“Camòs”, il signore di Cornalba

C’è ancora, almeno nei piccoli paesi, l’usanza di un nomignolo che, attribuito in origine a una persona per una sua particolare caratteristica, identifica, per le successive generazioni, uno stesso gruppo famigliare. Camòs, uguale a camoscio nel dialetto bergamasco, era il soprannome che contrassegnava i componenti del ceppo di Bruno Tassi. E’ stato Bruno probabilmente a concludere la serie dei “Camòs”, perché con lui, “camoscio” per antonomasia per il suo modo di superare la verticalità delle pareti, il termine veniva impiegato come denominazione esclusiva. Nella “sua” falesia di Cornalba, in un angolo remoto della Val Serina, Tassi ha inventato le più belle vie di arrampicata, aprendole con un estro e un’arditezza sbalorditiva, diventando praticamente uno tra i più originari e ammirati capiscuola dell’arrampicata moderna.

Con il suo stile e il suo fascino ha conquistato alla pratica dell’arrampicata uno stuolo appassionato di giovani, che si sono distinti in seguito per le loro eccezionali qualità come climber e alpinisti. Grandissimo e fantasioso arrampicatore come pochi altri in assoluto, il Camòs, scomparso in un incidente stradale a soli 51 anni, dieci anni or sono, viene ricordato sotto diversi aspetti nel volume di Lorenzo Tassi”Camòs” (Versante Sud, 160 pagine, 19,90 euro). Quello che qui viene evidenziato non è l’aspetto del climber superlativo che ha lasciato in retaggio agli appassionati un paradiso di vie di arrampicata: tutto ciò semmai è splendidamente evidenziato dalle spettacolari immagini che lo ritraggono in azione su pareti impossibili. Nel libro si parla di lui soprattutto riferendosi alle sue controverse qualità umane che, nonostante una natura che non teneva nascosto nessun eccesso, riusciva ad attirare immediatamente la simpatia, l’ammirazione e l’affetto di tutti coloro che lo avvicinavano. Tutto questo viene rivelato dal rimpianto e dal senso di vuoto che ha colpito chi lo ha conosciuto come lui era veramente, con tante sincere testimonianze, tra le quali spiccano quelle di Simone Moro, Emilio Previtali, Maurizio ‘Manolo’ Zanolla e Mauro Corona. Ed è verosimile che lo stesso senso di vuoto possa alla fine coinvolgere anche il lettore che, avvicinandosi a questa storia, sarà stato colpito da una persona che aveva grandi ideali, generoso e disinteressato, amato nonostante un carattere deciso, forse prepotente, ma che soprattutto arrampicava come un “Camòs”.

Renato Frigerio

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