Dougan sul podio al festival delle Giulie

Alla conclusione, giovedì 22 marzo 2018, della rassegna Alpi Giulie Cinema 2018, una riflessione di Flavio Ghio è stata letta da Giorgio Gregorio, il regista di “Domandando di Dougan” vincitore del Premio “Scabiosa Trenta” 2018. Riguarda il mondo della montagna rappresentata e della montagna vissuta. “L’inventare stupori”, spiega Ghio che ha collaborato con Gregorio alla realizzazione del film, “l’annunciarli con i refrain delle immagini mozzafiato, delle sequenze adrenaliniche non è la vetrina della montagna ma l’occasione per dispiegare la propria volontà di potenza”. Mountcity.it è lieto di pubblicare, per gentile concessione, lo scritto di Ghio nella sua integrità.

“La Scabiosa Trenta 2018” ideata in ferro dal tarvisiano Mitia Cortiula prendendo spunto dalla varietà che cresce nelle Alpi Giulie. In alto il particolare di un manifesto dedicato al film vincitore “Domandando di Dougan” di Giorgio Gregorio.

L’irrilevante peso dello stupore

Esiste la montagna e l’andare in montagna. Poi nascono le parole e risuonano i loro echi. Gli echi sono importanti nella misura in cui qualcosa, che è rimasto lassù, ci stupisce. Altrimenti i ritorni non avrebbero senso. Nell’intervallo tra un ritorno e l’altro, la cultura della montagna dovrebbe approfondire questo stupore, rimemorarlo e non sovrapporsi ad esso, condizionando i ritorni futuri e ri-orientando la navigazione. Questo avviene perché la montagna e la cultura della montagna non sono la stessa cosa. Tale differenza sarebbe sostenibile se la cultura proponesse discorsi originari, profondi e non alieni ai perché di quanto vissuto. Recuperare una sintonia tra Montagna e Cultura è possibile solo riconoscendo alla Montagna la priorità della sua forza di stupire. Definire la differenza tra i due diversi stupori non è semplice. La capacità di stupirsi è atavica, vive prima della glottide, arriva prima della parola e può strozzarla. Attrae e fa paura. E’ come un’onda, può essere raccontata ma la forza con cui scuote l’anima non è riproducibile. Oggi l’anima dell’uomo tecnologico è affascinata dall’idea di ri-creare il mondo, incarnando la forza della Natura; se la montagna provoca stupore, allora anche la cultura lo farà suscitando, e non subendo il fascino dello stupore. Così si produce stupore anche senza la realtà della montagna, dispiegando le risorse dell’apparato tecnologico col segreto desiderio di sollevare le poltrone del cinema sulle torri più alte, proponendo un plagio virtuale di ciò che il tentatore fece con Cristo. Attraverso questo tipo di spettacolarizzazione, il film di montagna è riuscito a sedurre platee un tempo sconosciute. E’ opinione corrente che sia diventato la vetrina più importante per la sua capacità, come nuova religione dell’immaginario, di spostare le montagne, sostituendosi all’intermediazione del pensiero e della parola. L’inventare stupori, annunciarli con i refrain delle immagini mozzafiato, delle sequenze adrenaliniche non è la vetrina della montagna ma l’occasione per dispiegare la propria volontà di potenza. L’uomo, invece di raccontare stupori, è diventato il demiurgo e il tecnico della loro utilizzazione, un’anticipazione dei concetti chiave del film The Matrix. Ciò a cui assistiamo non è il reale, è la sua prigione.

La cultura di Lassù gli ultimi o de Il monte Analogo, capolavori già nel titolo, è stata soppiantata da OGM culturali coltivati nelle serre artificiali interamente sponsorizzate. Basta osservare i back stage dei film proiettati a molti festival della montagna per cogliere che la Natura ritessuta sullo schermo non ha la stessa natura della dedizione di chi, per una vita, ritornerà in montagna con percorsi silenziosi ma più veri e reali.

L’anima delle montagne accoglie sempre chi ritorna a cercare lo stupore e l’incanto della prima volta che vorrebbe una cultura che parlasse di questa passione originaria invece di sormontarla con la spettacolarizzazione del no limits esibito come la nuova incarnazione dello spirito di libertà. I film e le scritture che non si allineano a questo spirito vengono ostracizzate. Parlano di ritorni in montagna che ricordano i cicli della Natura che rinasce umile, paziente anche se è continuamente sollecitata verso direzioni, che non hanno legami con la sua forza. Per questo i ritorni non frequentano le saghe dei festival A quel rumore rispondono con i propri vissuti che dicono: No fiction here. No cry Festival. La risposta, scontata, dell’industria culturale è già scritta: I got never mind.

Contro questa deriva, ai refrattari, ai cani sciolti, alle voci fuori dal coro rimane la possibilità di poetare in silenzio, un passo dopo l’altro, per donare alla gravità della terra l’orizzonte di una cima. A questo poetare non servono le maschere dello stupore artefatto. Per il pragmatismo mondano questa è la voce degli illusi, dei perdenti ma se il giudizio fosse vero, perché esiste il sole se a coprirlo ci sono le cappe di smog e il cielo stellato se a nasconderlo c’è l’inquinamento luminoso e perché ci sono i poeti nel tempo della povertà come domandava Hölderlin? E’ vivere nell’epoca del travisamento dello stupore, a stupirci.

Poi si tratta di scegliere: vivere arrischiati la scansione temporale dell’esistenza oppure piegarsi all’onnicomprensività di un presente cannibale.

Flavio Ghio

I premi della rassegna 

Si è conclusa giovedì 22 marzo 2018 con la consegna del XXIV Premio “La Scabiosa Trenta” la XXVIII edizione della rassegna “Alpi Giulie Cinema” organizzata dall’Associazione Culturale Monte Analogo di Trieste. Con grande soddisfazione degli organizzatori, un pubblico sempre numeroso, affezionato e attento ha accompagnato le sette giornate di proiezioni, divise tra cinema/teatro Miela e il Bar/libreria Knulp. La giuria composta da Patrick Tomasin (alpinista), Giovanni Fierro (poeta) e Roberto Valenti (fotografo naturalista e alpinista accademico del CAI) all’unanimità si è così espressa:

“Il film cerca di fare luce sull’oblio in cui è finito l’uomo e l’alpinista Vladimiro Dougan, offrendo lo spunto per ragionare sull’etica dell’alpinismo e sul rapporto dell’uomo con il suo tempo” (dal verbale della giuria).

Premio Alpi Giulie “la Scabiosa Trenta 2018” a “Domandando di Dougan” di Giorgio Gregorio, con la seguente motivazione: “Costruendo una narrazione poetica corredata da immagini spettacolari e da una parte musicale delicata, il film cerca di fare luce sull’oblio in cui è finito l’uomo e l’alpinista Vladimiro Dougan, offrendo lo spunto per ragionare sull’etica dell’alpinismo e sul rapporto dell’uomo con il suo tempo”.

A maggioranza la giuria ha poi assegnato il Premio “Luigi Medeot” per il miglior soggetto a “Jacopo Linussio, con un passo lento e regolare” di Gianpaolo Penco, perché “il documentario è un ottimo spaccato sulla Carnia del secolo scorso e sulla storia della famiglia Linussio. La precisa e approfondita documentazione ha permesso la realizzazione di un film molto curato, anche dal punto di vista di sceneggiatura, immagine e suono”.

Menzioni speciali sono andate a “Proti Horizuntu Grenlandia 2017” “PROTI di Ivica Kostelic e Miha Podgornik (“documentario che racconta la traversata con gli sci della Groenlandia e, attraverso immagini spettacolari, realizzate sul campo dai due protagonisti dell’impresa, riesce con semplicità, a mettere in scena il profondo rapporto dell’uomo con una natura estrema”) e a “Up” di Rok Lukšič e Luka Stanovnik (“film evocativo e malinconico i cui numerosi messaggi e temi offrono interessanti spunti di riflessione. Alla vivacità delle immagini si mescola la determinazione umana nel superare i propri limiti”).

La rassegna si è tenuta sotto il patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia e delComune di Trieste e grazie alla collaborazione di ARCI Servizio Civile.

www.monteanalogo.net

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