Montagna predata, che fare

E’ datata 7 febbraio 2019 la lettera aperta che Luigi Casanova ha diffuso nella sua veste di presidente onorario di Mountain Wilderness. “La montagna predata dagli impiantisti. Perché non dialogare?” è il titolo di questa riflessione sulla montagna e sui suoi valori, su “una montagna sempre più mercificata, sacrificata agli interessi di una sola economia e sensibilità, quella del turismo più aggressivo”. Non si sono fatti attendere via mail commenti autorevoli che, considerato il carattere confidenziale e consultivo della comunicazione, non è possibile qui riportare ma i cui contenuti si possono segnalare per sommi capi. Già, come ci si può confrontare con operatori dello sci sostenuti da importanti contribuzioni pubbliche? E’ pensabile che in cambio del via libera alla colonizzazione degli ultimi spazi bianchi alle alte quote, gli impiantisti possano impegnarsi in opere di tutela ambientale nei fondovalle come qualcuno ingenuamente propone? Non è forse vero che il Trentino a furia di compromessi, intese e accordi, è stato tutto colonizzato dallo sci fino in ogni angolo, fin dentro i parchi? E come realizzare un cambio di passo affidandosi un’ipotetica task force ambientalista formata da personalità autorevoli, carismatiche, da comunicatori che sappiano fare pressione mediatica? Come bloccare i nuovi annunciati impianti appellandosi a rigorose normative europee? Un ministro dell’ambiente dei passati governi disse, testuale: “La vocazione naturale del Parco dello Stelvio è lo sci”. Incredibile, c’è ancora chi crede che le cose stiano così e nel futuro non vede che impianti e piste sempre più artificiali a costo di spremere fino all’ultima goccia quel bene prezioso che è l’acqua. Di sicuro un ambientalismo debole o cedevole è l’ultima cosa di cui le nostre montagne hanno oggi bisogno come è stato argomentato in questo sito a proposito degli scarsi o nulli risultati conseguiti in tanti anni nella battaglia contro l’eliski. (Ser)

• E se fosse il momento di dialogare? Da qualche mese alcuni imprenditori del mondo dello sci cercano una qualche forma di dialogo con la cultura ambientalista. Un passaggio che trova resistenze sia fra gli operatori turistici come in parte del mondo ambientalista. Io sarei fra i fautori del dialogo, non ho mai svolto attività sociale dividendo il mondo in amici e nemici. Perché un dialogo sia utile e proficuo, non puro esercizio di cordialità, magari ricca di ipocrisia, sono necessarie alcune disponibilità che a oggi sembra proprio non siano presenti nel mondo dell’imprenditoria dello sci.

SEGNALI DI DISPONIBILITA’. L’ambientalismo ha offerto più volte segnali di disponibilità. Se si osserva con onestà intellettuale gli obiettivi di scontro sollevati dall’ambientalismo questi sono ridotti a pochi casi, a situazioni eclatanti, il più delle volte scandalose. Infatti ovunque le aree sciabili vengono ampliate, le piste rimodellate, le reti del trasporto funiviario potenziate. Ovunque si interviene grazie a importanti contribuzioni pubbliche, le procedure autorizzative sono state vergognosamente oltremodo semplificate, le possibilità di controllo sui progetti da parte della società civile rese sempre più difficili. Diversi dei silenzi della cultura ambientalista sono dovuti a un alto senso di responsabilità: è diffusa la consapevolezza che l’offerta turistica del mondo dello sci sia ancora importante e debba essere adeguata a nuove esigenze.

SENSO DEL LIMITE. Dall’altra parte la situazione è opposta. Non si ravvisa senso del limite, si lavora di gomito, si abbatte ogni dissenso per fare in modo che ogni spazio libero di montagna venga addomesticato, reso usufruibile con comodità (cioè con mezzi meccanici) all’uomo e alle sue esigenze. Tutti gli altri valori delle alte quote scompaiono, vengono privati di significato, di prospettiva: i bisogni della natura, della biodiversità, il paesaggio, l’edificato tradizionale e lavori diversi, nulla di questo viene mai preso in considerazione, quando va bene si trasforma tutto in folclore a uso turistico. La cultura della montagna, le attività tradizionali, diventano merce nelle mani di una economia turistica tanto travolgente e stravolgente. Servono nuovi collegamenti in vista di mondiali di sci alpino e olimpiadi? Non contenti di aver già distrutto la Tofana, o Col Margherita, o il paesaggio della Croda Rossa, si propone la follia del carosello Cortina – Arabba – Civetta. Si pretendono collegamenti fra l’area sciabile della Rendena e la valle di Sole, fra la valle Pusteria e il Comelico, a Solda nel cuore del parco nazionale dello Stelvio, nell’Alpe di Devero come in Appennino. Collegamenti fatti passare come alternativa alla mobilità privata su gomma, per ottenere così il massimo di contribuzione pubblica e ingannare l’Unione Europea. C’è sete di acqua. E allora si propongono e si pretendono bacini di accumulo sempre più grandi e devastanti: in Campiglio come nella conca di Tresca a Pampeago, a passo Pordoi come nell’alpe di Siusi, in zone marginali e destinate a breve al fallimento come Nevegal, Folgaria, Panarotta. Bacini che vengono fatti passare come dolci laghetti utili anche al turismo estivo, utili alla lotta contro gli incendi, per ricorrere ancora una volta si ricorre al massimo possibile di finanziamento pubblico. Nelle proposte di detti collegamenti o pesanti infrastrutturazioni della montagna non si ravvisa alcuna minima attenzione verso i valori del paesaggio. Su questi temi alla sensibilità ambientalista, alla cultura, a chi lotta per la verità e contro le mistificazioni, viene lasciata aperta solo la porta del conflitto, della menzogna, delle offese e delle minacce, queste ultime sempre più diffuse.

POSSIBILI CONDIVISIONI. Il quadro illustrato non lascerebbe spazio al confronto. Invece ritengo vi siano comunque degli spazi all’interno dei quali il dialogo può trovare alimento e portare a condivisioni. Magari prospettive ritenute minime, ma con il tempo possono diventare strategiche. Sto parlando della limitazione degli ampliamenti degli edifici in alta quota e al rispetto della tradizione architettonica. Possibile che ogni rifugio, privato o del CAI, con il tempo debbano trasformarsi in alberghi? Possibile che si inventino in quota ecomostri alti fino a sei piani nel nome del modernismo, della innovazione? Possibile che su ogni montagna dove arrivi un impianto si debbano potenziare i luoghi di ristoro e aprire terrazze inverosimili che banalizzano ogni paesaggio? Possibile che in ogni luogo dove arrivino impianti, perfino nelle aree protette, o vi siano rifugi, si debbano tenere concerti e proposte “culturali innovative” come in Presena, come nelle Dolomiti del Brenta, o in Tognola, o in Cadore, o a Plan de Corones? Possibile si debbano inventare eventi sportivi sempre più adrenalinici, privi, fin nella loro organizzazione e gestione, di ogni minimo rispetto verso i beni naturali presenti? Possibile che le auto e i motori diventino protagonisti nei boschi o suo pascoli alpini con messaggi pubblicitari (auto sul Pisciadù o in Tofana), gare di kart sulla neve, raduni di quad e di motociclette, eliski e eliturismo sempre più diffusi e che tutto venga autorizzato dagli enti pubblici? Possibile si permetta alle biciclette di montagna di incidere ogni sentiero e versante delle montagne senza indicare dove questo sport è praticabile e dove deve rimanere interdetto? Possibile che il mondo degli impiantisti debba portare ferraglia perfino sulle pareti con la costruzione di assurde, indicibili vie ferrate che precludono qualunque esperienza intima e reale con la montagna?

E ANCORA… Non è vero che le aree sciabili in Dolomiti e ancora meno nelle Alpi occupino solo lo 0,60% degli spazi naturali come afferma ANEF. Ogni superficie di area sciabile, per come viene usata oggi la montagna, va moltiplicata nella sua estensione per 5 o più perché ormai nessuno più trattiene gli sciatori in pista. Il disturbo antropico si inserisce nei boschi, nei vallivi più scoscesi, anche a grande distanza dall’arrivo degli impianti. Il disturbo che si arreca alla fauna selvatica in un periodo tanto delicato come è quello invernale, sulla fragilità della vegetazione, ha conseguenze incalcolabili su determinate specie animali e vegetali di alto pregio.

ARGOMENTI DI DISCUSSIONE. Di cosa possono discutere ambientalisti e impiantisti? Di mettere fine alla urbanizzazione diffusa delle alte quote. La città non deve essere portata in vetta. Di mettere fine a eventi sempre più aggressivi che vengono portati in quota, mantenere nei fondovalle gli appuntamenti turistici, culturali che animano e rafforzano l’offerta turistica. Di smetterla di portare sulle vette e sulle piste piazzate come si continua a fare con la pubblicità aggressiva di troppe marche d’auto, o di donne purtroppo sempre usate per pubblicità di infimo profilo. Di smettere di consumare suoli pregiati in quota con continui potenziamenti delle piste di sci, dei rifugi, dei locali. Si può concordare una legge che vieti nel modo più assoluto il fuoripista (non lo scialpinismo ovviamente) nelle aree concesse come sciabili. In queste aree si rimanga rigorosamente a sciare solo dentro i confini delle piste. Si investa in qualità, nella eccellenza delle proposte e dell’utilizzo delle alte quote. Possibile che il mondo dell’imprenditoria dello sci non si faccia carico di una responsabilità diretta verso i diritti delle generazioni future, verso i beni collettivi da difendere, che certa imprenditoria non sia assolutamente capace di sobrietà e rispetto?

RICHIESTA DI AUTENTICITA’. Almeno su questi temi ANEF e rifugisti dovrebbero aprire un confronto serio con il mondo ambientalista. Un confronto urgente, non più dilazionabile nel tempo. Un confronto basato su coerenze forti: un obiettivo prioritario? Fermare, ovunque, il consumo di suolo libero. Su tali basi l’ambientalismo è disposto a aprire questo difficile tavolo di confronto. Ma lo si sappia bene, senza farsi prendere in giro come costume nei tavoli politici, in determinate fondazioni, un inutili perdite di tempo come lo sono state certe farsesche cabine di regia, a livello locale e nazionale. Si parta da un concetto base: la montagna è l’ultimo spazio di libertà che abbiamo a diposizione. Cerchiamo di mantenerlo tale anche per il futuro e per quanti, già oggi, ancor più domani, hanno il diritto di vivere natura e montagna con grande autenticità.

Luigi Casanova

Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia

2 thoughts on “Montagna predata, che fare

  • 10/02/2019 at 11:37
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    Non penso di aver illustrato un ambientalismo cedevole. Anzi. Un ambientalismo dialogante questo si, anche perchè le nostre minime risorse ci portano solo a sconfitte, come si vede in Trentino, nonostante l’ambientalismo sia più radicato e radicale che altrove. La mia lettera prova a mettere il mondo degli impiantisti davanti a responsabilità dirette. Tutte loro e del mondo politico sia di destra che sinistra che li asseconda, 5 Stelle compresi (vedasi Comelico). La lettera cadrà nel vuoto? probabile. Ma almeno MW ha provato qualcosa, non mi sembra che dal mondo della cultura ci siano novità o sostegni reali. Scambiamo qualche alberetto per la distruzione della montagna? ma se il convegno di Belluno ha appena certificato che i boschi andranno ricostruiti solo in modo naturale cosa ci si inventa, ancora rimboschimenti artificiali. A ognuno il suo, all’ambientalismo la responsabilità di provare tutte le strade possibili per salvare quel poco che è rimasto di naturalità sulle alte quote.
    Luigi

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  • 09/02/2019 at 12:42
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    Tutto questo CONFERMA negativamente il RISPETTO E LA RESPONSABILITÀ CHE ABBIANO PER L’AMBIENTE E LA MONTAGNA IN PARTICOLARE

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