Haute route, inseguendo il beau fix

Nebbia di neve e vento gelido fortissimo che impedisce di vedere qualsiasi cosa, comprese le punte degli sci. Può capitare di essere accolti così sul far della sera, stanchi morti per la traversata, dalla Cabanne des Vignettes in territorio elvetico. E tutto ciò al termine di una sfavillante giornata di “beau fix”. E dopo avere superato, provenendo da Zermatt, tre valichi oltre i tremila. Per chi percorre la meravigliosa haute route Chamonix-Zermatt, la cabanne des Vignettes rappresenta un miraggio, sia che si provenga dalla Pigne d’Arolla cioè da Chamonix, sia dal lato opposto, dal Col de l’Eveque considerando che la più classica delle haute routes in sci la si può percorrere nei due sensi: in entrambi i casi con vantaggi e svantaggi.

C’è chi preferisce, come è capitato a chi scrive, prendere le mosse dalla Britannia Hutte sopra Saas Fee e sciare verso occidente col sole che tramonta alle spalle facendo tappa a Zermatt per poi spiccare il volo verso la Schoenbill Hutte e poi le Vignettes. Partire dalla Britannia sotto una fitta nevicata alle cinque del mattino non è apparso all’epoca l’auspicio migliore a questo scialpinista ormai mummificato. Ma niente paura, quella nevicata era soltanto la coda della perturbazione. E infatti all’Adlerpass le guide vallesane annunciarono trionfalmente “beau fix”. E il bello stabile ci ha seguito e protetto per tre giorni, fino alle famigerate Vignettes. Ma le favorevoli circostanze non indussero i nostri angeli custodi a mollare la guardia, uno in testa e l’altro in coda al gruppo, pronti a gridarti dietro in modo militaresco “discipline!” appena vedevano che lasciavi la traccia per scattare una foto. L’importante sull’haute route è rispettare al centesimo di secondo i tempi previsti e, se possibile, anticiparli: una questione di buon senso, una regola che tutte le guide del mondo applicano.

La Cabanne des Vignettes. In alto sopra il titolo in fila sul ghiacciaio d’Otemma lungo il percorso dell’Haute Route da Saas Fee a Chamonix. (ph. Serafin/MountCity).

Ma ecco apparire le Vignettes appena terminata la discesa dal Colle de l’Eveque. I posti alla cabanne sono prenotati, si avverte un piacevole “odore di stalla” anche se dentro regna una gran confusione e bisogna conquistare il posto in cuccetta in mezzo a spifferi micidiali. La bufera fuori si è scatenata rendendo difficoltoso perfino raggiungere i servizi igienici collocati all’esterno, in una aerea cabina in cui il vento s’infila dall’abisso sottostante e le deiezioni vengono polverizzate con spiacevole effetto spray (oggi s’intuisce che i servizi sono stati completamente rifatti, ma trent’anni fa era ancora preistoria: nel frattempo sono diventati, secondo stime della Cipra, ben 100.000 gli appassionati che annualmente praticano scialpinismo sulle Alpi, con un incremento del 400% negli ultimi 15 anni). Sta di fatto che, l’indomani, il maltempo persevera e addio beau fix, addio agognata Pigne d’Arolla, addio Haute Route. Il tempo non dà tregua neanche scendendo in valle in mezzo alla pioggia e ad estese nuvolaglie. E del resto – al diavolo sci e pelli di foca – si starà poi così bene al calduccio in quel ristorante di Martigny, fra impagabili squisitezze tra cui gli asparagi bianchi annaffiati da un aromatico fendant.

Rischi? Nelle ultime stagioni la meteo è dovunque più instabile e non è raro assistere a fenomeni come temporali violentissimi in quota. Ma guardiamoci intorno. Questa terra è un frammento di materia su cui brulichiamo in veste di animaletti sapienti che si ritengono i migliori animali in circolazione. Ci sono terremoti frequenti, alluvioni, siccità. Vogliamo forse che una traversata in sci oltre i tremila sia sempre beneficiata dal “beau fix”, conditio sine qua per percorrerla?

Viene da pensare che, anche in ere climatiche meno complicate, la montagna ha sempre saputo dare il peggio oltre che il meglio. Erano inaffidabili le previsioni del tempo nell’estate del 1961? Questo aspetto può essere all’origine della morte, nella bufera che imperversò sul Pilone centrale del Frêney, degli alpinisti Andrea Oggioni, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille. Ma c’è chi ancora “osa” dimostrare che le previsioni quella estate ci avevano azzeccato. A rileggere la storia è Piero Nava, illustre alpinista e avvocato bergamasco, gran conoscitore del Bianco, membro del prestigioso Groupe Haute Montagne, che nell’Annuario del Cai di Bergamo del 2011 si disse convinto (e lo è tuttora) che sarebbe stato possibile evitare la tragedia del Frêney. E fornì prove inoppugnabili.

Era prevedibile la bufera del 1935 sulle Alpi Retiche, quando Vittore Bramani perse sei compagni di cordata milanesi impegnati nella salita della Punta Rasica organizzata dal Cai? Sorpresi dall’improvviso abbassamento della temperatura e da una forte nevicata, i milanesi che calzavano pedule dalla suola di canapa (il mercato niente di meglio offriva…) non furono più in grado di muovere un passo. “Qual è stamane l’umore del cielo? Buono, si dice, ed è il suffragio della maggioranza”, racconta Eugenio Fasana nel mirabile libro “Quando il gigante si sveglia”. “Alba del 15 settembre 1935. Allora tutti in piedi, pronti a salpare. Gli ormeggi son rotti. Al largo, in alto!”. E poco più avanti nel libro: “Il nevischio ora cade sulla roccia gelida con un brusio sottile, e il vento ci aggredisce a folate. L’atmosfera si fa quanto mai cupa…Oscuri nebbioni si sono messi a salire velocemente dal basso No, non c’è scampo. La gelida belva non vuol lasciare la sua preda….La gelida belva aveva vinto. E il sole era caldo, e al sole c’erano almeno 15 gradi sopra lo zero”.

Oggi, dicono gli esperti, siamo più vulnerabili anche perché ci affidiamo alla tecnologia. Il che aiuta, tuttavia non allontana i pericoli. Infonde fiducia ma alimenta congetture ottimistiche, illusioni cognitive. E la montagna quando si oppone non usa mezze misure. Non perdetevi in proposito il bel libro “L’hotel della morte lenta” di Raymond Lambert pubblicato da MonteRosa Edizioni nella collana delle “Parusciole”. Poiché le previsioni del tempo negli anni Trenta non esistevano, in ogni racconto di Lambert compare inevitabilmente una nuvoletta che ben presto si trasforma in tormenta, e in mezzo alla quale è obbligatorio almeno un bivacco. “Alle tre del mattino il dado è tratto, siamo prigionieri della tormenta”, scrive Lambert a proposito della prima traversata invernale (1938) delle Aiguilles du Diable in cui ha rischiato la vita e quella della cliente che accompagnava. “A una velocità pazzesca la neve che ha cominciato a cadere copre tutte le belle rocce asciutte della vigilia…Ben inteso anche le valanghe sono della partita e noi sentiamo il boato delle masse che si staccano”. All’epoca di Lambert, un grande dell’alpinismo transalpino, non c’erano satelliti, statistiche, modelli matematici. Ma siamo sicuri che oggi i meteorologi ci azzecchino sempre, svizzeri compresi? (Ser)

 

A piedi o in sci, una traversata incantevole

L’haute route Chamonix Zermatt, come si può leggere in Wikipedia, fu tracciata come percorso alpinistico dai membri dell’Alpine Club inglese nella metà del XIX secolo. Il percorso dura circa 12 giorni se fatto a piedi oppure circa 7 giorni se si fa con gli sci, ma c’è chi di recente lo ha fatto atleticamente in un paio di giorni. Copre una distanza di 180 km dalla valle di Chamonix al cospetto del Monte Bianco a Zermatt di fronte al Cervino. Originariamente era denominata in inglese The High Level Route (la strada di alto livello); in seguito  la denominazione è stata tradotta in francese in occasione della realizzazione del primo percorso con gli sci. Da allora prevale da denominazione in francese. La denominazione Haute Route si è poi generalizzata indicando qualsiasi tour alpino di più giorni e che raggiunge più rifugi; tuttavia senza ulteriori specificazioni Haute Route continua a indicare il fantastico percorso Chamonix-Zermatt.

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