Identità alpine al tramonto?

La cultura millenaria e le conoscenze tramandate da padri in figli possono costruirsi da zero con persone che hanno altre tradizioni non compatibili con le nostre montagne? Non sono in pochi a esprimere riserve sulle conseguenze del ripopolamento dovute ai nuovi arrivati dopo avere letto il libro “Per forza o per scelta” dell’editrice Aracne che propone questo tema. Curato da Andrea Membretti, Ingrid Kofler e Pier Paolo Viazzo, il volume fa chiarezza sulla presenza di immigrati e rifugiati nelle montagne italiane. Gli stranieri che già abitano stabilmente nei Comuni alpini italiani sono quasi 400.000 (circa un milione comprendendo i comuni appenninici) e si dedicano principalmente ad attività tendenzialmente “trascurate” dagli italiani: pastorizia, ripristino di costruzioni abbandonate e muretti a secco, taglio e manutenzione forestale, lavori nelle vigne e in alpeggi, estrazione della pietra, pulizie alberghiere, assistenza domiciliare.

Anche Federico Magni sul quotidiano Il Giorno ha fatto a suo tempo il punto sugli immigrati che ripopolano le vallate alpine concludendo fin dal titolo che “montanari per forza o per scelta salvano le Alpi e gli antichi mestieri”. “Capita sempre più spesso”, scrive Magni, “sui sentieri delle Prealpi, sui monti del Triangolo Lariano e fra le Grigne, di imbattersi in grandi greggi, come non se ne vedevano da un po’ di tempo, condotti da pastori di diverse nazionalità”. Perplesso sul fenomeno si dichiara Reinhold Messner. “E’ troppo costoso riportare la gente in montagna”, spiega, “ci sono troppi servizi che non sarebbe possibile fornire. Sarebbe già molto importante far restare quelli che ci sono”. Eppure proprio in questi giorni è saltata agli onori della cronaca la proposta svizzera di offrire 60 mila franchi a chi decide di trasferirsi in un paesino disabitato.

Qui e nell’immagine sopra il titolo due inquadrature del film “Il vento fa il suo giro” (2005) di Giorgio Diritti che racconta i conflitti determinati in una valle del Piemonte dai nuovi arrivati.

Ci sono insomma avvisaglie che le identità tradizionali siano al tramonto e prima o poi debbano cedere il posto alla cultura instaurata dai nuovi montanari. Quali riflessi può avere sui 13 milioni di abitanti che insistono su un’area di 191.000 kmq la globalizzazione dell’economia, l’omologazione dei modelli comportamentali, la perdita delle specificità? A queste e altre domande offre convincenti risposte Annibale Salsa, docente di Antropologia filosofica e culturale all’Università di Genova, presidente generale del Club Alpino Italiano e del Gruppo di lavoro europeo “Popolazione & cultura” della Convenzione delle Alpi. Basta leggere il suo volume “Il tramonto delle identità tradizionali” pubblicato (dieci anni fa…) da Priuli&Verlucca. “Per identità alpina”, è il parere espresso da Salsa, “intendiamo quella costruzione di modelli che hanno mantenuto una certa permanenza nel tempo. Il concetto ha un’aurora e, purtroppo, un crepuscolo. Va infatti chiarito che il concetto di identità è mutevole. Prima dell’anno mille non si può certo parlare di identità alpina il cui sbocciare corrisponde con i primi insediamenti alti delle Alpi. L’identità, questo intrecciarsi di natura e cultura, entra in crisi con la nascita degli stati nazionali e più di recente con la trasformazione dei confini in frontiere e il prevalere di stili di vita urbanocentrici. Oggi recuperare tradizioni in forme esteriori e superficiali è da considerare passatismo, folclorismo. Mentre il futuro potrebbe essere rappresentato da un neologismo che indicherei come glocalismo: cioè capacità di coniugare il locale con il globale”.

Quale può allora essere in un prossimo futuro l’identikit del montanaro? “Al pari del Medioevo”, conclude Salsa, “sulle Alpi stanno insediandosi genti che provengono da regioni extralpine. Niente di nuovo sotto il sole. I walser non erano affatto a quell’epoca indigeni delle regioni alpine. Risalivano dalla pianura, poi sono arrivati nell’Elvezia e lì è cominciata la diaspora al di qua delle Alpi. Morale: oggi come allora, montanari si diventa. Perché l’uomo è un animale culturale, quindi la dimensione scritta, genetica ha una rilevanza minima rispetto alla dimensione acquisita”. Parole che sembrano trovare riscontro nella realtà odierna. Inevitabilmente i nuovi montanari non possono che scommettere su una nuova via in cui la cultura alpina trova una sua strada in equilibrio tra vecchio e nuovo, tradizione e innovazione. (Ser)

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