Traditi dal cellulare. E dalla maleducazione

Desolanti sono le testimonianze dei gestori di due famosi rifugi al convegno organizzato il 24 novembre a Longarone Fiere dai Cai regionali di Veneto e Friuli con le loro commissioni scientifiche e Tam e la partecipazione di 35 sezioni locali. Si è parlato di impatti negativi sull’ambiente naturale e di quale debbano essere la posizione e il ruolo del Club Alpino Italiano. E di come si debba sviluppare la frequentazione responsabile della montagna nell’era dei social network. Argomenti da far tremare le vene e i polsi ma di cui per adesso è difficile trovare traccia sulla stampa locale e su quella del Cai in particolare. Indispensabile è dunque attingere, per vergare queste note, al Corriere delle Alpi del 28 novembre. “C’è stato un incremento di arrivi enorme”, spiega Renato Leonardi del rifugio Papa in val Pasubio, celebre per le gallerie della prima guerra mondiale. C’è da restare allibiti. “Molti non hanno una minima idea di come si vada in montagna. Si incamminano senza zaino, solo con portafoglio, telefonini e pantaloni corti, senza ombrello o privi anche di una bottiglia d’acqua e poi si lamentano di non trovarne durante il tragitto. Non si contano gli svenimenti, con persone che non sono preparate per affrontare i dislivelli: guardano la mappa sul cellulare valutando solo la distanza in linea retta da percorrere”.

“La gente va in montagna e pretende servizi come se fosse in città”, aggiunge Emilio Pais del rifugio Vandelli vicino a quel famoso laghetto del Sorapis che d’estate viene trasformato in un indecoroso immondezzaio, destino che peraltro accomuna diversi bivacchi del Cai definiti alpinistici. “Uno di questi servizi richiesti è il bancomat, un altro ovviamente il bagno: la nostra struttura supporta una cinquantina di persone e spesso le toilette sono piene. Risultato: vanno a fare i loro bisogni sul retro, abbandonando rifiuti e salviette. Non parliamo poi delle attrezzature e delle scarpe. Ormai ci siamo messi anche a vendere scarponi perché ci sono molti casi di persone senza calzature adeguate che si ritrovano con le scarpe rotte senza suola. Una volta sono stato perfino chiamato da una persona che è rimasta senza scarpe a inizio sentiero e voleva comunque proseguire come se nulla fosse. Troppe ogni volta anche le emergenze e le chiamate al Suem per soccorso degli impreparati”.

“Bisognerebbe fare una contro campagna social”, concludono i due gestori, “che sia martellante e spieghi alla gente rischi e preparazione adeguata per la montagna. Ormai i semplici cartelli segnaletici servono a poco, perché vengono sempre ignorati”. Questo si legge sul Corriere delle Alpi. Di nuovo sotto il sole ci sono i cellulari che però in taluni casi risultano utili per scegliere il rifugio e prenotare una cuccetta, in altri per chiamare il soccorso alpino e salvare la pelle. Deiezioni e servizi igienici? L’inadeguatezza dei rifugi alpini in questo senso è da lunga pezza sotto gli occhi di tutti. In particolare nella stagione dello sci alpinismo le nevi si colorano di giallo per evidenti ragioni di incontinenza urinaria. E non solo le nevi circostanti i rifugi alpini ma anche le vette raggiunte…conquistate con sci e pelli di foca.

E sempre a proposito di flussi, incontenibile risulta anche quello dei turisti che bazzicano le terre alte. Nel 2017 nel mondo ci sono stati 1 miliardo e 300 milioni di turisti e viaggiatori. Le stime degli economisti del settore prevedono che tale mobilità nell’ormai vicino 2030 salirà a 1 miliardo e 900 milioni. Indubbiamente, una parte di questa massa si riverserà anche nelle nostre montagne. Quali strumenti vanno predisposti perché il turismo diventi un po’ più rispettoso dell’ambiente, un po’ meno cafone e incontinente? Qualcuno ha una ricetta e può illustrarcela? Il Cai, se c’è, può gentilmente battere un colpo visto che, come ha dimostrato a Longarone, il problema lo tocca molto da vicino? (Ser)

In questo modo indecoroso si presenta un bivacco del Cai dedicato all’alpinista Emilio Comici.

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