Il paradiso secondo Paleari

Un occhio di riguardo per la sua Ossola, Alberto Paleaari non può non averlo. Altrimenti non avrebbe dedicato all’Ossola negli ultimi cinque anni due guide di arrampicata, una di scialpinismo e una di escursionismo. Tutti libri impostati sulle sue esplorazioni in questo magnifico Ducato di Milano in cui affondano le radici della sua famiglia: ai quali ora si aggiunge “L’altro lato del paradiso” nella collana Stelle Alpine della Hoepli diretta da Marco Albino Ferrari (205 pagine, 22,90 euro) che viene presentato – prendete nota – venerdì 26 ottobre 2018 alle ore 19 presso Base Milano in via Bergognone 24 nel quadro della rassegna Milano Montagna (assicurata la presenza anche di Ferrari e Massimo Nocci, presidente del Parco Nazionale della Valgrande). Il paradiso del titolo è per l’appunto quello della Valgrande esplorata in lungo e in largo per cinquant’anni. Nato a Gravellona Toce, i contrafforti della Valgrande l’autore li ebbe davanti agli occhi fin da bambino. E quegli arcigni Corni del Nibbio che ci accolgono appena la superstrada imbocca l’Ossola provenendo dalla pianura, se li è goduti in tutte le stagioni e ora ce ne trasmette la magia nella sobrietà della sua prosa che sposa mirabilmente il romanzesco, il giornalismo d’inchiesta e l’autobiografismo.

Non è un caso probabilmente che il libro si apra con la figura del papà di Paleari, commerciante in vini: la persona che lo accompagnò nella prima escursione alle colonne d’Ercole di Ponte Casletto e contribuì a fargli crescere dentro l’amore per le sue montagne (e per la Valgrande, ovvio). Infatti subito nelle pagine sembra diffondersi quel profumo di mosto che impreziosiva un precedente romanzo autobiografico di Paleari: dove Alberto narrava della sua giovinezza condizionata dal traumatizzante suicidio del padre e della successiva scelta di continuarne l’attività vinicola prima di decidersi a diventare guida alpina.

Enea si aggira scondinzolante nel nuovo libro di Paleari. Qui è con le orecchie dritte (o quasi) durante una gita in una foto tratta da Facebook.

Fra i non pochi che hanno scritto libri sulla Valgrande, l’ammirazione di Paleari va in buona parte al milanese Ivan Guerini, innovatore dell’arrampicata moderna, straordinario apritore di vie in questi terreni aspri e selvaggi in compagnia della dolce Monica Mazzucchi (protezioni usate: nessuna). Ma anche Teresio Valsesia, tra i promotori del Parco nazionale della Valgrande, lo scrittore che la definì per primo un paradiso (“Valgrande, ultimo paradiso”, oggi una bibbia), gode meritatamente del plauso di Paleari. Che cos’altro raccontare allora di questo paradiso dopo che le sue meraviglie hanno riempito pagine e pagine nei libri del citato Valsesia, di Nino Chiovini, di Erminio Ferrari, di Paolo Crosa Lenz, di Benito Mazzi, di Ivan Guerini, di Marco Albino Ferrari e di molti altri? L’impresa sarebbe sembrata a qualsiasi altro scrittore disperata, ma non per Paleari che riesce a tenerci col fiato sospeso raccontando di quel labirinto di sentieri selvaggi, dei feroci rastrellamenti compiuti durante la guerra partigiana, di scalate “senza rete”, di simpatici malgari votati alla solitudine. E di complesse manovre per mettere in sicurezza a sue spese certe complicate vie di roccia oggi molto frequentate. E se qualche volta lo assale il senso di delusione che, a suo personale avviso, generano le cime raggiunte, della felicità effimera dell’alpinismo “che in discesa già con i primi passi svanisce e si cominciano a desiderare altre montagne”, si capisce che questa nuova scalata cartacea lo ha appassionato più di altre compiute in passato sulla roccia o sul ghiaccio. Lo dice lui stesso, del resto. Non sempre la vecchiaia coincide con una serie di rinunce, di abbandoni. E questa scalata della Valgrande compiuta con i capelli che tendono al grigio è sicuramente tra quelle che più, letterariamente parlando, lo hanno appassionato e gli fanno onore. Una raccomandazione: venerdì 26 a Milano non perdetevelo! (Ser)

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