Himalaya, i dannati del campo Yol

Diecimila ufficiali italiani, quasi tutti fatti prigionieri dagli inglesi in Africa e successivamente inviati nei campi di prigionia in India, confluirono nel 1941 nel campo di concentramento di Yol, ai piedi dell’Himalaya, e lì rimasero fino al 1947, quando i sopravvissuti poterono finalmente rientrare in patria. E’ un fatto poco noto della Seconda Guerra Mondiale, ma a documentare nei particolari la vita del campo c’è un eccezionale reportage fotografico realizzato da uno dei prigionieri, il milanese Lido Saltamartini, con una minuscola macchina fotografica costruita con materiale di recupero. Va precisato che durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’agosto 1945 poco prima dei rimpatri di massa, i militari italiani prigionieri degli anglo-americani, dei francesi, dei russi e dei tedeschi ammontavano, a quanto risulta, a più di 1.500.000. Erano sparsi nei campi di prigionia dei cinque continenti. In particolare, quelli in mano agli inglesi, nello stesso periodo, erano 339.735 e, di questi, 31mila in India.

Sull’argomento ci aggiorna una lettera di Renzo Rossi di Conselice (Ravenna) pubblicata il 27 dicembre 2018 dal quotidiano Il Giornale. “Alle perquisizioni”, spiega, “era sfuggito un rullino di pellicola 6×9 in grado di fornire 500 fotogrammi di pochi millimetri. Saltamartini iniziò così a cimentarsi nella costruzione di una rudimentale macchina fotografica, usando una scatola metallica per custodire sigarette, un po’ di stagno ricavato da un tubetto di dentifricio, un pezzo di rubinetto per saldare, un cannello ferruminato, una candela, un elastico per lo scatto, un frammento di celluloide trasparente rossa e infine una piccola lente di 4 millimetri”.

Grazie a quella ingegnosa macchina Saltamartini riuscì a documentare ben sei anni della prigionia conclusasi nel 1947. Registrò anche un tentativo non riuscito di fuga che così commentò al suo rientro in Italia: “Durante i temporali monsonici, avevo notato che venivano spente le luci del campo. Fu così che pensai di approfittare di quella situazione per tentare di superare la recinzione che delimitava il campo, costruendo un aquilone-aliante con canne di bambù e lenzuola. Quando il tentativo era ormai in fase esecutiva il vento monsonico mi tradì cessando del tutto, con il mio aquilone aliante divenuto del tutto inutile”.

Solo nel 1997 quel materiale fotografico originale, fatto stampare dalla moglie, è stato pubblicato dalla omonima Fondazione milanese nel volume “10.000 in Himalaya” (Humana editore, Ancona – Codice ISBN: 8887268002, pagine: 239): un documento basato sulle immagini rubate durante quell’interminabile prigionia in cui persero la vita ben 600 ufficiali italiani rimasti sepolti in quel campo. Il libro, a quanto si apprende, non è in vendita ma si può richiedere all’associazione “10.000 in Himalaya” (via Petrarca 8 – 20123 Milano, tel. 02. 4801.1719, fax 02.481.2556) che devolverà i fondi per aiutare bambini sordo ciechi.(Ser)

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