In montagna con Walter (2)

Dopo avere rievocato nella prima puntata (http://www.mountcity.it/index.php/2018/04/24/in-montagna-con-walter-1/) l’infanzia di Walter Bonatti (1930-2011), l’amico di sempre Dino Perolari continua, in questa seconda delle quattro puntate, il memoriale dedicato al famoso alpinista ed esploratore. Compagno di scuola negli anni remoti del dopoguerra, Dino ha condiviso con Walter momenti indimenticabili, legandosi più volte alla sua corda come risulta dal suo racconto che una volta di più illumina la vita di questo italiano illustre e indimenticabile.

La vita nella “sua” Bergamo 

Vorrei sottolineare un pregio di Walter, il suo altruismo. Nel corso degli anni, anche se non nuotava nell’oro, quando veniva premiato in denaro per cause civili, devolveva sempre quanto ricevuto per associazioni umanitarie. Nel 1957 il Gruppo Bergamasco Giornalisti Sportivi assegna a Walter, con il patrocinio del Comune di Bergamo, il “Premio dell’Atleta Città di Bergamo”. E’ l’occasione giusta per ritrovarci con calma e rammentare con le nostre avventure da ragazzi.

Con questo sommario abbigliamento e l’immancabile “condoretta” appesa al collo, Bonatti affrontò le sue prime scalate estreme.

Negli anni successivi manteniamo i contatti scrivendoci, contatti favoriti anche da amici alpinisti comuni che frequentano la zona del Monte Bianco, soprattutto ex colleghi della Scuola Militare Alpina di stanza alla Caserma Perenni a Courmayeur. Anni dopo, Walter mi raccontò che in quel periodo fu molto contrariato per il comportamento scorretto di alcuni dirigenti del CAI di Bergamo che gli avevano proposto di fare il caposquadra alla prima spedizione extraeuropea bergamasca nelle Ande Peruviane. Walter aveva accettato molto volentieri ed era entusiasta dell’idea, perciò aveva annullato tutti gli impegni del periodo con i clienti, ma inspiegabilmente, all’ultimo momento venne sostituito da una guida dei Ragni di Lecco. Ci rimase molto male e questa cosa se la legò al dito. Infatti per molto tempo non volle più sentir nemmeno nominare il CAI di Bergamo. Nel 1965, dopo aver effettuato la prima salita invernale in solitaria della parete nord del Cervino, lascia definitivamente l’alpinismo estremo per dedicarsi all’esplorazione con il patrocinio della rivista Epoca. Per questo deve trasferirsi a Milano e con Lui c’è anche Giulia, che poi sposerà nel 1978. Intanto, il papà Angelo vive da solo a Monza ma, ormai ottantenne e con alcuni acciacchi, ha bisogno di assistenza, quindi Walter gli trova ospitalità in due case di riposo lì vicino. Deve soltanto scegliere quella che preferisce, ma non ne vuol sapere. Una sera suona il telefono, è Walter che mi racconta del più e del meno, ma dal tono della voce capisco che è preoccupato. Gli chiedo se è tutto a posto, Lui allora mi spiega che è in pensiero per il papà e mi descrive la situazione. Poi però aggiunge che Angelo è disposto a farsi ricoverare a condizione di andare da Dino, precisamente nella Casa di Riposo di Semonte, qui vicino a casa mia. Infatti ricordo che un giorno, parlando con Angelo, gli avevo spiegato che poco distante da dove abito, c’è l’ex Casa del Fascio, che poi negli anni Cinquanta è stata ristrutturata dal Comune di Vertova e adibita a ricovero per persone anziane ma residenti a Vertova.

Una famiglia molto unita.

Allora mi accordo con Walter annunciandogli che il giorno successivo sarei andato in Comune per sentire se è possibile accettare la Sua richiesta, visto tra l’altro che la famiglia Bonatti, durante l’ultima guerra, ha vissuto parecchi anni a Semonte, frazione di Vertova. Passa un giorno e mi telefona il Sindaco, comunicandomi che fortunatamente si è appena liberato un letto. E quindi nel giro di due giorni arrivano Angelo, Walter e Giulia. Per tre anni Angelo rimane qui e inizialmente, quando riesce, prende il suo bastone e viene da noi il pomeriggio. Infatti siamo a meno di cento metri di distanza. Poi solitamente rimane fino all’ora di cena perché si diverte ad osservare i miei figli mentre giocano che lo chiamano nonno (purtroppo Lui non ha nipoti). Poi con il tempo, Angelo fa più fatica a camminare, ed allora appena ho un attimo di tempo faccio un salto per salutarlo, per sentire come sta e se ha bisogno di qualcosa. Quando non posso io, passa mia moglie con i bambini.

Walter Bonatti sulla copertina di Paris Match in occasione della sua storica solitaria al Cervino del 1965. Nella foto in alto l’incontro con due piccoli ammiratori negli anni Ottanta sulla cresta Cermenati alle Grigne (ph. Serafin/MountCity)

Anche Giulia viene spesso a fargli visita, gli è molto affezionata. Poi Lei passa sempre da noi, così nasce una grande Amicizia, che durerà per sempre con una donna di grande spessore. Ogni tanto viene a trovarlo in bicicletta da Albino, un Suo giovane parente, Agostino Da Polenza, che poi diventerà anche Lui un famoso alpinista. Angelo muore il 22 marzo del 1973, i funerali e la sepoltura si svolgono a Semonte e successivamente con Giulia, in quanto Walter è in Africa, organizziamo il trasporto nello stesso cimitero anche per la moglie e la sorellina, che erano venute a mancare precedentemente. Tornando a Giulia, devo ammettere che spesso mi trovo tra l’incudine ed il martello: in particolare quando capita che Lei e Walter discutano. Io solitamente sono parziale, dando ragione all’amico, Lei mi capisce e si rassegna dandoci degli “ominastri”, senza mai comunque offendersi. Un particolare che ci fa sempre ridere, è che noi bergamaschi, siamo abituati ad intercalare nelle conversazioni in dialetto: “el vira”, che tradotto significa “è vero” e Lei tutte le volte pensa al nome proprio “Elvira”, così ci prendiamo sempre in giro! A casa nostra c’è una camera a loro disposizione, così che, quando andiamo in montagna, salgono la sera prima e poi possiamo partire al mattino presto da Semonte. In questo periodo l’accordo con Bianca era che, nel momento in cui ci fossimo sposati, avrei dovuto rinunciare alle scalate in montagna. Ma con Walter fa un’eccezione concedendomi il permesso di accompagnarlo. Così, quando Walter è a Milano, a preparare gli articoli per Epoca, il sabato mattina, da solo o con Giulia, sale a salutare il papà e poi il pomeriggio, si parte per le nostre ascensioni sulle Orobie.

In questo periodo sono a posto fisicamente, perché seguo gli atleti della Recastello Gazzaniga ed al mattino presto, 3/4 volte alla settimana esco ad allenarmi con Aldo Pezzoli e Dino Coter. Infatti allenarsi con Loro è il modo migliore per capire come stanno i Tuoi atleti. Walter, con la Sua grande esperienza, si accorge che sto bene, anche quando facciamo uscite molto impegnative ed allora nel 1977 mi propone di andare insieme a Lui nelle Ande Peruviane e Boliviane per Epoca.

Ci organizziamo per gli allenamenti in Grigna, Presolana e, quando il tempo è poco, in Alben. Una mattina siamo sul torrione Magnaghi, solitamente facciamo la cresta Segantini come riscaldamento, poi attacchiamo la via Lecco. Lo raggiungo dopo il primo tiro di corda, gli faccio sicurezza sulla staffa ed un chiodo solo, Lui riparte ed anziché andare verso sinistra, non so perché va a destra! Sale sopra la mia testa, utilizzando appigli microscopici, poi sbuffa, impreca e si maledice, non so come faccia a rimanere attaccato lì a quella parete.

Mi raccomanda di tenere la corda in tiro e mentre rientra, lo assicuro a spalla, sperando che quel chiodo tenga. Quando finalmente mi è vicino, io mi abbasso sull’ultimo piolo della staffa, mentre Lui riparte sul giusto tracciato. Nel frattempo sul ghiaione sotto di noi si è formato un gruppo di alpinisti che ha seguito la scena e alla fine, dopo avere realizzato cosa è riuscito a fare Walter, si lascia andare in un applauso, non so se per paura o ammirazione!

L’impegno di Bonatti sulle rocce dei Dru negli anni Cinquanta in una fantasiosa ricostruzione di Walter Molino sulla Domenica del Corriere.

In questo periodo Walter è sotto pressione per vari motivi. Soprattutto, uno come Lui non può permettersi mai di sbagliare essendo sempre sotto la luce dei riflettori. Un altro giorno, sempre sul Magnaghi, piove forte e Walter, come sempre con questo tempo, indossa un impermeabile giallo di tela cerata, mentre io ho il classico k-way rosso con la tasca trasversale anteriore per trasformarlo in sacchetto, chiusa con una cerniera ricoperta da un strato di stoffa.

Arriviamo in cima e ci prepariamo a scendere a corda doppia. Walter parte per primo, si ferma su un masso incastrato di traverso e mi da il via per partire. Dopo 5 o 6 metri di discesa, mentre sono nel vuoto tra le due pareti del camino, controllo in basso dov’è Walter e vedo che si è spostato sotto la parete di sinistra, sporgendo soltanto con la testa per vedermi.

Riprendo a scendere, ma stranamente, dopo pochi metri, sento che le due corde sulla spalla “tirano” sempre di più (solitamente infatti noi utilizziamo solo il cordino che passa sotto la coscia della gamba opposta alla spalla ed il moschettone agganciato alle funi di discesa) e mi accorgo che la stoffa sopra la tasca del K-Way si è infilata nel moschettone trascinata dalle corde ed il pezzo che esce è diventato blu per lo sfregamento dell’alluminio.

E’ un gran bel guaio! Cerco in tutti i modi di distendere la gamba sinistra, anche perché ormai il ginocchio mi arriva al mento. Niente da fare e se non bastasse inizio a girare su me stesso come una trottola. Intanto sono sempre lontano dalle due pareti e Walter, preoccupato, mi chiede cosa stia succedendo. Io non gli posso spiegare di cosa si tratta, non ne ho il tempo e così faccio l’unica cosa possibile, anche se rischiosa: afferro con forza le due corde in alto con la mano sinistra e mi lascio andare!

Avendo capito nel frattempo le mie intenzioni, Walter urla un forte:”Nooo!!!” che gli si strozza in gola quando vede che comunque, appeso con una mano, riesco a buttare giù dalla spalla con una sgroppata le due corde ed afferro subito con la mano destra le altre due che scendono dall’alto! Mi è andata bene e mentre ringrazio il mio Angelo custode, mi accorgo che nel frattempo, sono scivolati dalla gamba il cordino ed il moschettone, sfiorando la testa di Walter.

Una volta raggiunto lo spiazzo, Walter si è limitato a guardarmi un po’ di “traverso”. Si è invece arrabbiato davvero quando poi, due settimane prima di partire, gli ho detto che per problemi di lavoro dovevo rinunciare alla spedizione, anche se mi ero premunito trovandogli un sostituto, ma non è bastato a convincerlo.

Passata l’arrabbiatura e tornato dalle Ande, si riparte con le nostre escursioni settimanali. Questa volta, stiamo rientrando dal Pizzo Recastello, io Lui e Giulia, quando, scendendo dal rifugio Curò, Walter rimane colpito dal Pinnacolo di Maslana, dice che gli sembra un’aquila posata con le ali abbassate e Giulia lancia l’idea di tracciare una via con il Suo nome. Così Walter mi chiede se posso informarmi se qualcuno non l’abbia già fatto. La settimana successiva Giulia puntualmente mi chiama chiedendomi se mi sono informato a riguardo. Io sinceramente, con tutti i problemi di lavoro che ho, mi sono dimenticato ed allora tergiverso prendendo tempo, ma Lei insiste e mi conferma che due giorni dopo sarebbero saliti con destinazione aquila!

Sono le 7 del mattino di sabato e suona il campanello. Sono loro, via subito per Valbondione, da dove in una mezzoretta siamo alla base del pinnacolo. Mentre Walter inizia a togliere l’attrezzatura dallo zaino, io mi sposto lateralmente per dare un’occhiata alla parete. Poi salgo per un paio di metri e mi trovo davanti un bel chiodo, mi prende un colpo, alzo lo sguardo e ne vedo una bella fila fino in cima!

Non so come dirlo a Walter e Giulia, ma nel frattempo anche Lui è andato ad ispezionare l’altro lato ed anche quello è completamente chiodato. Nessuno si permette di commentare, saliamo lo stesso le due vie e l’unica cosa che Giulia mi dice alla fine è: “Per fortuna sei un alpino, perché se fossi stato un marinaio…”.

Dino Perolari

2 – Continua

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