Ghiacciai come stadi, il rap dilaga

Nei giorni pasquali erano in calendario in Trentino ben due manifestazioni musicali in quota: sul ghiacciaio del Presena (Rap on the top con Jake La Furia) e sul monte Spinale (Bob Sinclair), in pieno Parco Adamello Brenta. Non si sta esagerando nel portare la città in montagna? Se lo chiede Donata Borgonovo Re del Gruppo consiliare provinciale del Partito Democratico del Trentino impegnata con un gruppo di persone a un progetto che indaga il difficile rapporto tra città e valli (www.progettociva.it) e che cerca di offrire strumenti di lavoro a chi dovrà assumere le decisioni. La proposta di mozione del 29 marzo 2018 qui pubblicata nella sua integrità e intitolata “Verso una montagna da bere?” si riferisce a questi temi ed è indirizzata a Bruno Dorigatti, Presidente del Consiglio provinciale. Nel documento, firmato dalla stessa consigliera Donatella Borgonovo Re, vengono esplicitate alcune delle preoccupazioni che emergono.

Verso una montagna da bere?

Donata Borgonovo Re

Curiosa la coincidenza di luogo e di date: 17 marzo 2017, “Sul Presena uno stadio a tremila metri: il primo stadio dello skialp in quota con relative tribune, dal quale si potrà assistere al sempre spettacolare e affollato cambio delle pelli”; 27 marzo 2018: “Concerto ad alta quota sul ghiacciaio Presena con il celebre rapper milanese che farà ballare tutti a ritmo di rap”. Davvero curioso. Il ghiacciaio del Presena, pur graziato quest’anno da un inverno generoso di neve, costituisce da molto tempo un drammatico segnale delle profonde trasformazioni fisiche subite anche dagli ambienti alpini delle alte quote a seguito, da un lato, delle variazioni climatiche e, dall’altro, dell’incremento della pressione antropica di tipo turistico e sportivo. Le immagini, in questo caso più efficaci delle parole, mostrano con impietosa chiarezza la riduzione dell’estensione e del volume del ghiacciaio che dagli 82 ettari registrati nel 1962 dal Catasto dei Ghiacciai Italiani è passato ai 32 ettari misurati nel 2011 dalla Provincia autonoma di Trento (vedi Programma sperimentale Ghiacciaio di Presena occidentale, settembre 2011). Dall’estate 2010, accanto a rocce e ghiaioni, sono dunque malinconicamente posati enormi teli bianchi di materiale geotessile che proteggono le parti di ghiacciaio ancora adibite a piste di discesa, allo scopo di preservarne lo spessore nevoso riducendone il processo di fusione.

In un ambiente naturale così delicato e gravemente compromesso, pur nella sua resiliente bellezza, forse si dovrebbe iniziare ad entrare in punta di piedi, scegliendo di selezionare tra le molteplici attività umane che taluni desiderano (perché economicamente interessanti…) realizzarvi, solo quelle effettivamente compatibili con le condizioni di fragilità dei luoghi. Portare in quota (l’anno scorso gratuitamente!) centinaia, forse migliaia di persone – non tutte necessariamente educate al muoversi in montagna e dunque al rispetto del particolare contesto alpino – per una gara di scialpinismo o per uno spettacolo musicale, realizzando strutture (ancorché temporanee) impattanti ed inquinanti costituisce un vulnus pesante anzitutto per la natura e per i suoi equilibri, già messi in difficoltà da eventi esterni di portata epocale. Ma costituisce anche una pericolosa scelta culturale che favorisce l’affermarsi, nelle persone e nelle comunità, dell’erronea convinzione che non vi sia alcun limite alle proprie scelte ed al proprio agire, ma che anzi tutto sia possibile (purché la tecnologia offra adeguate soluzioni). E che anche la montagna, persino quella alta, un tempo meta raggiungibile solo a prezzo di grandi fatiche e dunque alla portata di pochi appassionati, sia in fondo un luogo come altri, nel quale ora la facilità di accesso si accompagna alla replicabilità delle abitudini urbane con il loro inevitabile corollario di criticità (rumore, affollamento, consumo disordinato…). Ancora una volta, insomma, “una condizione resta immutabile: la sottomissione della montagna alla città” (S. Reolon, Kill Heidi).

Contro il raduno dei quad nelle Dolomiti si è battuta nel 2017 l’associazione Mountain Wilderness.

Si potrebbe obiettare: stiamo parlando di due episodi avvenuti a distanza di un anno l’uno dall’altro. Uno scivolone di ridotte dimensioni rispetto all’immagine equilibrata di un Trentino generalmente attento alla qualità della gestione del suo territorio ed alla promozione di un modello turistico sostenibile e rispettoso delle peculiarità della montagna. Condivido in parte questa lettura, ma rilevo che di scivoloni ce ne sono stati altri, in questo ultimo anno, e non di poco peso… Mi riferisco per esempio al raduno dei quad tenutosi nel giugno 2017 tra le Dolomiti bellunesi e quelle trentine. A questi rumorosi mezzi a quattro ruote è stato consentito di percorrere 98 Km – dei quali 72 su strade sterrate forestali e su qualche tracciato di piste da sci – tra i territori di Falcade, Canale d’Agordo e Moena, senza che le amministrazioni abbiano chiesto agli organizzatori la presentazione di una valutazione di incidenza della manifestazione su luoghi di pregio e per questo inseriti nella Rete Natura 2000. Al frastuono dei motori ha dunque fatto eco il silenzio delle istituzioni che sembrano non essersi poste il problema della compatibilità di un’attività così invasiva ed aggressiva nei confronti di territori integri ma fragili e dai delicati equilibri naturalistici. Per questo, l’associazione ambientalista Mountain Wilderness è intervenuta per sollecitare una più decisa azione dei soggetti pubblici ed in particolare della Fondazione Dolomiti UNESCO, rimasta anch’essa silente di fronte ad un evento svoltosi sul suo territorio, con caratteristiche in forte contrasto con i suoi principi fondativi e con le finalità di tutela di un ‘Patrimonio dell’umanità’ cui la Fondazione stessa è preposta.

L’alta montagna viene trasformata in skiodromo in occasione delle manifestazioni scialpinistiche

In quell’occasione, MW ha richiesto una presa di posizione netta riguardo ad una pluralità di temi: la tutela delle aree protette e del paesaggio alpino, la promozione di un turismo realmente sostenibile, la conservazione del patrimonio naturale e immateriale, lo sviluppo di politiche di formazione, informazione e marketing coerenti con questi fini. Si chiedeva inoltre che tutti gli attori istituzionali coinvolti (i Comuni e la Provincia che pure sono soci sostenitori della Fondazione) si facessero promotori di un reale cambiamento nell’uso del territorio montano, soprattutto laddove sottoposto a specifica tutela, investendo in progetti di qualità ed in percorsi culturali coerenti con la bellezza dei paesaggi alpini e con la conservazione della preziosa biodiversità che questi racchiudono. E se qualcuno pensasse ancora che queste richieste siano solo il frutto delle eccessive preoccupazioni di un ambientalismo esasperato ed esasperante, forse davanti alle parole che seguono potrebbe fermarsi a riflettere…

Lo scrittore che ha amato di più le Dolomiti è stato il bellunese Dino Buzzati (1906-1972), cresciuto sotto i profili dentati della Schiara, la montagna di casa, e perdutamente attratto dalle Pale di San Martino, dove tornava ogni estate, a settembre, con la guida e amico Gabriele Franceschini. Buzzati è stato stregato come pochi dai contrasti delle Dolomiti, dai toni dolci dell’altopiano delle Pale dopo le emozioni forti della scalata. Si è portato dentro quei paesaggi per tutta la vita e con la memoria di quei paesaggi e di quelle emozioni ha ambientato le novelle e i romanzi. Basta leggere tra le righe e le Dolomiti di Buzzati riappaiono sempre, anche tra i palazzi di una città o dietro le allucinazioni del tenente Drogo perso nello stillicidio del tempo. Le malinconie delle Pale riprendono forma nelle atmosfere sospese de Il deserto dei Tartari, accanto ai ricordi della Val Belluna, alle fortezze naturali di Val Canali e agli scorci remoti di Canàl d’Agordo:

«L’Altopiano s’allarga sconfinato nelle sue grigie lastronate di dossi vallette crepacci costiere rocciose, orlato in fondo dalla frastagliata catena settentrionale delle Pale; ad occidente ci sovrasta la grandiosità della Cima Lastèi, a meridione i profili netti della catena meridionale sopra il gran solco della Val Canali. In fondo a queste cime l’inconfondibile isolato vecchio Sass de Mura. Alla sera, prima di dormire, egli dice: “Mi piace pensare che torniamo sulla Manstorna, spero che la via che mi proponi non sia troppo difficile e che in vetta si possa goder tutto”».

Attraverso la vertigine dell’arrampicata, con la paura che prende allo stomaco quando la parete si mette a girare e il vuoto sembra inghiottire l’alpinista, Buzzati cerca sempre quell’attimo di pace, quell’istante di perfezione che gli sfugge di vetta in vetta, di racconto in racconto. Proprio dopo aver realizzato uno dei sogni più belli, un’ascensione importante come lo spigolo del Velo alla Cima della Madonna, è felice solo a metà e apostrofa l’amico Franceschini: «…e piantala con questa storia degli uccellini! Lo sai meglio di me, no? Li hanno ammazzati tutti, li hanno ammazzati. Li hanno cotti in pentola, quei malnati. E adesso, vedrai, ammazzeranno anche le piante. E non ci saranno più nemmeno i boschi. Credi che non sappia? Qui regneranno soltanto il cemento, l’asfalto, le macchine e la morte. E allora saranno soddisfatti, finalmente».

La sensibilità buzzatiana coglie i rischi del turismo di massa e la fragilità dell’ambiente dolomitico. Quando i “valorizzatori” del territorio minacciano il proseguimento della strada di Misurina verso la Forcella Lavaredo e l’altopiano delle Tre Cime, Dino scrive incollerito sul Corriere della Sera: «Con che vandalico entusiasmo l’immondo coro degli scappamenti devasterà i purissimi silenzi! Sotto le sdegnose rupi, nelle notti di luna, scintilleranno di luminarie al neon le stazioni di servizio. Su per i canaloni tenebrosi, dove sepolte dalle frane le ossa di qualche alpino ancora giacciono, salirà il crepitio svergognato dei ‘due tempi’, mescolato a echi di orchestrine».

La carrozzabile si è fermata al rifugio Auronzo, per fortuna, eppure oggi è bene rileggere queste parole. Conosciamo perfettamente le metastasi dello sviluppo illimitato, però abbiamo perso lo sdegno innocente di Buzzati e il candore del suo sguardo innamorato. Siamo assuefatti, quindi in pericolo”.

(Un Buzzati ancora attuale in http://www.enricocamanni.it/pubblicazioni/rubrica-storie, agosto 2017).

E’ questa assuefazione che accompagna gli ‘scivoloni’ di cui stiamo parlando e della quale dobbiamo diffidare, esercitando una paziente vigilanza sulla realtà che ci circonda. Ad esempio, che dire di quanto talvolta accade persino all’interno di aree protette da appositi Enti quali i Parchi naturali? Istituzionalmente queste realtà hanno il compito di custodire la biodiversità di territori particolarmente pregiati sul piano naturalistico, all’interno dei quali le attività umane sono regolate per mantenere un delicato ma efficace equilibrio con il mondo selvatico. Il parco perfetto non è quello “senza l’uomo”, come scrive Vittorio Ducoli (Direttore del Parco naturale di Paneveggio – Pale di S.Martino) ma è quello che diviene “laboratorio territoriale nel quale si sperimentano modelli di gestione delle risorse territoriali che possono ispirare, quanto a principi fondanti, anche i territori non protetti contribuendo a disegnare un coerente percorso di sviluppo sociale. Recuperando le basi di una identità locale ed attribuendo valore all’azione di conservazione ambientale” (Quaderno 2 Progetto CiVà).

Il ghiacciaio Presena dove si è esibito Jake La Furia. Nella foto in alto (Campigliodolomiti) il concerto di Bob Sinclair sul Monte Spinale. L’artista è arrivato in elicottero e l’impianto montato all’arrivo della funivia ha diffuso musica a tutto volume. Numerose le proteste sui social media.

Se dunque un Parco come quello dell’Adamello Brenta autorizza la realizzazione di un tracciato per mountain bike in zone tutelate per la loro particolare delicatezza naturalistica, vista la presenza del gallo cedrone e dell’orso (aprile 2017) oppure autorizza un evento musicale che porta in quota, nelle ore del tramonto, centinaia di persone che ballano con un gruppo di dj (Monte Spinale, 31 marzo 2018), non abbiamo forse un ottimo motivo per essere ancor più preoccupati? Quale “modello alternativo di sviluppo” si sta proponendo in questi casi? Quale protezione si sta garantendo all’ambiente alpino ed alla biodiversità che lo connota? Quale “identità locale” sta esprimendo le sue peculiarità, richiamando un turismo rispettoso e responsabile che possa dare un futuro sostenibile alla montagna e a chi la abita? Non basta sottolineare che le aree protette trentine (Parchi, Riserve, Siti e Zone della Rete Natura 2000) coprono il 30% della nostra provincia: bisogna che da questa rete di (potenziale) eccellenza ambientale provengano segnali inequivocabili per un diverso stile di gestione e di governo del territorio, delle sue risorse e della convivenza sostenibile delle sue comunità.

“Riminizzare la montagna”, “trasformare la montagna in un parco giochi”, “spettacolarizzazione della montagna”, “montagna ridotta a stadio”, “scempio delle montagne”: espressioni tutte che tentano di rappresentare con immagini forti quello che Franco De Battaglia, di fronte allo stadio sul ghiacciaio del Presena, aveva definito come “il segno di un territorio che si è smarrito” (Adige 19 marzo 2017). Perché questo è il vero tema in discussione: per noi, per le nostre comunità, per le nostre istituzioni cosa significa essere inseriti in territori di montagna? Quali legami abbiamo con il difficile ma generoso ambiente alpino nel quale viviamo? Quali responsabilità sentiamo di assumerci nei confronti di risorse naturali, ambientali e culturali che sono state preservate per secoli e che sembriamo talvolta voler dilapidare attraverso comportamenti e scelte miopi, inappropriate se non decisamente dannose? Cosa è rimasto in noi di quelle “generazioni secolari che volevano e sapevano ‘coltivare il territorio’ secondo tanta vissuta saggezza, pur senza la ormai vaga e superficiale istruzione moderna, fatta di troppo chiacchere e di poco saper fare” (come scriveva tempo fa Mario Antolin Mùson)? Nella convinzione che le istituzioni debbano coraggiosamente e saggiamente guidare ed accompagnare i processi di sviluppo territoriale secondo criteri di sostenibilità (sociale ed ambientale, oltreché economica) e debbano esercitare pienamente un ruolo di vigilanza e di controllo, a garanzia del rispetto dei beni comuni – materiali ed immateriali che siano – da preservare per le generazioni future,

il Consiglio impegna la Giunta…

  • ad aprire un approfondito e documentato confronto con le Amministrazioni locali, con gli Enti Parco, con la Fondazione Dolomiti UNESCO, con l’Università, con le Associazioni ambientaliste e di tutela della montagna per definire chiare ed il più possibile condivise Linee guida per l’individuazione delle attività umane incompatibili con le peculiarità dei territori montani;
  • ad effettuare con rigore i controlli previsti dalla legislazione vigente, accompagnandoli con una capillare azione informativa e con una tempestiva consulenza alle amministrazioni locali, spesso prive delle competenze necessarie per intervenire efficacemente;
  • a monitorare le situazioni di conflittualità legate ad utilizzi di dubbia sostenibilità delle aree alpine, con particolare attenzione alle zone soggette a tutela ambientale ed ai territori dolomitici inseriti nei beni UNESCO;
  • a riferire alla Commissione consigliare competente l’esito delle attività svolte in attuazione alla Mozione, entro la chiusura della legislatura in corso.

Consigliera Donata Borgonovo Re

Trento, 29 marzo 2018

2 thoughts on “Ghiacciai come stadi, il rap dilaga

  • 05/04/2018 at 09:51
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    “Portare in quota centinaia, forse migliaia di persone – non tutte necessariamente educate al muoversi in montagna e dunque al rispetto del particolare contesto alpino – per una gara di scialpinismo o per uno spettacolo musicale, realizzando strutture (ancorché temporanee) impattanti ed inquinanti costituisce un vulnus pesante anzitutto per la natura e per i suoi equilibri, già messi in difficoltà da eventi esterni di portata epocale. Ma costituisce anche una pericolosa scelta culturale che favorisce l’affermarsi, nelle persone e nelle comunità, dell’erronea convinzione che non vi sia alcun limite alle proprie scelte ed al proprio agire, ma che anzi tutto sia possibile (purché la tecnologia offra adeguate soluzioni)”. Questo il commento di Alpidoc il 5 aprile 2018 in FB.

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  • 04/04/2018 at 11:21
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    Era prevedibile che sui media non si sarebbe colto il senso della denuncia contenuta nella mozione della consigliera Donatella Borgonovo Re. E che si sarebbe volutamente ignorato fino a che punto può arrivare il degrado denunciato dalla consigliera a proposito del turismo invernale di massa. I cronisti del Giornale del Trentino si sono precipitati a raccogliere le dichiarazioni dell’assessore ai grandi eventi di Pinzolo. Che dal canto suo dimostra di avere la coscienza a posto, ci mancherebbe.“Lo spettacolo”, spiega infatti l’assessore, “è avvenuto in una zona dove ci sono gli arrivi di tre impianti a fune e lo chalet Fiat. E dove alla sera si muovono i gatti delle nevi. Gli animali selvatici, quelli che il parco preserva, evitano già quella parte dello Spinale. È stato il nostro regalo di ringraziamento di fine stagione a chi ha scelto Campiglio e, alla fine, tutti sono andati via molto soddisfatti”. Davvero era necessario scegliere un ambiente protetto già palesemente compromesso per questo regalo di ringraziamento? Non sarebbe invece il caso di cominciare a offrire responsabilmente all’affezionata clientela occasioni di svago più in sintonia con la fragilità dei luoghi di cui parla la consigliera trentina?
    PS. Adriano Alimonta, presidente dell’ATP di Madonna di Campiglio, precisa a sua volta lavandosene le mani: “Se non fosse stato approvato dal Parco Adamello, il concerto di Sinclair non si poteva organizzare” (Trentino, 3 aprile 2018).

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