L’università incontra l’alpinismo

Martedì 24 aprile 2018 alle ore 18 nella sede di Via Tigor dell’Università di Trieste viene presentato il libro “Storia dell’alpinismo triestino” (Mursia, 234 pagine, 17 euro 17) di Giampaolo Valdevit, già docente presso l’ateneo. A discuterne il professor Maurizio Fermeglia, Magnifico Rettore nonché accademico del Cai, assieme a Tullio Ranni e al dottor Mauro Vigini, presidenti delle due sezioni del Cai di Trieste (rispettivamente XXX Ottobre e Società alpina delle Giulie). Funge da moderatore Pietro Spirito, giornalista del quotidiano Il Piccolo, che nella sua recensione del libro specifica come Valdevit concentri la storia dell’alpinismo triestino nell’orbita dei due attori principali, la Società Alpina delle Giulie e la Trenta Ottobre, le due sezioni cittadine del Club Alpino Italiano. E come intorno alle vicende sociali e politiche di queste due associazioni, ai loro protagonisti e alle loro imprese, si svolga l’originale ricerca di cui si parla il 24 aprile all’università. La Società Alpina delle Giulie, nota come l’Alpina, “appartiene alla galassia associativa che ha come riferimento politico il partito liberalnazionale”, spiega Valdevit. “L’obiettivo fu fin dall’inizio di affermare la cultura nazionale italiana come cultura dominante a Trieste e nella Venezia Giulia. Questa matrice e radice nazionalista dell’Alpina rimarrà viva lungo tutta la sua storia, dalla piena adesione al fascismo fino alla contestata adesione, e siamo nel 1985, al Comitato per la difesa dell’italianità di Trieste”.

Tiziana Weiss (1952-1978) formatasi nell’ambiente alpinistico triestino, fu compagna di Enzo Cozzolino (1948-1972) che aprì la via al settimo grado. Nella foto in alto Emilio Comici (1901-1940), il più famoso degli alpinisti triestini, in arrampicata.

Valdevit tiene conto dell’evoluzione dell’alpinismo a Trieste sulla base di passione, estetica, etica. “Alpinismo come passione”, scrive l’autore, “è a Trieste quello nascente, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quello che ha come protagonisti Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti. Alpinismo come estetica è quello degli anni Trenta, in particolare quello che ha in Emilio Comici l’astro prima nascente e poi splendente. Alpinismo come etica, quindi come sistema di regole nel culto rinato dell’arrampicata libera, è quello che percorre gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta e si compendia nel nome di Enzo Cozzolino”.

Protagonisti e comprimari triestini vengono chiamati in causa in questo libro scritto con l’impegno dello storico e la passione di chi, come Valdevit, ha vissuto in prima persona, impegnandosi su tutti i terreni, un’importante stagione dell’alpinismo triestino. Viene chiamato in causa, fra le tante personalità, un guru come il compianto Spiro Dalla Porta Xydias che si espresse sulla spiritualità dell’alpinismo, quello triestino in particolare, in una miriade di pubblicazioni. Spiro ribadì, sulla scia di Emilio Comici, l’idea della montagna come rifugio delle frustrazioni della vita di ogni giorno, come via di fuga dal disagio della vita quotidiana. E’ un aspetto, quest’ultimo, che sembra connotare questa minoranza arrampicante rimasta, forse un po’ troppo sdegnosamente, ai margini degli impeti libertari coltivati nel ’68, in particolare in Piemonte, sulle ali del “nuovo mattino”. Nel descrivere nell’ultimo capitolo “l’alpinismo verso la mutazione genetica”, Valdervit sottolinea come l’alpinismo triestino mantenga nell’evolversi delle tecniche di scalata una sua apprezzabile etica “pur lasciandosi sedurre dal canto martellante delle sirene dello spit”. E c’è da supporre che la lettura del suo libro, denso di nomi e di citazioni, possa suscitare stimolanti ripensamenti e serene discussioni. (Ser)

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