“Namasté” al tempo dello smartphone

“Namasté” viene accompagnato dal gesto di congiungere le mani, sempre che non siano impegnate nella complessa e per molti irrinunciabile gestione dello smartphone.

Lo sguardo dei giovani e dei meno giovani è sempre più rivolto allo schermo dello smartphone che alla realtà. Argomento risaputo ma con risvolti non ancora sufficientente chiariti. Uno per tutti. Il turista che cammina curvo sul cellulare lungo i sentieri del Nepal sempre meno è in grado di ricambiare il “namaste” del viandante che incrocia: quel saluto di solito accompagnato dal gesto di congiungere le mani, unendo i palmi con le dita rivolte verso l’alto mentre si fa un leggero inchino. Un tempo per i trekker era un punto d’onore rispondere, sia pure goffamente, a questo saluto che significa “io mi inchino a te”, anche se può rivestire significati più profondi. Secondo gli indiani, al centro del cuore giace l’anima e, mettendo le mani giunte sul petto mentre si dice “namaste”, si saluta la presenza divina che si trova in ognuno di noi. Ma questo cerimoniale viene oggi vanificato se l’attenzione in cammino è tutta rivolta al piccolo e irrinunciabile schermo portatile e alla sua minuscola tastiera, come ormai di norma succede negli affollati marciapiedi delle città. Le statistiche parlano chiaro, basta cercarle su Internet: gli americani controllano il cellulare 12 miliardi di volte al giorno e nel mondo esistono più cellulari che persone. Le conseguenze nei comportamenti umani non sono da poco. In questi giorni si parla di Facebook come di una forza distruttrice della nostra società. Così la fame di esotismo dei turisti occidentali a cui accennava Alberto Moravia al termine di un suo viaggio in India nel 1962 non può che sottomettersi a questa realtà e, di giorno in giorno, evaporare. Concreto è dunque il rischio che non risuoni più il tradizionale “namasté” mentre si vaga tra i meravigliosi contrafforti dell’Annapurna e mentre le preghiere stampate sulle bandierine vengono portate dal vento nel regno degli dei. E’ un allarme, questo declino del “namasté”, che in questi giorni è stato lanciato dalla radio: una nuova e irreversibile forma di inquinamento culturale dei nostri tempi su cui varrebbe la pena di riflettere un attimo. (Ser)

One thought on ““Namasté” al tempo dello smartphone

  • 23/03/2018 at 10:24
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    E’ stato Reinhold Messner in realtà a denunciare in un’intervista a La Repubblica del 22 marzo 2018 l’inconveniente del “Namasté” in declino, se così vogliamo chiamarlo. “L’ultima volta che sono andato in Nepal”, ha raccontato Reinhold a Giampaolo Visetti, “ho notato che la gente non congiungeva i palmi dicendo ‘Namasté’: non potevano più farlo, perché in mano avevano un cellulare… Lo sterminio sistematico delle diversità è la tragedia più sottovalutata del nostro tempo”. Ci era sfuggito questo importante brano del Messner pensiero recuperato grazie a Facebook e ce ne scusiamo con Reinhold e con chi ci segue e magari generosamente condivide quanto quotidianamente pubblica mountcity.it

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