Le colpe dell’abete rosso

La corteccia è sottile e rossastra e da quest’ultima caratteristica deriva il nome comune “abete rosso”. L’albero è alto fino a 40 metri, una vera meraviglia delle nostre foreste e anche di quelle dell’Europa settentrionale e della Russia. Viene considerato una delle piante più longeve al mondo, peccato che resista meno di altre conifere al vento e alle intemperie. Non a caso è stato tra le maggiori vittime delle tempeste abbattutesi in novembre nel Bellunese, in Trentino e in Friuli come spiega Cesare Lasen, primo storico presidente del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, membro del comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco e uno fra i massimi esperti di botanica. Lasen non esita in un intervista al Corriere delle Alpi del 27 novembre 2018 a indicare proprio nell’abete rosso una delle cause dell’ecatombe di alberi verificatasi in novembre.

Cesare Lasen

“In una situazione meno controllata e più naturale”, spiega Lasen, “la vegetazione resiste meglio al vento e alle intemperie, rispetto ad aree coltivate ad hoc e con una distribuzione omogenea degli alberi per età e specie. Bisogna ripensare anche i modelli selvicolturali, che non vuol dire tagliare di meno, ma farlo tenendo conto delle qualità degli alberi e cercando di organizzare meglio il taglio e la varietà delle piante. Di solito si tende a piantare abeti rossi perché rendono di più e quindi, economicamente, sono vantaggiosi. Altre specie, come il faggio, hanno resistito meglio”. “Serve un censimento completo”, dice ancora Lasen, “delle varie situazioni in provincia. Va valutato versante per versante, perché è evidente che il legname di qualità che è stato schiantato debba essere recuperato, anche se non è detto che si debba rimuovere tutto e non è detto nemmeno che sia necessario ripiantare tutto. Pensiamo ai pendii scoperti: in caso di neve abbondante non riuscirebbero a trattenere le precipitazioni, aumentando così il rischio di slavine. Del materiale lasciato a terra potrebbe rallentare la discesa della neve. C’è però una controindicazione, il legname a terra potrebbe anche richiamare infestazioni di parassiti dannosi anche per le piante che in questo disastro sono rimaste in piedi. Per questo è necessario procedere caso per caso, mentre per quanto riguarda gli animali penso che si adatteranno, grandi e piccoli sanno far fronte a choc come questi”.

“Quei boschi abbattuti dal vento sono il risultato dell’azione umana”, spiega a sua volta in un’intervista al Corriere della Sera del 28 novembre Mauro Agnoletti professore associato al Dipartimento di gestione dei sistemi agricoli alimentari e forestali (Gesaaf) dell’Università di Firenze. “Lì a partire dal ’500 sono state piantate conifere al posto dei faggi. Oggi coprono l’80%. Le conifere hanno però un ancoraggio meno stabile. In presenza di eventi come le raffiche di vento a 180 all’ora, vanno giù come birilli”. (Ser)

Gli abeti rossi si piantano perché rendono di più, ma l’ancoraggio lascia a desiderare…

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