Rischio e fatica, così si rinasce

In 24 giorni 1.600 chilometri a piedi nel gelo. E pensare che per i medici era condannato a non camminare mai più nella sua vita l’americano Colin O’Brady, studi di economia a Yale, che alla fine del 2018, solo e con una slitta da trainare penosamente, ha attraversato l’Antartide dopo avere scalato le sette vette più alte di ciascun continente oltre a quelle di ogni Stato americano. Colin decise di diventare un atleta professionista dopo che dieci anni fa un medico, in seguito a ustioni gravissime in gran parte del corpo per un incidente in Thailandia, lo sconsigliò di rimettersi in marcia e affrontare gravi disagi. In Antartide Colin ha documentato la sua impresa giorno per giorno su Instagram, con fotografie e lunghi post commentati da moltissimi lettori. Per il New York Times la sua è stata “una delle imprese più straordinarie nella storia polare” forse anche più di quella che vide nel 1911 competere nella corsa al Polo Sud il norvegese Roald Amundsen e il britannico Robert Falcon. “Ho preparato la mia mente, il mio corpo e il mio spirito per qualcosa che mi dicevano fosse impossibile”, racconta Colin O’Brady, “e per dimostrare che niente in realtà lo è. Questo progetto è dedicato a chiunque pensi che i suoi sogni siano impossibili. Per renderli possibili bisogna solo fare il primo passo…”.

Per i medici era condannato a non camminare mai più nella sua vita l’americano Colin O’Brady che alla fine del 2018, solo e a piedi, ha attraversato l’Antartide.

Tutto vero, tutto provato. C’è chi dopo un trapianto di fegato o di reni ha salito il Kilimanjaro e chi ha concatenato i quattromila delle Alpi. Una cosa è certa: affrontare rischi e sacrifici per chi ha subito trapianti anche importanti è una possibilità concreta e – se affrontata nei giusti termini – anche salutare. Idem per chi ha superato oppure è in buoni rapporti con le neoplasie, ovvero è portatore di bypass coronarici.

Oggi la medicina ha fatto passi da gigante, regalando nuove possibilità ai pazienti affetti da gravi patologie. E la conferma è venuta da Romano Benet, alpinista himalayano di eccellenza e uomo di grande forza interiore che il 27 maggio 2014 è salito in vetta al Kanghcenjunga (8586 m) dopo avere affrontato e vinto, a prezzo di una lunga degenza, una “aplasia midollare severa”: in pratica il suo corpo non produceva più midollo, globuli rossi e piastrine. Come si è potuta realizzare questa rinascita in quota? E’ possibile che in condizioni estreme le potenzialità cerebrali siano ancora molto da indagare. Tra l’altro, tranquillità, serenità, fiducia nella terapia e nelle proprie ritrovate capacità fisiche potrebbero essere alla base di una respirazione più profonda e tranquilla che permetterebbe una miglior ossigenazione sia alle quote himalayane sia nelle gelide distese dell’Antartide. Questo dicono medici e studiosi della fisiologia in quota. (Ser)

One thought on “Rischio e fatica, così si rinasce

  • 03/01/2019 at 11:34
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    Finchè non c’è una spiegazione scientifica, o si ricorre ai miracoli, oppure trattasi semplicemente di c**o.

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