L’invisibile combustibile di Dominguez

Javier Dominguez

“Devi lottare con la testa, perché il tuo pensiero può cambiare tutto, anche la percezione del dolore. Il cervello dà più potenza delle gambe: bisogna sempre essere positivi”. A esprimersi così, come è stato riferito da Sara Sottocornola in mountcity, è stato durante una conferenza a Df Sport Specialist il runner Javier Dominguez, superman delle ultratrail, vincitore nel 2017 del Tor des Geants. Gli uomini di scienza non si saranno certo sorpresi, perché è aspetto noto e oggetto di studi il contributo del cervello al raggiungimento dei grandi risultati nelle discipline sportive che impongono doti di resistenza alla fatica e al dolore. Si sa che il dolore non è una semplice risposta passiva a stimoli sensoriali: è in gran parte costruito attivamente dal cervello, con il coinvolgimento di aree cerebrali il cui contributo alla percezione del dolore era stato finora sottovalutato. Lo ha stabilito un gruppo di neuroscienziati dell’Università del Colorado a Boulder e di altri centri di ricerca internazionali, che firmano un articolo su “Nature Communications”.

“Devi lottare con la testa, perché il tuo pensiero può cambiare tutto” è la teoria del fuoriclasse Dominguez.

A quanto si sa, le nostre capacità di reazione in ambienti estremi non le conosciamo fino in fondo, anche se sono spesso superiori a ogni immaginazione come hanno dimostrato nell’altro secolo i bivacchi a quota ottomila di Walter Bonatti e di altri alpinisti, e la sopravvivenza di alpinisti in ambienti ostili, addirittura con fratture esposte, congelamenti. In casi estremi, quando è in gioco la sopravvivenza, l’organismo può mettere in moto, a quanto risulta, una serie di ormoni legati allo stress che fanno fare cose straordinarie liberando del combustile d’emergenza in modo che la macchina continui a funzionare.

Per chiarire gli ancor oggi misteriosi meccanismi che regolano la “percezione” del dolore, il cammino della scienza appare però agli inizi. Così come sarebbero da chiarire certi aspetti dell’adattamento all’alta quota e dei cambiamenti che si verificano nell’organismo umano che si espone all’altitudine, specialmente a livello cardio-respiratorio e cerebrale. Il fisico dell’uomo reagisce alla quota con l’aumento dei capillari, del numero dei mitocondri e con la comparsa di sintomi e di segni. E a proposito di mitocondri, un cenno alle eccezionali risorse di Walter Bonatti in ambienti estremi è stato fatto di recente in una conferenza dal dottor Hermann Brugger, direttore dell’Istituto di medicina di emergenza in montagna di Bolzano. Forse furono le caratteristiche dei suoi mitocondri, benefiche particelle cellulari che madre natura ci fornisce, a favorire Bonatti nel tremendo bivacco agli ottomila metri del K2 e nelle sessanta ore di bufera del Freney. “Dico forse”, ha specificato Brugger, “perché a proposito di ipossia e di ipotermia la genetica è ancora in gran parte da indagare. Ecco allora affacciarsi l’ipotesi più plausibile. Fu soprattutto grazie a fattori psicologici che Bonatti seppe sopravvivere alle avversità climatiche, alle quali contrappose una naturale intelligenza, lo stesso insostituibile combustibile con cui concepì le sue straordinarie scalate”. (Ser)

3 thoughts on “L’invisibile combustibile di Dominguez

  • 30/03/2019 at 11:34
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    Riscontro al commento di Dario MONTI: hai proprio ragione!
    Ricordo a tal proposito l’ascensione al Nanga Parbat (un’ottomila della catena Himalayana) di Reinold Messner, di cui ho letto il libro relativo, in cui ha perso suo fratello Gunter e riportato la necrosi con amputazione delle dita dei piedi, a causa del congelamento, in quanto perse l’orientamento che lo fece ritornare a valle dopo 4 giorni,

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  • 11/04/2018 at 13:36
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    Quanto “liberamente” pubblicato da mountcity.it si basa su ricerche e pareri di medici specialisti (le fonti sono state in parte citate) ed è stato preventivamente sottoposto al giudizio di un medico alpinista che ne ha approvata la pubblicazione. In conclusione, risulta che quando ci si pone un obiettivo, per quanto impossibile, è possibile raggiungerlo. E questo è anche il parere di Tom Day, un corridore inglese impegnato in questi giorni nella Marathon des sables, la corsa più dura del mondo: 240 chilometri attraverso il deserto del Sahara marocchino in soli sei giorni. Gli atleti devono affrontare sabbia, rocce e dune, tra i picchi di 40-50°C diurni e le gelate notturne, e lungo un percorso imprevedibile che a ogni edizione cambia. E molti ce la fanno.

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  • 11/04/2018 at 08:31
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    L’idea che la natura sovraumana nascosta all’interno dell’uomo possa in certe occasioni manifestarsi ha da sempre favorito alcune prestazioni “eroiche” ma ha anche portato allo sfinimento tanti sconosciuti che hanno, o ci hanno, abbandonato prematuramente.
    Parlare liberamente di queste opportunità è pericoloso come parlare di droga: alla fine sono pochi a sopravvivere senza danni permanenti.

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