Le quote critiche per gli ipertesi

Studi recenti dell’Istituto Auxologico Italiano e dell’Università di Milano-Bicocca hanno dimostrato come la pressione arteriosa salga in modo significativo durante l’esposizione ad alta quota (sopra i 2500 metri), iniziando a modificarsi anche in caso di salita ad altitudini moderate (attorno ai 1800-2000 metri). Questo si verifica in soggetti normali e anche in pazienti già affetti da ipertensione arteriosa, sollevando così il problema di come mantenere la pressione controllata anche in quota, per garantire un approccio alla montagna sicuro e privo di rischi per l’apparato cardiovascolare. Una campagna di sensibilizzazione sull’ipertensione arteriosa e sugli effetti cardiovascolari dell’ascesa a quote moderate – alte, è stata promossa dalla Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, dal Club Alpino Italiano (Commissione Medica) e dalla Società Italiana della Medicina di Montagna e sostenuta organizzativamente dall’Istituto Auxologico Italiano di Milano e dall’Università di Milano-Bicocca. La campagna ha avuto per teatro il 29 luglio 19 rifugi del Club Alpino Italiano situati a quote superiori ai 2000 metri.

La sera di sabato 28 luglio il professor Gianfranco Parati ha tenuto una conferenza presso il rifugio Albani in Val di Scalve (Bg), ai piedi del massiccio della Presolana, per parlare di ipertensione e montagna. Nella foto in alto il Dente del Gigante (ph. Tony. Arch. Funivie del Monte Bianco).

Oltre ad avere un obbiettivo di divulgazione scientifica tra gli escursionisti e gli alpinisti, la campagna mira anche a effettuare una semplice ma importante raccolta di dati per ricerca scientifica sul comportamento della pressione arteriosa in montagna e sul profilo individuale di rischio cardiovascolare tra gli escursionisti che hanno potuto ricevere informazioni sul rapporto tra pressione arteriosa e montagna, misurare la propria pressione arteriosa, frequenza cardiaca e saturazione di ossigeno nel sangue, e compilare un breve questionario non solo contribuendo alla ricerca scientifica (in modo anonimo), ma anche verificando in modo semplice e rapido la propria condizione di rischio cardiovascolare e la proprio reazione alla esposizione a quote moderate o alte. “Questa iniziativa rispecchia pienamente la principale missione delle organizzazioni promotrici: aumentare la consapevolezza di tutti sui rischi legati all’ipertensione e promuovere la sicurezza in montagna” sottolineano il professor Gianfranco Parati, Presidente della SIIA, il dottor Luigi Festi, Presidente della Commissione Medica Centrale del CAI, e la dottoressa Lorenza Pratali, Presidente di SIMeM.

L’iniziativa avrà un seguito nelle domeniche 12 agosto, 19 agosto e 2 settembre in 19 rifugi basandosi sui risultati recenti della ricerca sugli effetti cardiovascolari della esposizione acuta all’alta quota, in gran parte legati a una serie di studi effettuati nell’ambito dei progetti HIGHCARE sull’Everest, sulle Ande e sulle Alpi dall’Istituto Auxologico Italiano di Milano e dall’Università Milano-Bicocca. Questi studi hanno dimostrato che l’esposizione acuta alla ipossia (ridotta disponibilità di ossigeno) che caratterizza l’alta quota può far salire la pressione arteriosa in modo significativo, sia in chi solitamente ha una pressione normale, sia nei oggetti che già soffrono di ipertensione arteriosa, con differenze legate ad alcune caratteristiche individuali tra cui l’età. Conoscere il comportamento della pressione in quota può pertanto consentire a chi ama la montagna di effettuare ascensioni con maggiore sicurezza, mettendo in atto semplici misure protettive adeguate in collaborazione con il proprio medico e/o presso ambulatori specializzati coordinati da SIIA e CAI.

 

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