Cervino, le leggende ritrovate

Fu Ulrico Hoepli a pubblicare nel 1933 il bel libro “Leggende del Cervino”, 194 pagine scritte con impegno da Mary Tibaldi Chiesa e illustrate con 12 tavole a colori di Aloi. Una tappa importante nell’attività dell’editore svizzero naturalizzato meneghino che diede alle stampe in quegli anni anche il fondamentale “Cervino” di Guido Rey più volte ripubblicato. Forse colpevolmente dimenticato nel 2015 nel corso delle celebrazioni per i centocinquant’anni della conquista, il volume della Tibaldi Chiesa è casualmente tornato alla luce nell’edizione originale tra gli scaffali dell’accogliente villa Podestà immersa nei boschi del Triangolo Lariano alle sorgenti del Lambro, i cui proprietari dichiarano un particolare legame con le montagne e la loro storia. Una scoperta, per chi scrive, rivelatrice di stereotipi da cui le popolazioni montanare ancora faticano a liberarsi: una riservatezza al limite della scontrosità, per cominciare, e la difficoltà di amalgamarsi con l’estraneo, il diverso…Tutto questo, perlomeno, sembra trasparire dalle leggende della Tibaldi Chiesa.

“Belzebù amava dimorare sulla Becca e dall’alto si divertiva ogni tanto a scaraventare giù macigni”, racconta l’autrice. Ma a minare la pace e i buoni rapporti delle comunità alpine più che Belzebu risulta che siano stati, e non solo nelle leggende, i montanari stessi con i loro atavici pregiudizi. Un esempio? Nella “Leggenda dell’Ommo sarvadzo” si racconta dell’arrivo di uno straniero che “prese a educare quella rozza gente e insegnò loro la fabbricazione del fromadzo e li istruì sul modo di curare le malattie delle mucche”. Ma poi costui, offeso per l’atteggiamento ostile dei pastori, se ne andò. “Questa leggenda dell’ommo sarvadzo”, spiega l’autrice, “ha un significato profondo. Lo straniero è il simbolo del progresso, della scienza. Peccato che i montanari, come tutti i popoli primitivi, rifuggano per istintiva diffidenza da qualsiasi innovazione: sembra ad essi quasi un delitto il comportarsi e l’agire in modo diverso dai loro padri, dai loro avi. Chi tenta di cambiar le vecchie idee è guardato con ostilità e spesso non ascoltato”.

Un’altra leggenda molto conosciuta è quella di un pellegrino che provoca la rovina della città di Felik, un tempo prospera tra i ghiacci del Monte Rosa. Motivo del sortilegio? Gli viene rifiutato l’asilo in una notte d’autunno. Non solo, ma lo straniero viene duramente deriso dagli abitanti (vi ricorda qualcosa questa storia in quest’Italia sospettata di razzismo da autorità europee piuttosto credibili?). Per vendicarsi, il tizio profetizza grandi nevicate che sommergeranno la città e la profezia si avvera. Tanto che la città si scopre poi abitata da fantasmi.

Oggi sappiamo che è colpa del permafrost che si squaglia e non di Belzebù se dalle rupi piovono grossi macigni e intere pareti rocciose si sbriciolano. Dalle leggende qui narrate e illustrate con i disegni davvero deliziosi e un po’ liberty di Aloi emergono poi particolari importanti della vita quotidiana in quegli sperduti villaggi. Rivolgendosi ai suoi piccoli lettori, Mary rievoca il bucato solenne in autunno: certi enormi mastelli su cui le donne stendevano un grosso panno che poi coprivano di cenere. La bollitura dei panni durava 24 ore, ininterrottamente. L’indomani il bucato si risciacquava, si torceva e si stendeva. Doveva durare pulito un anno. Solenne era anche la cottura del pane. Che a sua volta avveniva una volta all’anno, per lo più in ottobre. Avvicinare le montagne sembra infine che fosse anche nelle leggende una diffusa vocazione che oggi si perpetua in certi dissennati progetti funiviari. Ma come fare a quei tempi in mancanza di strade e funivie? Lo rivela l’autrice spiegando che Zermatt si chiamava Prabornaz “presso al buco” perché gli elvetici si erano messi d’accordo con i valtouneins per scavare il Cervino e collegare le due località. Dopo un po’ la galleria di ostruì, e fu una fortuna soprattutto per gli svizzeri e anche per l’umanità. (Ser)

Il diavolo in bottiglia. Alla raccolta di leggende di Mary Tibaldi Chiesa pubblicate nel 1933 da Hoepli hanno collaborato – come si può leggere nel libro – Guido Rey, l’avvocato Ernest Page di Aosta, l’abate Croux curato di Chatillon, l’abate Henry curato di Valpelline, il maestro Michel Barmasse di Valtournanche e Guseppe Pession, proprietario dell’albergo Monte Rosa a Valtournenche.

One thought on “Cervino, le leggende ritrovate

  • 20/09/2018 at 11:23
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    Piacevole lettura quella odierna di Mountcity. Le Leggende del Cervino ci trasportano in un’altra epoca e ci sollevano dalla realtà quotidiana. Buona la scelta. Bravo Ser.

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