“The Mountain”, un film che piace. A chi ama dormire

“The Mountain” del regista e sceneggiatore Rick Alverson è piaciuto alla recente Mostra del Cinema di Venezia. A chi ama dormire. Questo il velenoso commento di un critico. Ma questa volta, a dispetto del titolo, la montagna non ha colpe. Anzi non esiste nemmeno come comparsa. La trama? America, anni ’50. Andy è figlio di un pattinatore artistico che ha consegnato sua moglie ad una clinica per malattie mentali, impedendo al figlio qualunque contatto con la madre. Quando il padre muore, Wally Fiennes, uno dei medici che avevano curato la madre di Andy, si presenta a casa del ragazzo e lo invita a seguirlo come fotografo e tuttofare di ospedale in ospedale, in tutti i luoghi dove Fiennes pratica la sua cura “avveniristica” della malattia mentale: una combinazione di lobotomia ed elettroshock, praticati con strumenti rudimentali e una totale assenza di partecipazione emotiva. A poco a poco Andy uscirà dalla propria apatia esistenziale per prendere coscienza della brutalità dei metodi ‘scientifici’ del dottore. Occorre proseguire? “Un film di agghiacciante immobilità”, è un altro acido commento. Ma per fortuna la montagna non è responsabile della la noia che “The Mountain” ingenera, noia che non va ovviamente intesa come categoria estetica e può riguardare anche opere di grande valore. (Ser)

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