La scalata degli alpinisti all’Europa

L’annunciata Unione Europea delle Associazioni di Alpinismo (Euma) formata da 24 club alpini europei ha, a quanto si apprende, il principale obiettivo di relazionarsi con le autorità dell’Unione Europea (UE), del Parlamento europeo e delle organizzazioni transnazionali. Niente di nuovo sotto il sole, almeno in apparenza. Non doveva essere forse questo il compito del Club Arc Alpin fondato nel 1995 nel Liechtenstein con la partecipazione dei club alpini delle Alpi tra i quali il Cai? Che fine ha fatto il Caa che doveva rappresentare 1.600.000 soci, gestire 1.500 rifugi e contribuire alla manutenzione di centinaia di migliaia di km di sentieri escursionistici? Resta solo un doppione o è stato saggiamente rottamato? Si sapeva che dal gennaio 1996 il Club Arc Alpin possiede o possedeva lo status di osservatore in seno al comitato permanente della Convenzione delle Alpi. Compito che invece spetterebbe ora, salvo errori, all’Euma, nei settori dell’alpinismo, della protezione della natura e dell’educazione ambientale. Forse non ci voleva molto a capire a suo tempo che il Caa rappresenta “soltanto” i paesi alpini…

I rappresentanti dei club alpini europei che nel 1995 fondarono il Club Arc Alpin. Nella foto sopra il titolo la bandiera dell’Unione Europea sventola al rifugio Brioschi del Club Alpino Italiano (ph. Serafin/MountCity)

Salvo ripensamenti, risulta che sia (o piuttosto, sia stato) a suo tempo un “fermo proposito” del Caa contribuire alla protezione della montagna e allo sviluppo durevole dello spazio alpino nel rispetto degli uomini che vi vivono; alla conservazione delle zone di montagna non modificate dall’uomo (dette zone wilderness); a evitare regolamentazioni unilaterali e limitazioni della pratica alpinistica da parte delle autorità; ad assicurare e promuovere il libero accesso alpinistico in montagna come forma di un’esperienza unica che va garantita anche alle generazioni future. Troppa grazia Sant’Antonio? Si tratta comunque di un luminoso precedente rispetto alla neonata associazione. Che per sovrappiù intenderebbe contrapporsi all’Uiaa, storica unione mondiale dei club alpini. Un’istituzione, quest’ultima, che per il Presidente generale del Cai presenta “criticità che lasciano perplessi sull’attuale gestione e sul suo stesso futuro”. Gli addetti ai lavori sanno da tempo che Cai, Dav (club alpino tedesco) e Oav (club alpino austriaco), le tre più grandi associazioni alpinistiche mondiali che annoverano oltre due milioni di associati, si dichiarano fortemente critiche nei confronti della gestione in atto nell’Uiaa, prevalentemente assorbita dalle attività di Ice Climbing Competition (competizioni di arrampicata su ghiaccio) “e con scarsa progettualità sui temi ritenuti, invece, centrali e fondanti come l’alpinismo, l’ambiente e i giovani”.

Eppure all’apertura alle competizioni dell’Uiaa, che nel 1995 decise di entrare a far parte del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), non risulta che il Cai si fosse mai in precedenza opposto. In una mozione si è tutt’al più potuto leggere, in quei dì che furono, che “l’organizzazione di competizioni in ambiente alpinistico è estranea alla cultura originaria del Sodalizio e che è necessario distinguere tra le competizioni tradizionalmente organizzate e quelle mirate alla partecipazione olimpica”. Fatta questa sottile distinzione, tutti d’amore e d’accordo. Ma forse qualche passaggio può essere sfuggito.

Il mondo però cambia più in fretta di certe opportunistiche mozioni scritte in burocratese. Ci si potrebbe chiedere come mai ci sono voluti più di vent’anni per ripudiare l’Uiaa e condannare le sue aperture alle competizioni. E come mai sia così scaduta, salvo ripensamenti dell’ultima ora, l’immagine di questa “internazionale” dell’alpinismo fondata nel 1932, nel cui programma si affermò all’inizio “di fare il possibile per sviluppare delle relazioni di amicizia tra i diversi paesi che praticano l’alpinismo”. In quegli anni, nell’inasprirsi dei nazionalismi, tra guerre di conquista e drastici embarghi, mentre l’Italia littoria piazzava fasci di combattimento sulle vette delle Alpi e degli Appennini con il determinante contributo del Cai, il mondo dell’alpinismo rappresentò grazie all’Uiaa un’isola felice e apparentemente pacificata. Sarebbe troppo immaginare che oggi, in quel groviglio d’interessi che tormenta l’odierna Unione Europea, le associazioni alpinistiche indipendentemente dalle sigle sotto cui si raggruppano possano godere di un’isola altrettanto felice? E qualunque sia la sigla? (Ser)

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