Ribellarsi fa bene e la montagna può contribuire…

Esiste un possibile parallelismo tra due categorie di ribelli: quelli storici delle Alpi e quelli che si ribellano alla malattia. Ciò che queste persone hanno in comune è il mettere in pratica la loro ribellione attraverso l’aiuto delle montagne. Attorno a questo parallelismo ruota la tesi di laurea in Antropologia delle Società Complesse presentata e discussa da Elena Bignoli, socia del CAI Torino, il 19 luglio 2017. La tesi, che ha per sottotitolo “La montagna come strumento di riabilitazione psicosociale: sguardi etnografici e prospettive antropologiche”, nasce dalle esperienze di Elena con il gruppo “La montagna che aiuta” del Cai Torino. “Ho imparato sulla mia pelle cosa significa tornare sfiniti a casa dopo una lunga giornata e sentirsi per contro totalmente soddisfatti, più leggeri rispetto al mattino. È un viaggio, più breve, ma non per questo meno intenso”, racconta la neolaureata che evidentemente ha fatto tesoro della sua passione per le escursioni. Come si può evincere da una consultazione del sito (http://lamontagnacheaiuta.caitorino.it), si deve a un gruppo di soci del Cai Torino la collaborazione con Aziende Sanitarie Locali, associazioni ed organizzazioni varie alla realizzazione di esperienze che condividono lo strumento terapeutico ed educativo della montagna nelle aree del disagio psichico, dell’emarginazione e della diversa abilità.

Elena Bignoli, laureata con una tesi sulla montagna che aiuta. Sopra il titolo l’assistenza del soci del Cai Lazio ai diversamente abili.

Niente di nuovo, s’intende, nell’ambito del Cai che da tempo considera la montagna come un ambiente di riabilitazione in cui si coniugano le dimensioni corpo, mente ed ambiente, individuo e gruppo, lavoro clinico e psicosociale. Ne è stato una dimostrazione nel corso del 2017 a Milano il Forum sulle Politiche Sociali che ha visto la partecipazione di realtà operanti in ambito Cai: a cominciare dalla Commissione per l’impegno sociale della Sezione di Bergamo fondata nel 1993 che ha costruito una scuola, una casa, contribuito a edificare un asilo ed un centro di accoglienza, fornito attrezzature a presidi medici, riselciato strade in frazioni sperdute frequentate da disabili, offerto formazione e orientamento al lavoro, ristrutturato e adattato alle esigenze dei disabili un rifugio. Nel Lazio il Cai, a quanto si è appreso, ha realizzato una rete di sentieri percorribili da persone con disabilità, con l’aiuto di accompagnatori appositamente addestrati. In Lombardia il Cai vanta anche dal 1986 la Scuola Alpiteam che programma e gestisce corsi di alpinismo per la Comunità Terapeutica Arca di Como, e propone a persone con problematiche di dipendenza patologica, un’opportunità di “rivisitazione di sé” andando in montagna, tentando di far vivere l’alpinismo non come eccesso, ma come accettazione del limite.

Tutto questo per dire che i soci di Torino tra i quali la neolaureata Elena Bignoli si sono inseriti in un terreno particolarmente fertile mentre è iniziato il conto alla rovescia per il prossimo Convegno di Montagnaterapia, che si terrà in Sardegna il 4.5.6. ottobre 2018 organizzato dall’ATS Sardegna che raggruppa le 8 ex ASL e dal Coordinamento nazionale Montagnaterapia. “Il termine Montagnaterapia”, puntualizza la Bignoli, “è stato usato per la prima volta da Matteo Serafin, un giornalista che nel 1999 ha scritto un articolo sulla rivista Famiglia Cristiana, in cui si sostiene il fatto che ‘non è solo chi si trova in cordata o in parete ad aver bisogno di soccorsi, ma anche chi si è smarrito lungo gli impervi sentieri della vita’. E infatti, dopo aver riportato alcuni esempi di esperienze di solidarietà in montagna nei confronti di gruppi di disabili, ragazzi emarginati, tossicodipendenti e pazienti psicotici, Serafin si chiede: ‘È nata dunque la montagnaterapia?’”.

Un gruppo di istruttori di Alpiteam, pionieri in Lombardia nell’assistenza ai ragazzi del disagio giovanile.

Diciotto anni sono trascorsi da quell’esordio e oggi quasi tutti coloro ai quali Elena Bignoli ha chiesto un’opinione su questo nome, le hanno risposto che è fuorviante per chi non ne sa nulla e per questo preferiscono usare locuzioni alternative, come ad esempio ‘La montagna che aiuta’, nome dell’associazione all’interno della quale ha fatto ricerca. Montagnaterapia a parte, nella sua tesi di laurea, la Bignoli propone una riflessione sull’idea secondo cui “visto da vicino nessuno è normale”. Di conseguenza introduce i concetti di normalità e anormalità, ai quali collegha il discorso riguardante lo stereotipo del ‘matto’, l’idea di neurodiversità, l’importanza di una risemantizzazione dei concetti e il problema della stigmatizzazione. Per finire espone una nuova prospettiva antropologica, derivata dalle discussioni avute con alcuni ragazzi . “In montagna”, sostiene Elena, “si impara a conoscersi e confrontarsi, cos’è l’appartenenza al gruppo, cos’è la condivisione. Chi va in montagna è più abituato a dialogare con il rischio e con la paura, apprende in che modo usare quel timore come strumento per compiere il passo successivo. Eterne alleate di perseguitati, fuggiaschi diversi e combattenti contro le imposizioni della società e delle sue istituzioni, le montagne non hanno mai smesso di aiutare chi ha avuto l’ardire di sfidarle, di aiutare a guardare negli occhi un nemico invisibile per affrontarlo a testa alta”. (Ser)

Scarica la tesi sulla Montagna alleata dei ribelli di Elena Bignoli

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