Gambrinus 2018. La grande festa del Mago

Sabato 17 novembre 2018 il Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” consacra Manolo (Maurizio Zanolla) tra i grandi scrittori della montagna. Il Mago (così viene chiamato) è infatti il vincitore dell’importante riconoscimento con il libro autobiografico “Eravamo immortali” (Fabbri Editori, 2018). E’ la storia di un ragazzo che ama la vita, l’arrampicata e la libertà. Un ragazzo d’altri tempi. Un ragazzo ribelle, anzi quasi selvaggio. Ma anche, e forse proprio per questo, dotato di una sensibilità non usuale. Quella stessa sensibilità che lo fa soffrire e gli fa continuamente cercare altro a costo di fare – sono parole sue – qualche cazzata. Giunto alla terza ristampa in pochi mesi, il libro è stato scritto, come Manolo ammette, facendo una grande fatica. “Quando mi hanno inchiodato con un contratto d’autore non sapevo come iniziare. Per due anni non sono riuscito a scrivere una riga, poi mi ci sono messo, ho scelto un angolo della mia casa che guardava fuori tra i boschi delle Pale di San Martino di Castrozza, mi sono concentrato, e tutto è andato avanti”.

Manolo da piccolo con le sorelle.

Manolo ha compiuto imprese storiche tra pareti montane e falesie, ma non ha mai vissuto la montagna come una gara. Il suo è un libro di formazione scritto con mano leggera, la stessa leggerezza con cui arrampica restando talvolta appeso a un dito. “Perché bisogna avvicinarsi alla montagna con molto garbo e prendersi la responsabilità delle proprie azioni, come nella vita. Le montagne sono aperte a tutti ma non sono per tutti: io, ogni volta che ci salgo, mi sento piccolo piccolo. Fragile. Ma anche le montagne sono fragili, e noi spesso non ci mettiamo del nostro per aiutarle”. Trentacinque sono i capitoli del libro, come se fossero “soste” di una scalata che procede in ordine cronologico partendo dall’infanzia nel Primiero. Con tanti ricordi della sua famiglia e una particolare attenzione per i compagni. Tra i quali spicca Toio De Savorgnani, tra i partner nella controversa avventura al Manaslu, l’unico ottomila tentato nella carriera di scalatore di Manolo. Un’esperienza, precisa l’autore, che ha cambiato per sempre quei ragazzi. A cominciare proprio da Toio, le mani ridotte a moncherini per essere rimasto sepolto sotto una slavina al Manaslu, oggi intrepido difensore delle montagne a cominciare dal “suo” Cansiglio minacciato dalle speculazioni.

Lo stile della prosa di Manolo è sempre sorvegliato, mai lezioso, quasi sussurrato come appariva il suo scalare nel film “Verticalmente demodé” il bel corto in bianco e nero di Davide Carrari che nel 2012 vinse a Trento la Genziana d’Oro del Club Alpino Italiano. Si è davvero sentito immortale Manolo quando da giovane affrontava rischi mortali come risulta dal titolo davvero azzeccato? “Non andavo in montagna per morire”, tiene a spiegare. “Ci andavo per vivere nella bellezza della natura, lontano dalle contaminazioni sociali, dalle certezze soffocanti e dalle false sicurezze”. A ben vedere è la stessa attrazione esercitata dalla montagna sugli scalatori della sua generazione, sulle cui gesta balenavano i bagliori di un nuovo mattino. A pagina 151 Manolo  precisa meglio che cosa intende quando allude all’immortalità. “Eravamo così giovani”, riflette, “da credere che la realtà e il futuro non potessero sgretolare i nostri sogni, e anche quando ci accorgemmo dell’errore di valutazione continuammo a percorrere le nostre strade come prima, cercando solo di rimanere in piedi in un mondo che nemmeno Ernesto Guevara de la Serna era riuscito a cambiare”.  (Ser)

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