Alpinista (non solo) per scommessa

Giovane ingegnere, Piero Ghiglione (1883-1960) si sentiva prigioniero del suo lavoro alla Lancia, insofferente alla vita d’ufficio. A 30 anni si avvicinò così all’alpinismo salendo per scommessa il monte Kasbek nel Caucaso alto oltre 5000 metri. Vinta la scommessa con i colleghi, non smise di scalare esplorando gli angoli più remoti dei cinque continenti. A questa figura leggendaria è dedicato il nuovo libro di Italo Zandonella Callegher “Alpinista per scommessa” (Alpine Studio, 332 pagine, 19 euro). Ghiglione, la cui personalità venne opportunamente riesumata nel 2017 in una mostra al Museo Nazionale della Montagna e nella relativa pubblicazione con la collaborazione della Fondazione Corriere della Sera, ebbe molti meriti. Tra questi l’essere stato il primo italiano a salire oltre i 7000 metri con gli sci, superando ogni difficoltà su roccia e su ghiaccio e tenuto conto della natura degli attrezzi piuttosto rudimentali.

Il libro di Zandonella Callegher. In apertura Ghiglione chino vicino alla tenda, intento a scrivere i suoi reportage dall’Himalaya.

Esile, resistentissimo, determinato, fu un indomito combattente fino a tarda età. Memorabile fu la sua spedizione del 1954 al Monte Api nel Nepal dove i suoi tre compagni perirono. Fu una pagina tra le più drammatiche nella storia dell’alpinismo che Zandonella Callegher ricostruisce in ogni dettaglio sulla scorta del libro “Monte Api. Eroismo e tragedia” dello stesso Ghiglione e dei diari conservati dagli eredi degli alpinisti periti tra quei ghiacci inesplorati.

Piero Ghiglione (1883-1960)

Inventore dell’avventuroso Trofeo Mezzalama con gli sci, Ghiglione teorizzò questa sua passione in manuali ritenuti fondamentali nell’evoluzione degli sport bianchi. Esplorò per primo le Ande del Perù con cinque spedizioni. Si avventurò come capo spedizione e senza poter contare su supporti finanziari al di fuori del suo conto in banca in territori fino ad allora ignoti del Nepal prima che Adito Desio concepisse e realizzasse la spettacolare e foraggiatissima conquista del K2. E fu lui a suggerire a Riccardo Cassin la fruttuosa spedizione al McKinley. Chiuse in bellezza la sua luminosa carriera con due puntate in Groenlandia e al Ruwenzori prima che un incidente d’auto mettesse fine alla sua vita errabonda. Una fine inattesa e banale, come scrisse Rolly Marchi nel Bollettino SAT 1960. Forse definirlo “alpinista per scommessa” può apparire riduttivo per un uomo colto e intelligente che ha fatto un’importante scelta di vita tenendo fede alla sua vocazione avventurosa, sempre animato da spirito di scoperta e dalla volontà di trasmettere ai posteri i frutti delle sue scoperte. Senza contare che il mondo è pieno di alpinisti per scommessa, animati da sterili vanità, sui quali sarebbe meglio stendere pietosi veli. E Ghiglione, pur con tutti i suoi difetti, non appartenne di sicuro a questa categoria. (Ser)

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