Intrigo internazionale all’Everest

Non mancano mai le sorprese nella collana delle “Parusciole”, i tascabili di MonteRosa edizioni. Questa volta sugli scaffali delle librerie arriva un intrigo internazionale che la storia dell’alpinismo ha avuto il torto di dimenticare in fretta, ma il cui interesse non è sfuggito all’editrice Livia Olivelli. E alla Olivelli si deve anche la puntuale traduzione di questo “Guerra fredda sull’Everest” scritto nel 1962 dall’americano Woodrow W. Sayre, scomparso nel 2002 a 83 anni, un intellettuale campione di scacchi, velista, dedito ai viaggi, che fu nipote del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson. E che fu anche pilota dell’aviazione americana durante la seconda guerra mondiale, professore universitario, alpinista e molto altro ancora.

Il racconto di Woodrow W. Sayre riguarda il sogno in parte realizzato di tre giovani alpinisti americani (e uno svizzero aggregatosi all’ultimo momento) che decidono nel 1962 di tentare la conquista dell’Everest da Nord, entrando di nascosto nel Tibet controllato dai cinesi. Rischiano così di essere accusati di spionaggio e di causare un incidente diplomatico tra USA e Cina E’ la dodicesima spedizione all’Everest da quando la vetta è stata calcata per la prima volta da Hilary e Tenzing e c’è ancora tanto da scoprire in quelle lande sperdute dove, detto per inciso, si avventurano anche italiani assetati di avventure, in qualche caso lasciandoci le penne.

Il percorso seguito nel 1962 dai quattro avventurosi americani.

Ciò che incuriosisce nel libro di MonteRosa edizioni è il tono decisamente “leggero” con cui Woodrow, maestro nell’understatement, racconta quella sua spedizione che si avventura in completa autonomia verso una cima himalayana. E senza ossigeno, senza portatori, senza installare campi fissi. In stile alpino, insomma. Nessuna intenzione, a quanto sembrerebbe, di passare alla storia, soltanto una gran voglia di togliersi qualche sfizio e raccontarlo agli amici.

Woodrow Wilson impegnato nel 1962 sulle pendici del Nup La, in Nepal.

Ma ciò che a Livia più interessa è un aspetto su cui l’autore si sofferma forse senza dar troppo peso. L’impresa, compiuta in piena guerra fredda, rischiò infatti di causare, in seguito a malintesi e trasgressioni, un incidente diplomatico addirittura tra Stati Uniti e Cina. I quattro giovani entusiasti partono dunque da Kathmandu, attraversano il Nepal, entrano in Tibet dal passo di Nup La (5915) e, dopo un percorso di 200 km a piedi, raggiungono la quota di 7600 metri sulla cresta oltre il Colle Nord dell’Everest. La cui cima resta però per loro inafferrabile. Sono tempi in cui la Cina guarda al paese delle nevi con interesse, pronta a papparselo in un sol boccone, e la presenza dei quattro girovaghi senza frontiere non fa che seminare zizzania nei rapporti tra i due paesi rischiando per giunta di far saltare una spedizione americana “ufficiale”. Benché l’intrigo rimanga un po’ sullo sfondo, questa macinata di pepe diplomatica giova a tenere alto l’interesse su un’avventura tutt’altro che scontata. L’autore usa un certo understatement raccontando dell’intrigo come si può desumere dal titolo originale del volume, “Four against Everest”, che non sembra fare cenno a quell’atmosfera da guerra fredda, con il mondo pronto a trasformarsi da un momento all’altro in una polveriera, e s’ispira piuttosto alle giocose atmosfere dei famosi “Tre uomini in barca!” di Jerome K. Jerome.  (Ser)

Il superamento di una icefall si rivela per gli americani più impegnativo del previsto.

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