L’alpinista che sognava di scalare la luna

Nel 1971, all’indomani dello sbarco sulla luna degli astronauti di Apollo 14, apparve su un quotidiano italiano un articolo in cui si riferiva che un alpinista ben noto aveva scritto alla Nasa offrendosi di scalare le montagne lunari. A firmare l’articolo fu Emanuele Cassarà (1929-2005), grande esperto di alpinismo, uno dei padri delle gare di arrampicata, a lungo alla direzione del TrentoFilmfestival. L’episodio è stato ricordato in dicembre a Belluno nel corso della rassegna “Sulle Dolomiti di Tiziano”. Bepi De Francesch (1924-1997) quel sogno di scalare le vette lunari lo coltivava davvero. Dall’alto della sua esperienza nelle Dolomiti, dove era ritenuto un campione del sesto grado, pensava che i monti lunari non gli avrebbero creato particolari patemi. Aveva passato la cinquantina Bepo in quegli anni ed era ancora pieno di energie. D’altra parte le immagini che oggi provengono anche dalla faccia nascosta della luna non sembrano denotare problemi alpinistici per chi eventualmente intendesse salire “in vetta” a quei crateri aridi e polverosi.

Nato nel 1924 a Cugnan, frazione di Ponte nelle Alpi, De Francesch si era arruolato nelle Guardie di pubblica sicurezza ottenendo presto la promozione a brigadiere istruttore della scuola di Polizia di Moena. Uomo semplice e schivo, aprì diverse vie di roccia sulle Dolomiti e rivoluzionò le tecniche dell’arrampicata, utilizzando sulla Marmolada i primi chiodi a espansione che suscitarono presto la protesta dei puristi. A sua discolpa, si può dire che Bepi o Bepo fosse un arrampicatore di tutto rispetto, uno che sceglieva sempre pareti lisce e le bucava con discrezione, soltanto dove era necessario. Sul satellite della terra si sarebbe certamente attrezzato con un trapano, cosa volete che fosse qualche bucherello sulla superficie lunare? Tra le sue imprese vanno ricordate le salite al Pilastro Sud Ovest del Piz Lasties (1956) e al Piz Ciavazes (Gruppo del Sella, 1961). Nel 1958 fece parte della spedizione del Cai al Gasherbrum IV in Karakorum guidata da Riccardo Cassin e si diede molto da fare per agevolare la progressione della cordata di punta formata da Walter Bonatti e Carlo Mauri.

Particolare curioso. Domenica 26 agosto 1979 Giovanni Paolo II salì con la funivia sulla Marmolada e ad attenderlo c’era De Francesch che gli regalò la corda adoperata con Fiorenzo Vanzetta l’anno prima per aprire la via su Col Ciavazes, poi battezzata Giovanni Paolo II. Il Papa ricevette il dono ringraziando. Accanto a loro erano presenti due alpinisti polacchi, Marek Zygmund e Okon Cywinski, giunti a piedi da Cracovia. Giovanni Paolo II infilò allora sulle loro spalle la corda dicendo: “Portatela al museo dell’università di Cracovia a mio ricordo”. Ma per chi vuole conoscere a fondo la storia del Bepo, nonché la versione che egli diede sul suo diario delle diatribe della spedizione sul Gasherbrum IV (su cui appose la scritta “Riservatissimo”), va raccomandata, come osserva Walter Musizza in un articolo sulla “Voce del Popolo”, la lettura del libro “Mani da strapiombo” di Tommaso Magalotti, edito nel 2004. (Ser)

Bepi De Francesch (1924-1997) posa a sinistra con Rolly Marchi (al centro) e Walter Bonatti in occasione di un festival di Trento. In apertura uno scatto realizzato negli anni Ottanta da Roberto Serafin.

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