Gli anni d’oro del “Vigo”

“Americane”, inseguimenti, sprint, stayers… quante ne ho viste al Vigorelli quando il ciclismo era per tanti italiani (me compreso) una grande, travolgente passione. Leggo ora dell’uscita di un nuovo libro on demand che ne ricostruisce la storia e me ne compiaccio. Me lo segnala cortesemente l’amico Danilo Fullin profeta dell’urban bike, già presidente dei pedalatori del Corriere della Sera, uno tosto che si è macinato su strade sterrate la micidiale “Eroica” in sella a una Bianchi del ’72, ha pedalato fino a Capo Nord e adesso fa parte del consiglio direttivo di Milano Ciclobby (Fiab). Segnala dunque Fullin che giovedì 27 settembre, alle ore 21, presso l’Auditorium del Centro Culturale Pertini, a Cinisello Balsamo (Milano), viene presentato questo libro scritto da Angelo De Lorenzi e dedicato allo storico velodromo di Milano. Una serata per parlare del tempio della bici e non solo, che è stato per anni un palcoscenico internazionale ove si sono esibiti numerosi campioni e personaggi noti, che è stato teatro di mille sfide sportive e persino location per le più svariate attività.

Nelle “americane” a coppie si mettevano in luce i funambolici Rigoni e Terruzzi.

Ottima notizia, ma mi rattrista oggi saperlo chiuso e silenzioso il mio “Vigo” ogni volta che, dopo una nuotata nella vicina “Procida”, ci passo davanti. Ero un ragazzo in quegli anni Cinquanta, innamorato della mia bici Legnano e, saltuariamente, di qualche pischella. Ancora non so spiegarmi perché avevo scelto di fare il tifo per Bartali che, tra l’altro, gareggiava a quei tempi per la Legnano. Quando vidi il mio Ginettaccio tutto impolverato e un po’ stravolto all’arrivo sulla pista del Vigorelli dopo aver corso da par suo un Giro di Lombardia, mi affezionai ancora di più a questo toscanaccio. Stradaiolo era e stradaiolo però rimase, Bartali, che nelle “americane” al “Vigo” fingeva di impegnarsi ma si capiva che non gliene importava niente e già pensava a smerciare i fiaschi del suo chianti e le lamette da barba col suo nome. Si vedeva insomma che, per quanto magica, la pista non faceva per lui. Apro una parentesi. Una volta alla punzonatura del Giro d’Italia dove ero riuscito a infilarmi, chiesi a Bartali di farmi un autografo su un manifestino e Ginettaccio finse tra le risate generali, per mettermi in imbarazzo, di portarsi via il manifestino e la penna che gli porgevo. Quale onore fu per me questo sketch che mi volle dedicare!

La pista magica oggi. In alto surplace con Sante Gaiardoni e Antonio Maspes (a destra).

Altra classe, fui costretto ad ammetterlo, era quella di Fausto Coppi quando era elegantemente in sella alla sua frusciante Bianchi da pista. Suo, del resto, era il record dell’ora stabilito proprio lì al “Vigo”. Fu poi in un delirio di pubblico che avvenne l’inseguimento Coppi-Patterson. Io non mancavo mai sulle tribune della pista magica e anche quella volta c’ero a spassarmela. L’australiano non cedeva di un millimetro, ma alla lunga il Campionissimo lo costrinse ad arrendersi. Fu l’unica volta che tifai per Coppi sentendomi un po’in colpa. Quando morì andai con la mia Rollei a fotografare i suoi funerali a Castellania accettando un passaggio in auto di un bravo fotografo di un’agenzia americana. Quella volta per la calca crollò un muretto e per poco non rimasi sotto, e fu sicuramente il Campionissimo dal suo empireo a graziarmi.

Non so se si facciano ancora gare a inseguimento, ma ricordo l’entusiasmo alle stelle quando l’inseguitore era quel marcantonio di Toni Bevilacqua che sembrava accarezzare i pedali a quell’epoca ancora muniti di puntapiedi anziché delle moderne placchette. Gran passista sulle strade, inseguitore provetto in pista, questo era il Toni. Indimenticabile. Di Antonio Maspes, re dello sprint, ricordo come se fosse ieri diversi di quei suoi mitici sur place sotto lo sguardo del giudice di gara pronto a squalificare quello dei due contendenti che fosse arretrato anche di un solo centimetro. In quelle circostanze, il silenzio di tomba delle tribune era rotto ogni tanto da qualche annuncio di un certo Proserpio, speaker ufficiale. Nel gabbiotto di Proserpio, sulla linea di arrivo, c’era anche appesa all’esterno la campana che annunciava l’ultimo giro. Proserpio specificava per chi in quel momento suonava la campana: campana per i primi, campana per gli inseguitori, campana per il gruppo. Una volta volle fare lo spiritoso e annunciò “campana per Campana” riferendosi a un corridore con quel nome che affrontava solo soletto l’ultimo giro. E giù tutti a ridere.

Antonio Bevilacqua, Ferdinand Kubler, Enzo Sacchi idoli delle piste nel 1951.

Sorridente, guascone alla maniera dei veri milanesoni, Maspes mandava in delirio il “Vigo” con i suoi irresistibili sprint tuffandosi dall’alto dell’ultima curva per infilzare l’avversario proprio sulla linea del traguardo con un colpetto di reni, ma qualche fischio lo buscava quando esagerava con i suoi barbosi, caparbi surplace. Dentro al velodromo Maspes ci stava davvero come il gatto nella legnaia. Pare che mentre si allenava immobile in surpalce, il portinaio gli leggesse la Gazzetta. Era un tipo gentile il portinaio che viveva immerso in un afrore di sudore misto all’embrocation e all’olio canforato usato per massaggiare i preziosi “garoni” dei corridori. In portineria c’era l’unico telefono disponibile al velodromo e non era difficile ottenere da lui il permesso di usarlo. Quanto a Maspes, a tenergli testa in un primo tempo fu Enzo Sacchi, un simpatico fiorentino al quale è dedicato oggi il velodromo delle Cascine a Firenze. Gaiardoni gli diede poi parecchio filo da torcere, ma Maspes dovette misurarsi sulla pista magica anche con l’impassibile Reg Harris, inglese, e si temette di vederlo costretto a cedergli il passo. Ma non fu così.

Io a quei tempi, ripeto, andavo quasi sempre al Vigo e tifavo… palpitavo per Maspes. Diciamo che non ne perdevo una di volate e fui più volte testimone dei suoi giri d’onore con il mazzo di fiori posato sul manubrio. Poi vennero le gare con i cani e non me ne fregò più niente del Vigorelli. Vidi invece sul ring, una sera, combattere Duilio Loi contro Ernesto Formenti che gli soffiò il posto ai Giochi di Londra del’48 e Loi ancora non gliel’aveva perdonata. Mi piaceva la cattiveria di Duilio alimentata da un tifo forsennato, ma anche la sua boxe fantasiosa e imprevedibile. Forse può anche interessare, o forse no, sapere che c’ero anch’io nel 1965 al debutto italiano dei Beatles accolti la sera prima in stazione centrale da una folla di ragazzi. Come non ricordare le ragazzine sul prato del “Vigo” letteralmente in deliquio per quei quattro zazzeruti? Qualcuno di mia conoscenza pronosticò, sempre lì su quel prato e a voce alta, che di quei Fab Four già così favolosi presto non si sarebbe più sentito parlare. Pace all’anima sua.

Nel 1965 storico concerto dei giovani Beatles, già favolosi @AF

Le domeniche ciclistiche si concludevano immancabilmente con interminabili “americane” a coppie. Davano spettacolo, che io ricordi, i funambolici Rigoni e Terruzzi, grandi attrazioni nelle “sei giorni” parigine al Vélo d’Hiver. Quando toccava a Nando (Terruzzi) lo spettacolo era assicurato. Tutto proteso in avanti a testa bassa quasi a sfiorare con il caschetto la ruota anteriore, il Nando si produceva in accelerazioni irresistibili. Erano fuochi d’artificio i suoi per tenere desta l’attenzione del pubblico frastornato da quel groviglio di corridori in cui era difficile distinguere la coppia che si trovava in testa. L’”americana” se l’aggiudicavano poi di norma i vip, Coppi, Magni, Anquetil, Kubler e via elencando, e solo così il pubblico andava a casa contento.

Nelle notturne il gran finale era invece riservato agli stayer (stay “stare, resistere”). Impettiti in sella alle loro spetazzanti motociclette che si lasciavano dietro scie di fumo e vampate di fuoco, inguainati in scure tute di pelle, i caschi di cuoio, i conduttori delle moto oggi sembrerebbero personaggi usciti da Star Trek. Sulla loro scia in queste gare di mezzofondo si metteva un corridore un po’ speciale spingendo rapporti lunghissimi sulla sua bici con la ruota davanti più piccola, ma soprattutto cercando di non perdere contatto tra la sua ruota anteriore e il rullo posto su un’intelaiatura dietro alle motociclette. Non so in base a quale criterio, ma il motociclista capiva quando era il momento di attaccare e accelerava sputando fuoco e fiamme. A quel punto se il sorpasso andava a buon fine veniva giù il velodromo. Altrimenti il corridore mestamente si staccava dal rullo dichiarandosi sconfitto.

Mi affascinava questa specialità degli stayer perché tra quei fuori di testa c’era un mio compagno di ginnasio, un certo De Lillo, un tipo che in classe stava sulle sue, tutto immerso nei suoi sogni di gloria. Che forse non si sono mai avverati. Ma insomma qualche brivido anche De Lillo me lo regalò al “Vigo” e gliene sono grato oltre a invidiarlo ancora oggi per la sua passione e il suo coraggio. Acqua passata? Sembra contro ogni logica che mentre ovunque nel mondo esplode la “bicycle passion” e le aziende produttrici non ce la fanno a tenere dietro alla richiesta di velocipedi un simile contenitore di cultura e di emozioni debba essere precluso alle nuove generazioni di milanesi. E’ inconcepibile che la Milano dell’Expo, una città piatta fatta per andare in bici in tutte le stagioni, non trovi le risorse per ridare vita in pianta stabile a una pista che il mondo ci invidia. Si fanno tante petizioni, possibile che non se ne faccia una pro Vigorelli per farne un centro sportivo in sintonia con la cultura della green economy che avanza? A qualche milanese, non solo a un decrepito pedalatore come chi scrive queste note, non piange forse il cuore vedere questo scrigno di cultura e di civiltà con le porte tristemente sbarrate? (Ser)

Nel mondo è di nuovo esplosa la bicycle passion come ai tempi dei nostri bisnonni ma le porte del più bel velodromo del mondo continuano a rimanere chiuse.

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