Fossoli e la triste fine di Gasparotto

Giovedì 21 febbraio 2019 nell’ex campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, sono cominciate le manifestazioni per il centenario di Primo Levi. Da quel campo partirono gli italiani ebrei destinati ad Auschwitz. Tra di loro Levi, uno dei pochi a tornare. Il Centro internazionale di Studi Primo Levi di Torino e la Fondazione Fossoli hanno chiesto a Fabrizio Gifuni di leggere alcuni brani tratti da “Se questo è un uomo” e “I sommersi e i salvati”. Il campo è un luogo simbolo per gli ebrei italiani. In quel campo concluse la sua vita terrena Poldo Gasparotto e questa sarebbe una buona occasione per ricordarlo.
Gasparotto, accademico del Cai, venne internato dai nazisti a Fossoli, prelevato su ordine del Comando delle SS di Verona, e ucciso a tradimento. Non fu il solo alpinista, tra gli accademici milanesi del Cai, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 decisero di “andare in montagna”. Leopoldo (Poldo), di professione avvocato, aveva un curriculum alpinistico di prim’ordine. Nel 1929 condusse con Ugo di Vallepiana una spedizione milanese nel Caucaso, con la scalata della cima vergine del Ghiulci (5629 m), l’ultima delle vette principali del Caucaso centrale ancora inviolata. Compì anche la prima salita con gli sci dell’Elbruz (5629 m). Istruttore della Scuola militare d’Aosta, dopo il disfacimento dell’esercito italiano entrò nella Resistenza e divenne comandante delle formazioni lombarde di Giustizia e Libertà e braccio destro di Ferruccio Parri.

Il cortile delle stele nel Museo Monumento al Deportato politico e razziale a Carpi. In apertura Leopoldo Gasparotto (1902-1944).

Arrestato nel dicembre 1943 per la delazione di una spia fascista e sottoposto a torture, Gasparotto venne trucidato nel giugno del 1944 con raffiche di mitra. Come scrive Alberto Benini nella prefazione della biografia di Ruggero Meles “Leopoldo Gasparotto, alpinista e partigiano” (Hoepli, 2011), l’alpinismo per lui “sfuma nel viaggio e nell’esplorazione e poi nella Resistenza: enormi e meravigliosi spazi di libertà personale, esplorati fino in fondo con occhi aperti e sguardo sorridente”. Le vicende che portarono al suo arresto, alle torture subite a San Vittore, al trasferimento a Fossoli, sempre affrontate da Poldo con grande altruismo e spirito organizzativo, con la costante aspirazione a sottrarre l’Italia alla dittatura fascista, sono presentate nel libro attraverso testimonianze e citazioni dal suo diario che riuscì fortunosamente a passare a un compagno di prigionia prima di essere trucidato (“Diario di Fossoli” a cura di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri, Torino 2007). Da queste pagine si capisce quanto fossero presenti in Poldo, fino alla fine la grande passione civile e l’amore per i suoi cari e le “sue” montagne. A 75 anni dal suo sacrificio, vale forse la pena di spendere qualche bit per ricordarlo se non ci ha già pensato la comunità alpinistica di cui fece parte. (Ser)

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