Canti d’amore e di sfortuna

Raccontano delusioni d’amore, malattie, sofferenze o morte i canti di montagna che vanno per la maggiore. Gli esempi sono numerosi: citando alcune tra le canzoni più conosciute, Flavio Zanella, alpinista e appassionato della materia, ci offre alcuni esempi significativi.

Flavio Zanella

Babbo non vuole e mamma nemmeno…

Sembra che la storia della canzone popolare italiana abbia origini nobili. Verso gli inizi del 1800, il grande compositore Gioacchino Rossini armonizzò una canzone popolare che descriveva le difficoltà incontrate da due giovani amanti nel realizzare il loro sogno d’amore: “Bella bambina dalla treccia bionda, di nome vi chiamate Veneranda. Babbo non vuole, mamma nemmeno, come faremo a fare l’amor?”. La stessa aria musicale fu ripresa poi da Ciajkovskij nella sua composizione “Capriccio Italiano”. Venendo a tempi più recenti, nel primo periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, si assiste alla nascita dei gruppi corali specializzati in canti popolari. Musicisti come Benedetti Michelangeli, Ortelli, Pigarelli, Montanari e Pedrotti si adoperarono per armonizzare i canti tradizionali che, da appassionati ricercatori, erano andati a recuperare dagli armadi della memoria. Questi canti erano dedicati a vari temi: la guerra, il lavoro, l’emigrazione, la montagna. Ma l’argomento più trattato è l’amore. Corrisposto o contrastato, cambia poco. In questi canti prevale la visione maschile. Quella femminile è scarsamente considerata e si riferisce prevalentemente a quella della povera vittima infelice. Forse l’impostazione totalmente maschile dei cori di montagna, fa privilegiare questa visione e la scelta dei temi è conseguente. Mia moglie Antonietta afferma che le canzoni di montagna rappresentano un inno alla sfortuna. La parola che usa è un’altra ma, casualmente, le lettere iniziali e finali delle parole stesse, coincidono. Io sono un grande appassionato del canto popolare e, in particolare, delle canzoni di montagna. Non appena se ne presenta l’occasione, sono felice di aggregarmi a chi intona qualche canto corale della tradizione montanara. Purtroppo, a malincuore, sono costretto a darle ragione. Molto spesso, si ripetono meccanicamente le parole delle strofe e dei ritornelli, badando più all’intonazione ed all’armonia, piuttosto che al contenuto. Raramente i testi hanno valenza poetica essendo composti principalmente per assecondare la metrica. Normalmente, sono racconti di delusioni d’amore, di malattia, di sofferenza o di morte. Gli esempi sono moltissimi e, citando alcune tra le canzoni più conosciute, vorrei spiegarmi meglio.

Quel mazzolin di fiori. A prima vista sembra una canzoncina che racconta la storia di due innamorati ma, a ben guardare, è solo la ragazza che è innamorata, senza essere corrisposta. Pur di fare una sorpresa a colui che ritiene il suo ragazzo, infrange la legge che regola la raccolta della flora alpina, sperando ardentemente che, per mezzo di quel mazzolino di fiori, il suo amato le cada tra le braccia. Sappiamo come andrà a finire. Lui se la spasserà con la Rosina e lei si metterà a piangere disperatamente, nascondendosi in casa per non farsi ridere dietro dalla gente del paese.

La Valsugana. E’ sempre una ragazza che parla e, stranamente usa il noi maiestatico. Il desiderio di andare in visita alla famiglia è raccontato a ritmo di marcia e, già prima di partire, la poveretta sa che cosa l’aspetta. Altro che una serena giornata in famiglia: c’è solo la mamma che sta bene. Il papà è ammalato, il suo ragazzo è partito per fare i soldato e nessuna sa quando farà ritorno tra le sue braccia.

Il grileto e la formicola. E’ una delle più truci canzoni d’amore dove, la sfortuna si accanisce con particolare impegno. Un grillo decide di corteggiare una formica e, dopo alterne vicende, la conduce all’altare. Mentre la formica è impegnata nell’atto di infilargli l’anello, lo sfortunato grillo cade a terra e “el s’àspinzà el zervel”. Si vede che anche allora la sanità non funzionava molto bene perché la formica si vede costretta ad andare di là del mare a cercare un medico. Quando, dopo infinite peripezie, riesce a trovarlo, le giunge la notizia che il suo amato è morto. Non le rimane altro da fare che gettarsi a letto e, per dimostrare tutta la sua disperazione, battersi il petto con il calcagno del piede.

La canzone della Grigna. E’ la storia di un ardimentoso cavaliere che si è innamorato della bella castellana che vive nel suo arcigno maniero. Mentre lui scala le mura, la perfida castellana dà ordine ad una sentinella di scagliare una freccia in fronte all’ardimentoso spasimante. Conseguenza logica, il cavaliere cade a terra fulminato. Il castigo divino non si fa attendere. La bieca castellana viene trasformata in monte ed anche la sentinella segue la stessa sorte. Le due montagne che rimandano ai due personaggi si specchiano sul lago di Como e sono la Grigna e la Grignetta. Del cavaliere non si è saputo più nulla.

Seniorescanterini del Cai Milano. In alto il Coro della Sat (ph. Serafin/MountCity)

La Rosalinda. La Rosalinda è una ragazza che è stata tradita dal Ferruccio. Anziché mandarlo a quel paese e rivolgere i suoi spasimi verso un nuovo amore, si dispera e medita di sciogliere le capocchie dei fiammiferi nell’acqua, per preparare un veleno che ponga fine alle sofferenze. Le parole che seguono sono chiare: “Eran le undici, il veleno è preparato ed alle dodici sarò già morta. E all’indomani sarò sepolta nel campo della pena e del dolor”.

Il fiore di Rosina. Anche in questa canzone, l’allegria ed il lieto fine non si fanno vedere. La storia è simile alle altre: tradimento, abbandono e propositi suicidi di massa. Il testo della canzone è esplicito: ohi cara mama serè la porta che non veda più nessun. Voio far finta de esser morta e per far pianzer qualchedun. E scaveremo ‘na fossa fonda e ghe staremo dentro in tre: il babbo mio, la mamma mia ed il mio bene in braccio a me”. Ascoltando attentamente queste parole non si riescono a comprendere bene tre cose: perché se la ragazza è infelice, deve essere sterminata tutta la famiglia? Perché la ragazza tradita vuole stringere tra le sue braccia, l’oggetto del suo desiderio, anche dopo morta? Perché prima di parlare, non si ripassa un attimo le tabelline? Se uno fa i conti, si accorge subito che non tornano. Il babbo, la mmamma, lei ed il suo amato fanno quattro e non tre.

Come porti i capelli bella bionda. Un valzerino allegro ci racconta di uno scanzonato dialogo tra due giovani in fase di corteggiamento. Quello che colpisce in questa breve canzone, è la totale mancanza di rispetto per le più elementari regole grammaticali. La prima strofa si salva: “Come porti i capelli bella bionda? Io li porto alla bella marinara, io li porto come l’onda, come l’onda in mezzo al mar”. È nella seconda strofa che succede il fattaccio: “In mezzo al mar ci sta un camin che fumano, saran della mia bella che si consumano”. La conclusione è sempre la solita: un atto di ribellione verso chi è contrario all’unione dei giovani: “I mei no i vol, i toi no i è contenti, ci sposeremo a parimenti”.

Penso di aver dimostrato che gli esempi, suffraganti il pensiero di mia moglie, siano sufficienti a dimostrare la ragionevolezza del suo assunto. Non vorrei comunque demonizzare la totalità delle canzoni di montagna. Sarebbe come fare un grave torto alle tradizioni e ai sentimenti di chi ci ha preceduto. Tra le tante cante, vorrei salvarne una, quella che ritengo la più bella, la più armoniosa e la più toccante. Quella che mi sta più a cuore: Stelutis Alpinis. È una canzone della tradizione friulana e parla del rapporto d’amore e di nostalgia che si prova verso l’amico che è caduto tra le rocce a causa della sua passione per la montagna. È stata scritta e viene cantata in lingua friulana. La traduzione in italiano è la seguente:

Se tu vieni sotto le rocce della parete,  

là dove mi hanno dato

l’ultima dimora,

troverai un prato di stelle alpine  

che sono state bagnate dal mio sangue.

Fatti un segno della croce, 

raccogli una stella alpina

e poi portala con te.

Quando, giunto a casa ti sentirai solo

ed avrai nostalgia di me,  

stringi al petto la stella alpina

ed il mio spirito sarà

vicino a te.

Flavio Zanella

Commenta la notizia.