L’improteggibile Monte Bianco

Carlo Alberto Pinelli

“Leggo su Mountcity l’articolo che riguarda il nuovo libro di Paolo Paci”, ci scrive Carlo Alberto Pinelli, recentemente nominato presidente onorario di Mountain Wilderness International. “Da come il libro viene presentato, mi sembra che l’autore si dibatta in una contraddizione. Come si può infatti osannare la distruzione di Punta Helbronner per fare posto ai nuovi impianti della Skyway e allo stesso tempo auspicare la dismissione della cabinovia che attraversa la Vallée Blanche? Durante i lavori dell’Assemblea Internazionale di Mountain Wilderness a Chamonix, io stesso nella mia relazione ho denunciato l’inarrestabile declino del Monte Bianco da tempo trasformato in un luna park d’alta quota. Ben venga allora la decisione di includerlo nella lista dei siti Unesco, come è avvenuto per le Dolomiti, ma a determinate condizioni e senza compromessi. Mi si lasci dire che di per se il Monte Bianco non si differenzia molto da diverse vette delle Alpi, ciò che lo connota è la cultura di cui è testimone. Qualora l’Unesco approvi il progetto vorrei in ogni caso ribadire la più severa condanna di qualsiasi intervento che abbia minacciato e minacci la selvaggia maestà del Monte Bianco”.

Paolo Paci

Caro Pinelli, ho trascorso l’ultimo anno a progettare, viaggiare, scalare e scrivere il mio ultimo libro sul Monte Bianco, e me ne pento. Chiedo scusa a tutti. Per cosa? Ma per aver contribuito, nel mio piccolissimo, a puntare di nuovo i riflettori su un posto delle Alpi che meriterebbe d’essere lasciato in pace. Di essere dimenticato per un po’, almeno dalla comunità degli uomini. La storia è curiosa. Guardi le carte di appena tre secoli fa e del Monte Bianco nemmeno l’ombra: in alcune (gli amici Aliprandi lo sanno), al posto del massiccio c’è un buco vuoto. Poi arriva qualche inglese, attorno al 1740, e arriva monsieur De Saussure, un paio di decenni dopo, e la carta inizia a riempirsi. Sempre di più, sempre di più. Adesso è piena, full, come un cestino della carta straccia dove da tre secoli continuiamo a buttare rifiuti anche se non ci sta più niente. Se, in un passato distopico, incontrassi Saussure sai cosa gli direi? Stanne alla larga. Quel posto è troppo alto, pericoloso, sconosciuto. È abitato da dèi vendicativi. È troppo bello e terribile per la razza umana. Non lo meritiamo e soprattutto lui non merita noi. E invece Saussure nessuno l’ha fermato, e dietro di lui si sono accodati gli alpinisti (tutti innocenti e in buona fede, non sia mai), i turisti, gli amministratori pubblici, i palazzinari, gli uomini del marketing, gli operatori del settore (quale settore?), e hanno colonizzato, marchiato, contaminato il Monte Bianco palmo a palmo.

Non è paradossale che il luogo che per altezza e grandiosità dovrebbe ospitare l’ultima wilderness d’Europa sia proprio quello dove l’antropizzazione è arrivata al limite estremo? Non c’è centimetro quadrato delle sue rocce e dei suoi ghiacciai che non sia stato da noi visitato e sfruttato, per vari motivi: per tracciare linee di confine e metterci i cannoni, per piantarci uno spit o una funivia, per prelevare un quarzo morione o una carota di ghiaccio, per scavarvi un tunnel o una miniera d’oro, per costruirvi un rifugio o una città, per disegnarvi un’autostrada, un sentiero, una linea fantasma da scendere con la tavola. Nel triste decennio dei droni e della geolocalizzazione, anche gli ultimi brandelli di territorio, anche i più nascosti, sono stati esposti in bella vista sui nostri monitor. È finito il mistero, è morta la bellezza.

E veniamo allo sciagurato progetto dell’Unesco. Ma prima parliamo dei beduini. I beduini, cioè gli abitatori del deserto, sono sempre stati i più grandi conoscitori dei loro territori, eppure non vi hanno mai costruito una strada, né piantato una palina o lasciato un segno di vernice. Perché sanno che non è il deserto ad appartenere a loro, sono loro che appartengono al deserto, e il deserto è di tutti, più grande di tutti. Guai a contaminarlo.

Noi, del nostro deserto bianco, abbiamo fatto una palestra di street writers, come nel paese di Macondo l’abbiamo riempito di targhe per definire le cose e appropriarcene. Sa che cosa penso dell’Unesco e delle sue targhette? Che è solo un’altra maniera, e non troppo originale, di svendere il territorio. Altro che protezione. Dite che faccio il moralista? Allora guardate all’andamento del valore di mercato di altri Patrimoni Unesco vicini a noi, le Dolomiti, le Langhe. Guardate al flusso delle presenze. Ai fatturati. L’Unesco tira, è un marchio con una riconoscibilità e un prestigio unici. Il brand, o trade mark che vi è associato, in questo caso il Monte Bianco®, decuplica il suo valore.

Vogliamo davvero far finta di proteggere ciò che è improteggibile e dar via libera a nuove speculazioni? Non è un caso che il parco internazionale del Monte Bianco, che a metà degli anni Ottanta sembrava realizzabile, sia fallito. Si sia trasformato in quel centro di burocrazia e di buone intenzioni che è l’Espace Mont Blanc. Oggi che la situazione è ulteriormente e del tutto compromessa, vogliamo continuare a raccontarci favole sulla wilderness? Ma siamo seri, e parliamo di cose serie. Anzi, parliamo di cose incorporee.

A mio avviso, ci sarebbe solo un modo per proteggere il Monte Bianco e farne un vero Patrimonio dell’Umanità. Eliminare l’umanità, o almeno le sue tracce più deleterie. Se è d’accordo, caro Pinelli, facciamo così: tracciamo una linea, diciamo dai tremila metri in su, e tutto quello che di antropico sta sopra quella linea lo eliminiamo. Via le funivie, via i rifugi, via gli spit, via gli elicotteri e i parapendii, via i droni e le GoPro. Via prima di tutto le tre oscene cabinette della Panoramic che ci fanno ombra mentre ansimiamo sul Col des Flambeaux. Qualcuno vuole andare sul Monte Bianco? Ci vada a piedi, al massimo con una corda e un paio di ramponi. Ma che nel suo zaino, soprattutto, ci sia un po’ di spiritualità. Perché si sta addentrando nel primo vero grande Parco Spirituale d’Europa, dove sono tornati ad abitare gli dèi e gli uomini devono solo tacere.

Con amicizia,

Paolo Paci

PS. Naturalmente non osanno alcuna distruzione di Punta Helbronner, che era distrutta da ben prima dello Skyway. Mi permetto solo di dire che le nuove architetture hanno un innegabile valore estetico (e con quello che hanno speso, ci mancherebbe altro!)

La copertina del nuovo libro di Paolo Paci (Corbaccio, Exploit, 297 pagine, 19,90 euro)

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