L’impegnativa eredità di Giovanni Rossi

Fra i più severi tutori dell’etica nelle attività sportive in quota, Giovanni Rossi, scomparso a Varese il 3 aprile 2018, lascia un’impronta indelebile. Fu nel 1995 che questo ingegnere appassionato di montagna, accademico del Cai, autore con Aldo Bonacossa di fondamentali guide sulle Alpi Retiche, fece da padrino al varo di una serie di regole che dovevano o dovrebbero ancora risultare imprescindibili per chi pratica escursionismo, mountain bike, scialpinismo, scialpinismo competitivo, arrampicata in palestre naturali, alpinismo. A nome del Club Alpino Accademico Italiano di cui fu presidente dal 1991 al 2000, Rossi si impegnò infatti nella tormentata elaborazione delle “Tavole di Courmayeur” (e non “Tavole della Montagna” come è scritto in questi giorni nello smemorato portale del Cai) e nella loro applicazione. Il documento venne varato al termine del Convegno di Courmayeur su “L’alta montagna e il conflitto di interessi” e successivamente ratificato al Congresso di Pesaro del 1997. Nel 1998 fu ancora Rossi nella sua veste di leader degli accademici a fare approvare a larga maggioranza un documento per la limitazione dell’uso delle protezioni fisse in montagna.

Altra benemerenza del compianto alpinista varesino fu l’aver dato vita al riconoscimento intitolato a Paolo Consiglio per le spedizioni extraeuropee. Dietro l’aria severa e l’atteggiamento schivo, Rossi era una persona affabile, sempre pronto a mettersi a disposizione per contribuire a fare evolvere l’immagine dell’associazione. Curò con rigore i Quaderni dell’Annuario dell’Accademico e sicuramente fondamentale va considerato quello battezzato “Alpinismo e cultura” (1996). “Per l’alpinismo”, scrisse Rossi, “si può parlare anche di cultura umanistica, quella cultura per cui l’uomo, ogni uomo, è nello stesso tempo soggetto e oggetto. Essa non si riferisce all’esercizio in se stesso, ma piuttosto alle forme di pensiero che lo accompagnano, lo precedono, lo seguono”. Parole che dovrebbe essere tenute presenti da chi oggi cerca di accreditare l’alpinismo come patrimonio immateriale dell’umanità.

Ma soprattutto stavano a cuore a Rossi le “sue” Tavole di Courmayeur. Per la prima volta vi si parlava di autoregolamentazione nelle pratiche sportive in montagna. Quelle regole, che ogni iscritto al Cai dovrebbe essere ancora tenuto a rispettare, si basano “sull’imprescindibile criterio etico-ambientale: protezione dell’ecosistema alpino e mantenimento di condizioni conformi alla natura e al significato dell’attività”. Chi oggi, pur legato al Club alpino, promuove rumorosi trastulli come l’eliski dovrebbe tenere conto del dettato di tali tavole messe troppo frettolosamente da parte. “Le facilitazioni che danno origine all’iperfrequentzione dell’alta montagna”, si legge tra l’altro, “non sono in generale indispensabili alla pratica delle attività, ma assai spesso imputabili a interessi estranei a un genuino spirito sportivo”. A proposito dello sci alpinismo competitivo oggi sempre più diffuso, le Tavole impongono una strategia “che consenta di ridurre al minimo l’impatto degli spettatori, utilizzando aree idonee e ben definite in cui sostare, limitando l’inquinamento visivo e acustico (striscioni e altoparlanti)”. Peccato che vent’anni dopo anche le competizioni di sci alpinismo più titolate si trasformino in alta quota, in mezzo ad agonizzanti ghiacciai, in rumorosi skiodromi. E che inascoltate sempre più rimangano le rimostranze dei vituperati ambientalisti. (Ser)

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