Trentofilmfestival 66. Rivediamolo sulla moviola di Carlesi

Piero Carlesi

Sulla recente edizione, la sessantaseiesima, del TrentoFilmfestival si esprime uno dei maggiori esperti di cinema di montagna, il milanese Piero Carlesi, che da tempo immemorabile racconta la rassegna trentina nelle pagine di periodici specializzati. L’amico Carlesi che ringraziamo per il generoso contributo, ha fatto parte del consiglio direttivo del festival ed è autore di numerose pubblicazioni e guide. Ecco come rivisita sulla sua personalissima moviola i momenti salienti della recente rassegna trentina.

Positivo bilancio, in continuità con il passato

E’ finita anche quest’anno: è calato il sipario sul Trentofestival, giunto alla 66esima edizione. C’era attesa per questa nuova edizione dopo il cambio della guardia al vertice, avvenuto lo scorso dicembre, dove Roberto De Martin, già presidente generale del Cai, ha ceduto il comando a Mauro Leveghi, trentino, presidente della Camera di Commercio. Ora, dopo 10 giorni di eventi, possiamo dire che c’è stata piena continuità con il passato, grazie alla conferma della direttrice Luana Bisesti e del responsabile del programma cinematografico Sergio Fant. L’evento trentino è ormai un contenitore che comprende decine e decine di eventi vari che hanno la montagna come minimo comun denominatore: proiezioni, incontri, mostre, tavole rotonde, presentazioni di libri ecc. Trento attira quindi appassionati di montagna dalla provincia, ma non solo. Direi ora un po’ da tutta Italia: conosco piemontesi, veneti, lombardi, ma anche abruzzesi, romani e napoletani che si ritrovano in città ormai da anni per trascorrere giornate indimenticabili parlando di montagna, di avventura, di arrampicate. E’ l’alpinismo che ha fatto di Trento un evento famoso in tutto il mondo. E questo deve essere il vero dna del Festival. Infatti, non a caso, oltre alle proiezioni nelle sale, sono le serate alpinistiche all’Auditorium Santa Chiara l’evento che fa sempre il tutto esaurito.

Quest’anno le serate alpinistiche di richiamo sono state dedicate a Tomek Mackiewicz caduto sul Nanga Parbat e a Bruno Detassis a dieci anni dalla morte, mentre l’ultima con Reinhold Messner, che ha tenuto banco venerdì 4 maggio, ha avuto il tutto esaurito come sempre, anche se il titolo L’assassinio dell’impossibile era solo per gli addetti ai lavori. Si è voluto celebrare infatti i 50 anni di un articolo che il giovane Messner pubblicò sulla rivista del Cai nel 1968. Ospiti di Messner per dialogare con lui su come si sta evolvendo l’alpinismo i nomi del momento: Hansjoerg Auer, Hervè Barmasse, Tommy Caldwell, Manolo, Adam Ondra e Nicola Tondini. Sono state le loro testimonianze a dare smalto alla serata che, per certi versi, è stata un po’ deludente. Abbiamo assistito infatti a serate migliori di Messner.

• Tommy Caldwell

Tommy Caldwell, classe 1978, del Colorado, è stato uno dei veri protagonisti del Festival di quest’anno: è su di lui il film che ha preso la Genziana d’oro, premio del Club alpino italiano, quale miglior film di alpinismo. Sto parlando di The Dawn Wall, di Peter Mortimer e Josh Lowell. Film strepitoso che racconta la vita avventurosa di Caldwell, dal rapimento in Afghanistan, dove uccise il suo rapitore per liberarsi dalla prigionia fino all’apoteosi dell’apertura in libera proprio della Dawn Wall, parete di 915 m, ritenuta impossibile da scalare in libera, sulla maestosa parete di granito del Capitan, nello Yosemithe Park. Il film racconta l’ossessione di Caldwell, i sette anni trascorsi per studiare ogni tiro della via, le centinaia di tentativi prima di raggiungere il risultato finale. Film certo interessante, meritevole di segnalazione. Ma degno della Genziana d’oro? Sarei perplesso anche perché è esageratamente lungo: 100 minuti, una eternità.

Miglior film secondo la giuria (tra i giurati c’era Paolo Cognetti) è risultato “Senorita Maria, la falda de la montana” di Ruben Mendoza, che racconta di una donna nata ragazzo indio, discriminata dalla nascita. Sopra il titolo un’immagine di “The Dawn Wall,” di Peter Mortimer e Josh Lowell. Film molto interessante e per certi versi strepitoso, lo definisce Carlesi.

• La transgender Maria

La giuria di quest’anno sembra abbia molto apprezzato i film oltremodo lunghi. Tant’è che il Gran Premio Città di Trento, il premio che va in assoluto al miglior film secondo la giuria (tra i giurati c’era Paolo Cognetti), se lo è preso Senorita Maria, la falda de la montana, di Ruben Mendoza. Il film, di 90 minuti, racconta la storia di Maria, transgender, nata ragazzo indio, discriminata dalla nascita, che vive isolata in una baracca al limite della foresta che circonda un villaggio della Colombia, sulle Ande. Il film è stato premiato per la storia commovente di questa persona emarginata dalla società e sfortunata. Nulla da dire sul film inteso che testimonianza di un forte disagio vissuto da una persona che ogni giorno si confronta con un ambiente tradizionalista dove la religione viene vissuta in modo chiuso, senza dare spazio agli ultimi. Ma rientra un film del genere con l’aria che si respira a Trento per dieci giorni? Ancora una volta sono molto perplesso su queste scelte che hanno ben poco a che fare con le tematiche care al festival e soprattutto a chi segue con passione la manifestazione trentina. Pur ammettendo che non c’è solo l’alpinismo o l’arrampicata, ho difficoltà a far rientrare questo film nelle corde dell’evento. La partecipazione di questa pellicola è forzata, anche perché la montagna è molto, molto sullo sfondo. Il tema, ovviamente sociale, è un altro. Serio, meritevole di grande attenzione, ma non per queste sale.

Reinhold Messner ha tenuto banco venerdì 4 maggio con una serata dedicata all’assassinio dell’impossibile. Qui Reinhold conversa con Hervé Barmasse.

• I film che ci si aspetta di vedere a Trento

Vorrei invece spendere qualche parola sui film che trovano in Trento una vera e meritata ribalta: per esempio per il bel film su Chris Bonington (Bonington mountaineer), dedicato alla lunga vita alpinistica del celeberrimo alpinista britannico (già ne vidi uno su di lui un paio d’anni fa realizzato in Italia), poi Break on through che racconta l’incredibile impresa di una ragazza di 19 anni, Margo Hayes che, prima al mondo tra le donne, ha superato in libera ben due vie di 9a+ (ossia 5.15a): la Biographie sulla Montagne de Céüse in Francia e la Rambla, a Siurana in Spagna. Film emozionante, da vedere, anche perché racconta tutto in soli 20 minuti.

Altri film che hanno trovato in Trento la giusta risonanza e molto apprezzati dal pubblico e da noi giornalisti sono stati Finale 68, che racconta la scoperta 50 anni fa dell’arrampicata sulle rocce di Finale Ligure con le testimonianze degli alpinisti di allora, tra cui Roberto Titomanlio, Gian Franco Negro e Gian Luigi Vaccari, e Itaca nel sole. Cercando Gian Piero Motti. Quest’ultimo film grazie agli interventi dei vari Enrico Camanni, Andrea Gobetti, Alessandro Gogna, Ugo Manera e Alberto Re riesce a tracciare e a ricostruire il pensiero e la vita di Motti, soprannominato allora “il Principe”. L’alpinista e scrittore torinese (si ricorda la sua Storia dell’alpinismo) teorico del Nuovo Mattino, cercava nella roccia e nelle vie da superare l’antidoto al suo malessere, un malessere profondo che purtroppo però non riuscì a sconfiggere tanto che trovò la soluzione finale in un doloroso suicidio a 36 anni.

E ancora non posso non citare Holy mountain film attesissimo di Reinhold Messner ancora regista, dopo Still alive, che ricostruisce la vicenda del 1979 in cui sull’Ama Dablam, montagna sacra dell’Himalaya, un giovane Messner abbandonò la sua impresa sportiva per correre in soccorso e salvare da morte sicura Peter Hillary, figlio di Edmund, il conquistatore dell’Everest. La vicenda umana creò scalpore a quel tempo e il film ne ripercorre la vicenda anche con filmati e suoni registrati originali. Un altro film dal titolo orribile, ma interessante è stato La congenialità – the attitude of gratitude: opera che racconta la forte amicizia tra due giganti dell’alpinismo odierno: Simone Moro e Tamara Lunger: il film testimonia il grande affiatamento che fa di questa coppia di alpinisti una delle cordate italiane più forti del momento, specie sugli Ottomila in inverno.

Infine Notes from the wall chiude questa carrellata. È l’ennesima spedizione degli alpinisti belgi Nicolas Favresse e Sean Villanueva O’ Driscoll, questa volta impegnati alle Torri del Paine, sulla parete Regalo de Mwono. Per chi ha visto i film precedenti come Asgard jamming e China jam è un po’ una ripetizione scontata. Ma lo spirito goliardico di questi ragazzi con cui affrontano queste vie estreme su placche di granito di montagne lontane ci offre comunque quel sano buonumore che molte altre pellicole, ahimè, non riescono a trasmetterci.

Degli altri mille eventi di “Trento anno 66”, mostre, incontri, tavole rotonde, presentazioni di libri, non c’è storia. Sono solo il corollario del festival. Occasioni di incontri. Ma è il cinema il vero e indiscusso protagonista. Non dimentichiamolo…

Piero Carlesi

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