L’agonia del K2

La Cina limiterà drasticamente, come ha riferito anche mountcity, i permessi per accedere all’Everest causa inquinamento. Un bel segnale. Ma che cosa succede sul versante nepalese? Sull’argomento interviene Carlo Alberto Pinelli, presidente onorario di Mountain Wilderness, che nel 1990 organizzò la storica spedizione “Free K2” per liberare la “montagna degli italiani” da rifiuti di ogni genere lasciati dalle spedizioni alpinistiche. Ecco quanto scrive Pinelli.

La degradazione ormai irreversibile dell’itinerario nepalese che conduce alla vetta dell’Everest ha trasformato la storica ascensione alla più alta vetta del pianeta in una patetica farsa con negative ripercussioni che finiranno per investire l’intero arco della catena himalayana. L’effetto imitazione può diventare – e in effetti sta diventando – devastante. La responsabilità di quanto accade in Nepal ricade principalmente sulle grandi spedizioni commerciali e sulle agenzie che gestiscono le operazioni dei portatori di alta quota di etnia sherpa. Raggiungere la sommità di una montagna utilizzando qualsiasi mezzo e qualunque tipo di assistenza esterna non equivale ad averla scalata. Chiunque dovrebbe essere in grado di capire che il significato profondo dell’alpinismo è assente da tutte quelle pseudo imprese eterodirette, che riducono l’avventura dell’ascensione al procedere di una insensata fila di processionarie . Circola addirittura con insistenza la voce che il recente parziale crollo dell’Hillary Step, ove effettivamente tale crollo si sia verificato, non sia dovuto a un terremoto. A causarlo artificialmente sarebbero stati gli stessi sherpa, per facilitare il superamento da parte dei clienti delle agenzie per le quali lavorano di quell’unico passaggio obbligato e non facile.

CAMPANE A MORTO. Ma in quali direzioni l’eco delle campane a morto per l’Everest sta tracimando dai confini del Nepal? Quasi trent’anni fa la neonata associazione Mountain Wilderness – alpinisti di tutto il mondo in difesa della montagna, organizzò e portò a termine con notevole successo l’operazione FREE K2 – K2 Libero. Dal campo base fino a quota 7000 l’intera via normale di salita alla seconda maggiore vetta del pianeta venne liberata da tonnellate di rifiuti solidi e da oltre dieci chilometri di corde fisse. Agli inizi quell’esempio, ampiamente mediatizzato, sembrò portare buoni frutti. Durante alcuni anni il governo pakistano organizzò – con il sostegno di Mountain Wilderness – speciali corsi per Liaison Officers militari e civili al fine di rendere quegli accompagnatori in grado di controllare davvero i comportamenti delle spedizioni straniere a loro affidate. Inoltre fu prevista una multa progressiva per ogni metro di corda importato nel paese e non riesportato al momento del “de-briefing”. Quei saggi provvedimenti ben presto furono edulcorati e rinnegati su pressione delle agenzie turistiche locali e di una vocifera parte del mondo alpinistico internazionale, succube del mito dell’exploit e indifferente alla tutela della purezza dell’esperienza alpinistica.

NOTIZIE SCONFORTANTI. Quale è oggi la situazione del K2? Le notizie che giungono sono sconfortanti al massimo livello e sollecitano la decisa reazione di tutti coloro che ancora credono nei valori ideali dell’alpinismo. A quanto pare lassù non è rimasta traccia del messaggio lanciato, con tanta fatica ed entusiasmo, dalla spedizione FREE K2 nel 1990. Gli ufficiali di collegamento militari, che nessuno si preoccupa più di formare preliminarmente, di fatto permettono che le spedizioni si liberino dei loro rifiuti scodellandoli nei crepacci o abbandonandoli dove capita. Gli ufficiali di collegamento civili, più sensibili alle tematiche ambientali, sono stati da tempo aboliti. L’estate scorsa due spedizioni commerciali hanno portato al K2, iscrivendoli surrettiziamente come clienti, ben 22 sherpa. Costoro hanno attrezzato con corde fisse e campi forniti di ogni comfort l’intero sperone Abruzzi e la successiva traversata verso la Black Pyramid, portando in alto, fino all’ultimo campo sullo spallone, 140 bombole di ossigeno destinate ai clienti paganti ( sei bombole per ciascuno di loro). Ciò spiega come mai quest’anno più di venti clienti siano riusciti a raggiungere la vetta (oltre a svariati altri alpinisti ai quali è stata concessa l’opportunità di utilizzare le stesse corde fisse messe in opera dagli sherpa). Da tenere presente che le norme pakistane vietano l’impiego come portatori di quota di maestranze straniere. Testimoni oculari di nostra fiducia ci hanno rivelato che solo il dieci per cento di tali bombole è ritornato al campo base. In alto sono rimasti anche interi campi tendati.

COME CORRERE AI RIPARI. Che fare di fronte a un simile disastro che sembra ridicolizzare le speranze suscitate dalla spedizione ecologica del 1990? La soluzione più facile sarebbe quella di alzare le braccia e gettare le armi, convinti che nessuno sforzo sarà sufficiente ad arrestare l’arrembaggio mercantilistico della montagna. Ma davvero dobbiamo arrenderci senza lottare? Cominciamo ad analizzare i provvedimenti che potrebbero essere suggeriti e che il governo pakistano potrebbe recepire se davvero decidesse di correre ai ripari. In fin dei conti il K2 è la montagna simbolo della nazione. E il Pakistan, a differenza del Nepal, dovrebbe avere abbastanza orgoglio per difenderne l’immagine e il valore emblematico, al dilà di ogni meschina convenienza economica.

UN DOCUMENTO DI DENUNCIA. Si potrebbe partire da un circostanziato documento di denuncia sottoscritto da un folto gruppo di alpinisti internazionali d’indubbio prestigio, da far pervenire con urgenza a Imran Khan, nuovo primo ministro della repubblica pakistana. Questo documento, dopo aver descritto nei dettagli e stigmatizzato l’attuale situazione, dovrebbe contenere un pacchetto di proposte concrete. Proposte coraggiose e contro-corrente; ma non utopistiche. Proviamo a elencarle:

a) Un anno sabbatico per il K2. Cancellazione per un anno intero dei permessi per tentare la salita alla vetta, in modo da fornire alle autorità competenti il tempo e la tranquillità per elaborare una solida piattaforma di nuove regole.

b) Invio – durante lo stesso anno sabbatico – di una nuova spedizione “ecologica” finalizzata allo sgombero di ogni traccia umana nel campo base e lungo la via di salita, finanziata con appositi contributi prelevati “ad hoc” dalle organizzazioni che compaiono nella lista delle spedizioni già autorizzate. La spedizione potrebbe essere gestita da Mountain Wilderness utilizzando unicamente portatori d’alta quota locali. Le eventuali risorse mancanti potrebbero essere richieste dal governo pakistano all’UIAA.

c) Ripristino dei corsi di formazione per Liaison Officers anche civili e rinnovo dell’obbligo di utilizzarli come accompagnatori di ogni spedizione alpinistica a montagne superiori ai 7000 metri. I liaison officers potranno essere denunciati e puniti qualora una successiva spedizione trovasse la montagna deturpata da tracce umane

d) I permessi per condurre in Pakistan spedizioni alpinistiche a montagne superiori ai 7000 metri (con pagamento di adeguate royalties) da concedere rigorosamente solo a gruppi composti da alpinisti della stessa nazione per un numero massimo di otto partecipanti. Le royalties dovute verranno automaticamente raddoppiate per ogni partecipante in più. (Questo provvedimento, unito al seguente (E), per quanto spiacevole, rappresenterebbe l’unico modo per scongiurare l’ingresso in Pakistan di portatori Sherpa, contrabbandati come clienti di spedizioni commerciali).

e) Scansione temporale dei permessi di ascensione. Ogni gruppo dovrebbe avere a disposizione venti giorni, prima di essere affiancato da un gruppo successivo. E’ permesso lo scambio delle corde fisse, purché l’ultima spedizione della stagione si impegni formalmente a liberare la montagna da ogni corda rimasta e preveda nel proprio programma i tempi necessari per farlo.

f) Ripristino delle multe progressive per chi non ri-esporta la stessa quantità di corde temporaneamente importate. Lo stesso vale anche per le tende e le bombole d’ossigeno. Queste ultime, ormai vuote, dovranno essere consegnate alle autorità pakistane durante il de-briefing.

g) Ripristino di briefing e de-briefing a livello del governo nazionale gestiti da personale qualificato e competente.

h) Istituzione di un corpo specializzato di polizia ambientale di quota da concentrare lungo il Baltoro e i campi base delle vette che fanno corona al grande ghiacciaio (K2, Broadpeak, Gasherbrums, ecc.). Il suo compito dovrebbe consistere nel controllo dei comportamenti delle spedizioni alpinistiche, per quanto riguarda soprattutto il trasporto a valle dei rifiuti solidi, corde e bombole incluse.

Mountain Wilderness International offre le proprie competenze per l’organizzazione della spedizione ecologica suggerita al punto B nonché per la gestione di corsi specifici destinati ai liaison officers (civili e militari) e all’auspicato corpo di polizia ambientale di quota. Vogliamo tentare?

Carlo Alberto Pinelli

 

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