Acrobazie sulla Est. Che (per ora) si oppone

I “Ragni” Matteo Della Bordella e Matteo Pasquetto tornano dal Cerro Torre. L’ufficio stampa dei maglioni rossi lecchesi annuncia che il loro tentativo sulla parete est si è arrestato a 80 metri dalla fine del grande diedro. Sfruttando una finestra di bel tempo di tre giorni, i due hanno affrontato la via in stile alpino, ripercorrendo in arrampicata i tiri di corda fino al punto raggiunto in precedenza, per poi salire lungo l’impressionante Diedro degli Inglesi. “L’intenzione”, spiegano i due alpinisti, “era di passare per una linea per noi così bella, elegante e dura che sarebbe difficile immaginare qualcosa di meglio, ovvero il lungo diedro che solca il lato destro della parete, anche conosciuto come Diedro degli Inglesi”.

Vano è stato il tentativo di passare lungo il diedro degli inglesi che solca il lato destro della parete est del Torre. Ma Della Bordella e Pasquetto, qui in un selfie durante un bivacco, non hanno dubbi: ci riproveranno.

Lungo questo caratteristico diedro si impegnarono infatti i britannici Philip Burke e Tom Proctor che, nell’estate australe del 1979/80, affrontandolo con l’utilizzo di corde fisse e issando in parete il celebre box da bivacco che si trova ancora in loco. Nel loro tentativo i due arrivarono molto in alto, arrestandosi a circa 40 metri dalla cresta Ovest. “Una volta lasciato El Chalten”, raccontano ora i due maglioni rossi lecchesi, “davanti a noi avevamo una finestra di tre giorni di bel tempo. Tuttavia, dopo le abbondanti nevicate, abbiamo dovuto adattarci ai ritmi della montagna per rendere più contenuti i rischi oggettivi di scariche di ghiaccio dai funghi sommitali. Così abbiamo passato il primo giorno a guardare la parete scaricare enormi blocchi di ghiaccio da ogni lato e abbiamo deciso di attaccare alle 10 di sera, quando le temperature si sono abbassate e il bombardamento cessato. Dopo aver riscalato i tiri già saliti le volte precedenti, perché per scelta vogliamo scalare in stile alpino, senza usare corde fisse, abbiamo raggiunto la base del grande diedro alle 7 di mattina. Abbiamo fatto una piccola pausa prima di ripartire verso la volta di granito strampiombante che dà accesso al diedro vero e proprio. Per entrare nel diedro un tiro di artificiale su roccia marcia ci ha portato via mezza giornata dal momento che prima io ho sbagliato linea e sono dovuto ridiscendere e poi il mio socio Pasquetto è salito dalla linea giusta”.

“Provati dalla fatica dopo 24 ore da che eravamo partiti dalle tende”, raccontano ancora i due Mattei, “abbiamo deciso di fermarci a bivaccare vicino al box utilizzato dagli inglesi Burke e Proctor nel 1980 ed il mattino dopo abbiamo proseguito scalando lungo il grande diedro, che di fatto, si è rivelato un mega camino, sempre verticale, con pareti avare di appigli ed appoggi ed una scalata grezza e faticosa su roccia talvolta compatta, talvolta friabile. Dietro di noi vedevamo enormi scariche di ghiaccio passarci sopra la testa e schiantarsi direttamente sulle placche dove eravamo saliti la notte prima: uno spettacolo impressionante  che potevamo goderci dal nostro diedro strapiombante e riparato. Abbiamo raggiungo un punto a circa 80 metri dalla fine del diedro stesso ed alle 10 di sera, una volta abbassatesi le temperature e con la finestra che ormai si era già praticamente chiusa in anticipo sui tempi previsti, abbiamo iniziato la discesa notturna che ci ha riportato alla tenda alle 4 di notte!”

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