Su il sipario, va in scena l’Eiger

Liberamente tratto dal libro “Due cordate per una parete” di Giovanni Capra, va in scena a Milano martedì 12 febbraio 2019, al Cinema Teatro Delfino, “Eiger-16 agosto 1962”, testo e regia di Emiliano Cogliati. Per la prima volta sulle scene, il lavoro teatrale riguarda la ricostruzione della prima scalata italiana alla parete nord della celebre montagna svizzera, il celebre Orco della mitologia alpinistica. Si sono impegnati a essere presenti in sala quattro protagonisti dell’impresa del ’62: Franco Solina, Gildo Airoldi, Andrea Mellano e Romano Perego. Dopo lo spettacolo, Giovanni Capra condurrà una discussione e si potranno porre domande dirette ai protagonisti, tutti accademici del Cai.

Fu per puro caso che, divisi in due cordate, gli italiani unirono i loro destini sull’infida parete nord dell’Eiger riuscendo a realizzare in quel ’62 la prima ascensione italiana. Le cordate attaccarono la nord gli uni all’insaputa degli altri. Precisamente, l’11 agosto si mossero Armando Aste, Franco Solina e Pierlorenzo Acquistapace; il giorno dopo li raggiunse la cordata di Andrea Mellano, Gildo Airoldi e Romano Perego. Le due cordate si riunirono tra il primo e secondo nevaio. Fu Aste a proporre di unirle e proseguire verso la vetta. In sei, gli alpinisti italiani procedettero più lenti, questo si, ma riuscirono senza grossi problemi a superare in buona compagnia tutti i passaggi chiave della parete, assuefatti al rumore delle scariche di pietre, al mulinare della neve.

I sei italiani che per primi vinsero la nord dell’Eiger fotografati al ritorno dall’eccezionale esperienza. In apertura i turisti scrutano l’Orco dalla Kleine Scheidegg alla ricerca degli alpinisti che vi si avventurano.

Gli italiani arrivarono in vetta indenni, muovendosi in quei sei giorni con estrema prudenza, indifferenti all’ironia di chi, Walter Bonatti in primis, beffardamente sospetterà che tra quei ghiacci infidi fossero andati a “pascolare” (“Ebbene”, replicò un indignato Aste nel suo “Alpinismo espistolare”, “penso che sia meglio pascolare su una parete, fosse anche appunto la nord dell’Eiger, piuttosto che farlo sporcando momenti ben più importanti, alpinistici e non, della nostra avventura umana. Bisogna ricordare anche i giorni piccoli”).

“E’ un evento che ci ha segnato in modo positivo”, dice oggi Mellano, accademico del Cai, architetto, tra i padri delle primissime gare di arrampicata a Bardonecchia. “Da alpinisti rivali, come eravamo tutti a quei tempi, diventammo un gruppo molto speciale e affiatato. Da allora ci ritroviamo tutti gli anni e ci sentiamo spesso, affettuosamente. Io all’epoca puntavo sull’exploit sportivo perché ero abbastanza competitivo, pur essendo conscio di non essere un alpinista di grandissimo livello”. All’epoca Mellano si era appena diplomato geometra, si laureò più tardi in architettura. “Nel lavoro ho fatto tutto il percorso necessario, da fabbro a architetto, senza mai tirarmi indietro. In montagna la fortuna mi ha sempre assistito e non so proprio chi ringraziare”. Per Mellano, un’altra grande avventura alpinistica è stata nel 64 la salita alla Cassin alla Ovest di Lavaredo. Su quella parete ha rischiato grosso quando è stato colpito in pieno da un fulmine. “E’ stato l’episodio più drammatico della mia vita di alpinista. Anche l’avventura sulla nord del Cervino è stata molto dura. Le previsioni meteo oggi aiutano molto più di allora, ma non sempre. Perché invariabilmente si ripone un’eccessiva fiducia nelle tecnologie, dimenticando che ci si muove pur sempre su un terreno imponderabile. Anche se si è bene allenati, le incognite sono davvero tante”.

Riflessi dell’alpinismo nella sua vita? “Purtroppo l’alpinismo”, riflette Mellano, “crea spesso problemi in famiglia. Ricordo che i miei genitori stavano sempre in pensiero per me, non parliamo di mia sorella che mi era molto affezionata…Per mia scelta, mamma e papà non sapevano mai dove andavo a cacciarmi. Così potevano stare tranquilli. Tranne una volta. Nel ’63 capitò che ci diedero per dispersi sul Cervino. Fu allora che un giornalista della Stampa si presentò a casa dei miei. Cercava una mia foto e fu costretto a spifferare tutto gettando mamma e papà nella disperazione. Altre volte ho rischiato grosso. Ed ero già sposato con figlie piccole, da quell’egoista che ero e tuttora ritengo di essere. Allora non c’erano i cellulari, e per arrivare a un telefono e far sapere che eri ancora al mondo dovevi scendere a valle”.

L’Eiger fu per Mellano l’avventura più entusiasmante. Con qualche inevitabile inconveniente. “Eravamo in tre a fotografare. Armando mi aveva affidato il suo apparecchio. Ma a un certo punto si strappò il cinturino e l’apparecchio di Aste volò giù. Ero disperato, ma per fortuna Aste reagì da quel gran signore che era. Se fosse capitato a me avrei dato in smanie”. Qualche rimpianto per quei tempi? “Rimpianti non ne ho. Però devo ammettere che, invecchiando, la vita ci riserva problemi non facilmente gestibili con le nostre forze come viceversa avveniva facendo alpinismo. Ecco perché la scalata a questa età si fa sempre più difficile”. (Ser)

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