna. Il proprio aiuto può allora essere meglio orientato se si nutre di una buona consapevolezza del valore che la frequentazione della montagna ha per ciascuno e di quale posto essa occupa nel proprio tragitto esistenziale. Per attivare tale spazio di ascolto e di riflessione è stata proposta la metodologia della scrittura autobiografica, capace di fissare e rendere visibile le risonanze emotive, cognitive e simboliche sollecitate dal nostro interagire con la natura della montagna. Le esperienze si completano nel momento in cui si trasformano in parole, frasi e racconti, facilitando il processo di apprendimento dall’esperienza stessa. A tale scopo sono stati proposti corsi di formazione specifici, con laboratori itineranti.

L’autonomia e l’acquisizione di competenze nel campo dell’ospitalità turistica in ambiente montano a beneficio di portatori di handicap sono aspetti dell’attività svolta  presso il rifugio “senza barriere” Alpe Corte nelle Orobie.

A seguire, un intervento relativo all’esperienza di un rifugio senza barriere: “Ci provo anch’io – Un rifugio alpino per tutti”. Emanuela Plebani, Formatrice e Referente del Progetto Sociale Rifugio Alpe Corte e Marco Zanchi, Educatore professionale e rifugista, hanno illustrato il progetto in corso dal 2015 che ha promosso percorsi socio-occupazionali / progetti di prova-lavoro per persone con fragilità. Gli obiettivi posti riguardano l’autonomia e l’acquisizione di competenze nel campo dell’ospitalità turistica in ambiente montano. Questi percorsi hanno permesso agli utenti di sperimentare le proprie risorse, allenarsi alle regole del lavoro, di apprendere competenze specifiche (es. l’ospitalità, la manutenzione, l’igiene e la pulizia, le attenzioni all’ambiente, la sicurezza) e competenze trasversali, quali il saper fare gruppo-squadra, essere accoglienti, assumersi responsabilità, accettare aiuti, sapersi gestire lontani da casa, sensibilità verso l’ambiente montano.

Dopo questo intervento è stato proiettato un video dal titolo: “Pionieri della Montagnaterapia in Italia – Area Salute Mentale”, realizzato da Giuliano Zanga insieme a Fiorella Lanfranchi, psicologa e psicoterapeuta dell’ASST Bergamo Est. Il documentario mette a fuoco la nascita di questa esperienza sul territorio nazionale, la costruzione della rete, gli obiettivi della montagnaterapia per quanto riguarda i disturbi psichici, le metodologie e collaborazioni. Si tratta di un racconto a più voci, in cui le immagini, la musica e le interviste comunicano in modo efficace quanto l’uso di interventi integrati aiuti ad affrontare la sofferenza mentale e a contrastare il processo di isolamento, di ritiro e disinvestimento emotivo rispetto alla realtà esterna, attivando un processo di avvicinamento reciproco tra il soggetto che soffre e gli altri, combattendo la stigmatizzazione ed emarginazione che aggravano la vulnerabilità dei malati.

A seguire la relazione di Massimo Dorini, Educatore del SERD – ASST Rhodense, sul ruolo dell’educatore nell’ambito delle dipendenze. Obiettivo del progetto è di consentire all’utenza di sperimentarsi nel gestire quelle condizioni emotive faticose da reggere e governare, che in passato facilmente portavano a ricorrere all’uso delle sostanze, puntando a raggiungere uno stato di benessere in una condizione di astinenza e attraverso il ruolo chiave dell’attività fisica.

Nell’ambito della Neuropsichiatria Infantile, è stato descritto un caso clinico seguito con interventi individuali di montagnaterapia, sia indoor che outdoor. Emanuele Frugoni, Educatore e Referente della rete lombarda di Montagnaterapia, insieme con Barbara Panier Bagat, Tecnico Riabilitazione psichiatrica, hanno raccontato il percorso terapeutico-riabilitativo durato nove mesi, realizzato con una giovane paziente sofferente di un disturbo depressivo atipico e disturbo d’ansia sociale. Il lavoro in parallelo sulla sfera emotiva e su quella fisica, con canali di comunicazione alternativi a quello verbale (scrittura, arrampicata, speleo), ha consentito una ripresa della fiducia in se stessa e negli altri, il superamento della fase di break-down e il recupero di un equilibrio emotivo.

Gli ultimi interventi sono stati relativi all’accompagnamento in montagna di persone con disabilità. Vincenzo Lolli, Presidente della Commissione Impegno Sociale del CAI di Bergamo, ha descritto la massiccia attività iniziata nel 2000, che arriva oggi a coinvolgere circa 40 gruppi con 238 utenti, 64 educatori e 45 volontari. Il convegno si è concluso con un video sull’esperienza di montagnaterapia rivolta a ragazzi affetti da Autismo. Tamara Monaci, psicologa del CDD Koinonia di Bergamo, ha presentato il progetto “In montagna Insieme con un passo diverso”, che mira ad ampliare il percorso abilitativo – terapeutico nelle aree della socializzazione, comunicazione e comportamentale e riguarda un piccolo gruppo selezionato di ragazzi autistici. Dopo un percorso di formazione per i volontari del CAI, sono state intraprese una serie di uscite che hanno portato diversi benefici. I ragazzi protagonisti di questo progetto hanno globalmente evidenziato un ampliamento delle loro competenze nelle aree della socializzazione e della cura di sé. In particolare si sono rilevati una diminuzione dei loro comportamenti disadattativi, un contenimento delle stereotipie verbali e motorie, una estinzione dei momenti di etero – aggressività, di opposizione e una maggior flessibilità degli schemi di azione.

L’insieme degli interventi ha messo in luce il variegato mondo della cosiddetta “montagnaterapia”, evidenziandone i benefici ma anche criteri di base per l’impostazione e attuazione di questi progetti, nonché punti critici aperti e la necessità di ampliare ulteriormente il bagaglio di studi in merito.

Fiorella Lanfranchi

Psicologa e psicoterapeuta

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