Bacchettate dal professore

Fra i tanti che nel 1994 si adoperarono per rievocare quarant’anni dopo la conquista del K2 e le polemiche che ne seguirono, il professor Silvio Ceccato (1914-1997) spiccò per l’assoluta incompetenza in fatto di alpinismo. Come conoscitore del comportamento umano non poteva però dirsi secondo a nessuno. Filosofo irregolare, si definì. Non amava in effetti le etichette Silvio, gigante dai modi spicci e dall’aria beffarda. Davanti alle diffidenze degli accademici squadernò la sua “cibernetica della mente” che teorizzò in un’infinità di saggi, libri, articoli. A più di vent’anni dalla sua scomparsa il suo valore è comunque fuori discussione e lo dimostra la decisione di dedicargli l’Istituto di Istruzione Superiore di Montecchio Maggiore (Vicenza), il piccolo centro dove è nato. Sorridente, socievole, curioso, Ceccato in una circostanza accettò di buon grado di accostarsi all’alpinismo. A invitarlo a un incontro di vecchie glorie fu Agostino Da Polenza in quel di Bergamo. Ceccato ascoltò in silenzio ore e ore di discussioni e confronti evitando di pronunciarsi su argomenti decisamente lontani dalla sua sensibilità e dalla sua competenza. La presenza di giganti dell’alpinismo come Riccardo Cassin e Kurt Diemberger lo fecero probabilmente sentire un infiltrato e indubbiamente, nonostante la sua rispettosa disponibilità, non aveva le carte mi regola per intervenire e far breccia in quell’invalicabile cerchio magico. Non si lasciò sfuggire tuttavia qualche tempo dopo l’occasione di scrivere per la prima e l’ultima volta in vita sua un pezzo sull’alpinismo nella rubrica “La nostra vita” che curava nelle pagine del settimanale “Visto”. “Quarant’anni di scalate alle vette della vanità” s’intitolò il 20 maggio 1994 la sua riflessione sui fatti del K2 che qui riproponiamo. Una severa bacchettata da accogliere con rispetto come ciascuno può constatare. (Ser)

Silvio Ceccato (1914 – 1997) è stato un filosofo e linguista italiano. Nella foto in apertura s’intrattiene cordialmente con Riccardo Cassin (1909-2009). Qui sopra, al centro in seconda fila, posa nel 1994 con un gruppo di alpinisti. In primo piano da sinistra Riccardo Cassin, Kurt Diemberger, Agostino Da Polenza (in camicia e cravatta), Roberto Mantovani, Roberto Copello (ph. Serafin/MountCity)

Quelle scalate sulle vette della vanità. Non sono un appassionato di montagna. Anzi, come ho sempre detto scherzando: “No, in montagna non voglio andare, mi fa l’effetto del mal di mare”. Mentirei tuttavia se negassi che la recente polemica (recente si fa per dire, sono quarant’anni che ce la menano, ma quest’anno c’è stata l’apoteosi) sulla spedizione al K2 mi lasci indifferente. Vi ricordo i termini della grande discussione: avrebbero toccato la cima il signor Lino Lacedelli e il signor Achille Compagnoni senza il signor Walter Bonatti che portò loro le bombole di ossigeno, rinunciando così a giungere, pure lui, sulla vetta? Più merito al Walter o al Lino o all’Achille? Quale il nome più significativo da legare all’impresa?  Una questione, dicono loro, di principio. Una polemica che, vista dal di fuori, fa persin ridere. Ancor più pensando che si trattava di un’impresa “sportiva” (ah la sanità dello sport!). Pure, quei compagni di scalata, per quarant’anni, sono rimasti “uniti” da beghe, malumori, ostilità. Non c’è anniversario in cui rinuncino a rinnovare il tormentone. Perché? Credo di saperlo. E proprio grazie al titolo di questa rubrica. La nostra vita.

Forse che non siamo un po’ tutti come Lacedelli e Bonatti? Non a parole, s’intende, ma nei fatti…Con il capufficio tendiamo a mettere in mostra la nostra bravura, mica la bravura di chi ha lavorato con noi. In caso di divorzio diciamo tutti che ci interessa il “bene” del bambino. Ma poi il bambino, consci o inconsci, lo usiamo in contese senza fine. Un difficile intervento riuscito? Il gran medico di cui ricordarsi negli anni di spedirgli il regalo a Natale. Il suo nome da ripetersi a lettere d’oro. Già, ma come sarebbero andate le cose senza l’anestesista? Del resto neanche il grande chirurgo pensa mai a chi gli ha passato i ferri, al medico di base che ha fatto la prima diagnosi, all’”umile” infermiere che gli ha permesso di aggiungere un nuovo caso riuscito…

Il tenore. Il soprano. Il direttore d’orchestra. Si prendono tutti gli applausi. Gli orchestrali, a fine serata, se ne vanno insalutati. Pure, se non avessero suonato bene, la sinfonia sarebbe risultata una porcheria. Accade così che chi non si sente riconosciuto comincia a sviluppare un semino di invidia. Chi riceve tutta la gloria, un semino di presunzione. Passano gli anni e i piccoli semi diventano baobab. I dispetti vanno a scapito dell’unica cosa importante: il buon risultato di un lavoro fatto in équipe.

In un caso simile mi fece molto bene la lettura di una vecchia storia. C’era una volta nell’antica Roma una principessa bellissima. Non c’era festa a cui non veniva invitata. Accadde un giorno, durante un gran ricevimento all’aperto, che la bella perdesse il suoi anello. Il suo pallore si trasmise di faccia in faccia. Tutti sapevano che quell’anello era l’unico ricordo che la principessa aveva della madre morta dandola alla luce. Dopo ore e ore, dentro a un cespuglio, un centurione vide brillare qualcosa. Era l’anello. Anche la principessa brillava di gioia e volle conoscere il centurione per ringraziarlo e colmarlo di doni. Ma lui si sottrasse dicendo: se fossi stato solo non l’avrei mai trovato. Avrei perso tempo a frugare in tutti i luoghi setacciati dai miei compagni…

Il resto si chiama vanità. Che, guarda caso, fa rima con stupidità.

Silvio Ceccato

 

 

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