In montagna con Walter (3)

Dino Perolari prosegue in questa terza delle quattro puntate il memoriale dedicato all’amico di sempre Walter Bonatti. Compagno di scuola negli anni remoti del dopoguerra, amico di famiglia dei Bonatti come ha raccontato nella prima e nella seconda puntata (vedere i link qui sotto al piede), l’Autore ha condiviso con Walter momenti indimenticabili, legandosi più volte alla sua corda. Dai suoi ricordi emerge la figura di Giulia, la moglie di Bonatti scomparsa nel 2012, preziosa e inseparabile compagna ai tempi dei maggiori successi alpinistici.

Quella sua marcia in più

E’ la primavera del 1978, programmiamo un’uscita per l’Alben dalla valle Vertova. Giulia e Walter arrivano venerdì sera ed il sabato mattina presto, partiamo per “Roset”, baita del GAV Vertova, dove parcheggiamo l’auto, zaini in spalla e via sul sentiero di fondovalle. Una breve sosta alle sorgenti della valle Vertova e poi si prosegue per Sedernello. Una volta arrivati sul colle, Walter si ferma ad osservare una serie di torrioni, alti circa 15 metri, allineati sulla cresta erbosa e mi chiede se qualcuno li abbia mai saliti tutti, io sinceramente non lo so ed allora rimaniamo d’accordo di fare un salto quest’autunno, quando tornerà a Milano. Riprendiamo a salire e raggiungiamo la cima, dopo un veloce spuntino torniamo indietro. Lungo la valle Vertova, si deve attraversare parecchie volte il corso d’acqua, non ci sono ponti o passerelle, ma dei massi distanziati l’uno dall’altro e bisogna prestare attenzione perché sono sempre bagnati e spesso ricoperti di muschio molto scivoloso. Se sbagli, fai il bagno!

“Dietro a tutte le Sue conquiste”, racconta Perolari, “c’è sempre stato un grande lavoro: sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto mentale”.

Siamo circa a metà tragitto, io e Walter siamo davanti e chiacchieriamo, mentre Giulia è un po’ indietro perché, da grande appassionata di minerali e fossili, è sempre alla ricerca di qualche pezzo raro. Ma ecco, sentiamo un urlo. Ci giriamo di scatto e vediamo Giulia a terra, anzi, in acqua tra due massi. La aiutiamo a rialzarsi. Oltre al bagno forzato, lamenta un dolore al braccio sinistro. Allora Walter, prende il Suo zaino e mentre lo carica sulle spalle nota che è particolarmente pesante. Infatti ci sono un bel po’ di fossili e minerali raccolti lungo il sentiero. Mi guarda e senza commentare ripartiamo. Giulia rimane indietro e noi la prendiamo in giro scherzando, Lei come al solito ci da degli ominastri. Quando arriviamo a casa, effettivamente il braccio di Giulia è gonfio, allora decidiamo di portarla al pronto soccorso di Gazzaniga, dove viene subito visitata. C’è una frattura, Le viene fatta un’ingessatura che dovrà tenere per trenta giorni e mentre torniamo a casa ci tocca ammettere che effettivamente non si lamentava per niente! Autunno del 1979. Walter è rientrato a Milano e come ci eravamo ripromessi, combiniamo per l’ispezione ai torrioni, o meglio ai “dentoni”, come li abbiamo poi soprannominati. Le giornate si stanno accorciando, quindi non abbiamo a disposizione molte ore di chiaro e, secondo i nostri calcoli, dovremmo aver bisogno di 8/10 ore, per farli tutti. Perciò partiamo il sabato mattina presto e così portiamo anche il sacco a pelo, non si sa mai: se dovesse capitarci qualche contrattempo, potrebbe servirci. Saliamo ancora dalla valle Vertova e giunti alle baite del Sedernello, alleggeriamo gli zaini, togliendo il fornello a “meta”, un martello, alcuni moschettoni, una corda da 20 metri. Nascondiamo tutto dietro un cespuglio e che poi recupereremo sulla via del ritorno. Puntiamo a sinistra su un’anticima chiamata Corna Bianca, che affrontiamo direttamente. Stranamente, visto il periodo, fa molto caldo, cosa che non ci saremmo mia aspettati. Dopo la Corna Bianca saliamo il primo torrione e una volta in cima, constatiamo che non c’è traccia umana, ma soltanto sterco di rapaci, buon segno, e con pochi sassi facciamo un “ometto”. Idem per il secondo ed il terzo.

Quando affrontiamo il quarto torrione, il sole sta scendendo e in lontananza si vedono dei nuvoloni che non sono di buon auspicio. Infatti anche la temperatura è notevolmente calata, allora decidiamo di scendere alla baita del vallone dell’Alben, sul lato di Serina-Bagnella. Giunti in baita troviamo il fienile praticamente vuoto e ben pulito, mentre la stalla e le altre due stanze sono chiuse. Purtroppo però, siamo rimasti senz’acqua, infatti non avevamo calcolato che avrebbe fatto così caldo ed abbiamo finito le scorte idriche durante lo spuntino di mezzogiorno.

Walter conosce bene queste situazioni e trova subito una soluzione. Controlla la grondaia del tetto e segue con lo sguardo il percorso del canale che scende, poi ad un distanza di circa un metro dal muro della baita, smuove con il martello da roccia lo strato erboso e la terra, fino ad arrivare alla soletta in calcestruzzo della cisterna dell’acqua piovana, poi mi dice di cercare dei sassolini che passino dall’imboccatura della borraccia, mentre intanto Lui con il martello ed un chiodo da roccia inizia a scavare nel calcestruzzo.

Walter a un anno nella casa dei genitori a Bergamo (da “Fermare le emozioni”, Cahier Museomontagna, 1998)

La soletta di calcestruzzo ha uno spessore di 8/10 cm circa ed in poco più di un quarto d’ora, riesce a ricavare un foro sufficientemente largo da farci passare la borraccia piccola, da mezzo litro. Prende un cordino da 8mm, lega la borraccia e ci infila dentro una decina di sassolini, così che, una volta giunta in acqua abbia un peso sufficiente per immergersi verticalmente, senza mettersi di traverso e perciò potersi riempire. Quando poi, sente che il cordino è in trazione, significa che la borraccia è piena e quindi ritira la corda. Una volta afferrata la borraccia, copre con due dita il boccaglio e la scuote per bene per pulire la sabbia dai sassolini, ripete l’operazione di immersione per alcune volte, travasando l’acqua nella borraccia più grande, finché ne abbiamo a sufficienza. Per poter effettuare tutta questa operazione, è stata utilissima, se non indispensabile, la pila frontale che Walter aveva nel Suo zaino. Certo, se avessimo saputo di trovarci un una situazione del genere, non avremmo lasciato il fornelletto in Sedernello, anche perché effettivamente la notte fa davvero freddo. Alle 7 del mattino ci svegliamo e la prima cosa da fare è sistemare il foro fatto nella soletta della cisterna, utilizzando i sassi che ci sono ai lati del muro della baita. Sta piovendo ed anche piuttosto forte. Con queste condizioni dobbiamo cambiare programma e ci tocca rientrare, allora risaliamo fino al colletto, ma da qui, anziché scendere alle baite di Sedernello per ritirare il materiale e scendere in val Vertova, decidiamo di salire almeno alla croce dell’Alben prima di tornare a casa. Walter indossa la Sua solita giubba gialla in tela cerata ed io il mio k-way rosso. E’ scesa una fitta nebbia e l’acqua si è trasformata in ghiaccio, sembra grandine, inoltre tira un forte vento, riesco ad individuare il sentiero che arriva dalla valle del Riso e malgrado tutto, prima delle 9.00 siamo in vetta. Subito dietro front, io davanti e Walter a ruota. Lui si fida, anche perché io qui sono praticamente di casa, ma purtroppo, un po’ la nebbia, poi la fretta ed il nevischio, calcolo male il punto in cui si gira verso Sedernello e sbaglio sentiero.

La discesa si fa sempre più ripida. Ad un certo punto l’erba diventa alta e scivolosa, siamo ad una quota di circa 1900 metri ed è evidente che ormai siamo nella terra di nessuno, ma non vogliamo tornare indietro. Quindi Walter, dall’alto della Sua esperienza, mi dice di fermarmi perché sarebbe meglio legarsi, è troppo pericoloso. Utilizziamo poca corda con calate di 4 o 5 metri scendendo all’indietro, rivolti verso la parete erbosa. L’erba è molto alta, filiforme e molto resistente, così, una calata dietro l’altra scivoliamo verso il basso, aggrappandoci con le mani ai ciuffi d’erba.

Il rifugio dedicato in val Ferret a Walter Bonatti (1930-2011). Nella foto in alto sopra il titolo Bonatti indossa per la prima volta nel 1987 il maglione dei Ragni della Grignetta (ph. Serafin/MountCity)

Dopo un po’ i cristalli di ghiaccio si trasformano in acqua e scompare la nebbia, guardiamo in basso e proprio sotto di noi, a sinistra, a circa 150 metri sulla verticale, scorgiamo il tetto del Santuario della Madonna del Frassino! A destra, ma più in basso, ci sono delle mucche al pascolo ed il pendio è meno ripido. In 20 minuti arriviamo alla mulattiera che porta in Oneta ed in una quarantina di minuti dovremmo essere in paese, ma siamo praticamente dall’altra parte della montagna, rispetto a dove dovevamo andare.

E’ quasi mezzogiorno quando riusciamo ad arrivare in paese, cerchiamo un trattoria per mettere qualcosa sotto i denti, abbiamo una fame da lupi. Nel frattempo, telefono a mio cugino di Ponte Nossa, perché venga a prenderci per riportarci a casa, sarei poi tornato successivamente in valle Vertova e poi in Sedernello per ritirare macchina e materiale. Quando finalmente, siamo seduti davanti ad un abbondante piatto di pastasciutta, Walter mi confessa che ad un certo punto era davvero preoccupato: infatti poi, riguardando dal basso dove siamo scesi, se ci fossimo spostati soltanto di poco verso sinistra, ci saremmo trovati sopra un salto di rocce nel vuoto!

Poi aggiunge, che sarebbe meglio non raccontare a nessuno di questa nostra disavventura, perché perdersi in un posto che in teoria conosciamo come le nostre tasche, non è certo motivo di vanto, anzi! Comunque, una cosa mi ha sorpreso in questi due giorni, cioè che stranamente ho trovato un Walter in difficoltà, soprattutto fisicamente, probabilmente perché provato dai problemi che sta attraversando in questo periodo con Giulia, forse anche perché non si è ancora ripreso dalla pancreatite presa in Africa, ma in certi momenti, l’ho scoperto un po’ più “umano”.

Ciò avvalora il fatto che, dietro a tutte le Sue conquiste, c’è sempre stato un grande lavoro, sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto mentale. E questa Sua marcia in più l’ho proprio potuta verificare quando, nei rari momenti di difficoltà, riusciva a mantenere quella lucidità che gli permetteva di trovare sempre una via d’uscita e le risorse necessarie comunque per farcela.

Dino Perolari

3- Continua

I link alle precedenti due puntate:

http://www.mountcity.it/index.php/2018/04/24/in-montagna-con-walter-1/

http://www.mountcity.it/index.php/2018/05/01/in-montagna-con-walter-2/

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