Percezione del pericolo e coraggio di rinunciare

Fra i tanti scritti apparsi dopo la tragedia della Chamonix-Zermatt costata la vita a sette sci alpinisti, fa piacere segnalare, per il tono pacato e gli inviti alla riflessione e alla prudenza, questo editoriale con cui Roberto Crespi, presidente della Società Escursionisti Milanesi, sezione del Club Alpino Italiano, si rivolge agli iscritti dalle colonne del giornale sezionale “La Traccia” (curato da Jeff Fava e diretto da Luca Arzuffi) e distribuito nel mese di maggio 2018. Lo pubblichiamo, per gentile concessione, nella sua integrità.

Care e cari Soci,

Scrivo queste note sull’onda delle brutte notizie sulle tragedie accadute nei giorni scorsi in montagna. Mi riferisco soprattutto alla tragedia di quel folto gruppo di scialpinisti (14) impegnati in una lunga traversata da Chamonix a Zermatt, accompagnati da un guida italiana di grande esperienza, purtroppo anche lei deceduta. Ho letto vari articoli sull’argomento, quelli scritti dalla stampa generalista spesso incorretti o approssimativi. Quelli dei media specializzati ci raccontano di un gruppo di persone sicuramente preparate e con esperienza che probabilmente hanno sottovalutato le condizioni meteorologiche e l’ambiente dove si trovavano. L’errore si valuta sempre dopo e purtroppo a volte non si è fortunati o capaci di scamparla.

Ho letto anche i molti commenti che la gente scrive, alcuni molto stupidi, persone che senza sapere nei dettagli cosa è successo offendono la memoria dei poveretti che hanno perso la vita per la propria passione. Per fortuna altri un po’ più intelligenti cercano di esaminare i fatti e capire. Il problema è che nonostante ci venga ripetuto sempre nelle lezioni dei corsi, negli aggiornamenti, nelle chiacchierate che facciamo tra di noi, dagli articoli di esperti alpinisti, tutti noi siamo portati a sottovalutare gli avvertimenti che ci arrivano. La lezione che dobbiamo portarci a casa è sempre la stessa: frequentare gli ambienti selvaggi come la montagna comporta dei rischi. Questi rischi aumentano con l’aumentare della difficoltà e dell’impegno che la gita comporta. Prendendo spunto da questi avvenimenti voglio fare un paio di considerazioni:

• Guide o non guide, affidarsi sempre a una persona responsabile

Scegliere di fare una gita affidandosi ad una persona non è una novità. Che questa sia una guida o un amico o un capogita del CAI non cambia molto, ovviamente la guida è un professionista e questo da delle garanzie maggiori. L’abbiamo fatto tutti: non ho il tempo di documentarmi, non ho voglia di documentarmi e scegliere un itinerario e perdere tempo a studiarlo, per questa volta mi affido al compagno è più facile! Questo atteggiamento a priori non è sbagliato, è un modo di andare in giro. Certo che è diverso se la gita è sulle Prealpi lombarde in primavera o se la meta è una montagna alta o una traversata impegnativa di più giorni. Qui, pur con tutta la fiducia verso la guida o il capogita, bisogna prepararsi, studiare bene l’itinerario e le condizioni meteo, insomma farsi un’idea chiara anzi chiarissima di dove stiamo andando a cacciarci.

Pur con tutta la fiducia verso la guida o il capogita, bisogna prepararsi, studiare bene l’itinerario e le condizioni meteo…In alto sopra il titolo un’immagine tratta dal Manuale di sci alpinismo del Club Alpino Italiano.

• Percezione del pericolo

E qui la seconda considerazione, la percezione del pericolo. Ci sono delle situazioni dove si tende a minimizzare i rischi, a non percepirli come reali. Uno appunto è il sentirsi affidati a qualcuno: la guida o il mio compagno a cui mi affido, ha studiato l’itinerario, ha già percorso la via, la conosce, sono tranquillo. Le previsioni del tempo poi, anche se non sono proprio buone ed è previsto l’arrivo del brutto tempo, tendiamo a minimizzare e tentare lo stesso sperando per quell’ora di essere già al rifugio. Dato che alla partenza il tempo non è così malvagio non percepiamo, dimentichiamo cosa vuol dire trovarsi in una bufera in alta quota. È un errore! Ovviamente vale sempre lo stesso discorso sulla gita facile verso l’ascensione impegnativa. Non dobbiamo spegnere il cervello mai e giudicare se sia il caso di cambiare meta o addirittura di tornare a casa.

• Il coraggio e la forza di rinunciare

Questa ultima considerazione vale sia per la persona che per chi lo accompagna. Farsi bene un’analisi della situazione, non aver paura di fare figuracce: sono tornato a casa e invece i miei amici sono arrivati in cima… non è un problema! Più ancora deve ragionare il capogita: siamo tutti in grado di proseguire? Mi rendo conto che le condizioni atmosferiche possono non essere adatte, sono sicuro che io, ma anche i miei compagni siamo in grado di percorrere questo itinerario? Sono domande che dobbiamo sempre farci. Alla fine fa bene ritornare ai fondamentali che secondo me sono ben riassunti nelle frasi di Bruno Detassis grande alpinista morto nella sua casa a 97 anni. Lui diceva: “L’alpinista più bravo è quello che può raccontare quello che ha fatto”, e ancora “non esiste parete che valga una vita”.

Roberto Crespi

Presidente Società Escursionisti Milanesi

da La Traccia – Anno XIX – n 111 – maggio 2018

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